Benedetto il giorno che ti ho incontrato

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Quando vidi Andrew Garfield per la prima volta, eravamo entrambi dei ragazzini. Con la differenza che io ero ancora un semplice studente universitario, mentre lui stava già tentando la scalata al successo con il suo primo ruolo importante: interpretava il protagonista in The Amazing Spider – Man. Quel film gli ha cambiato la vita, in tutti i sensi: ha lanciato la sua carriera e gli ha fatto conoscere il suo primo amore, l’ora famosissima Emma Stone.
Cinque anni dopo la loro storia è finita, ma la carriera di Andrew continua ad essere in piena ascesa. Anzi, i successi professionali sembrano andare di pari passo con le delusioni amorose: nel 2015 si è lasciato con la sua fidanzata, nel 2016 ha recitato da protagonista con Martin Scorsese e Mel Gibson. E per un curioso gioco del destino, come se le loro vite continuassero ad essere inseparabilmente legate, anche Emma Stone ha raggiunto l’apice della carriera l’anno scorso, ottenendo il ruolo principale nell’acclamatissimo La La Land.
Ma torniamo al nostro Andrew. Quando l’ho visto recitare in Silence, pensai che probabilmente non avrebbe mai fatto un altro film così bello, né avrebbe mai fornito un’altra interpretazione così profonda e intensa. Continuo a pensarlo, ma anche La battaglia di Hacksaw Ridge è senza dubbio qualcosa di speciale.
Che sia un film di Mel Gibson lo intuisci fin dal primo minuto, perché questo regista ha una dote riservata a pochissimi: l’abilità nel creare un’atmosfera epica. E il bello è che ci riesce non soltanto nelle scene di guerra, ma anche quando affronta dei temi di vita quotidiana, come l’amore, la famiglia e l’amicizia. Anzi, le scene ambientate fuori dal campo di battaglia sono le migliori, perché ci fanno capire che Desmond Doss (l’uomo che ha ispirato il film) non era straordinario soltanto quando indossava una divisa, ma in ogni aspetto della sua vita, e ha illuminato con la sua sconfinata umanità tutte le persone che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Storie come la sua ci colpiscono nel profondo, e ci spingono a diventare delle persone migliori: è uno degli obiettivi più importanti e più difficili che un film si possa prefiggere, e La battaglia di Hacksaw Ridge l’ha centrato in pieno.

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Inseguire un sogno

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Uno dei regali più belli che possa farci la vita è quello di donarci un sogno da inseguire. Perché quando hai una motivazione forte che ti guida, dentro di te scopri una determinazione che non pensavi di avere, e scopri anche che grazie ad essa puoi superare tutta una serie di ostacoli che ritenevi assolutamente insormontabili.
Tuttavia, la strada per realizzare un sogno non è mai facile. Anche se hai talento, anche se meriti di ottenere le tue soddisfazioni, dovrai sempre fare i conti con la sfortuna, con gli incidenti di percorso, con tutti gli intoppi che non avevi calcolato o che non potevi prevedere.
Proprio per questo, quando alla fine il tuo desiderio si realizza, sulla felicità prevale sempre un senso di sollievo e di liberazione. E’ più la fine di un incubo che la realizzazione di un sogno.
Tutto questo l’ho provato personalmente, e quindi so bene come si deve essere sentito Martin Scorsese quando alla fine, dopo 19 anni di tentativi, è riuscito a realizzare il suo sogno di girare Silence.
Proprio perché teneva molto a questo film, Scorsese l’ha curato nei minimi dettagli, e infatti dal punto di vista estetico Silence è un piacere per gli occhi: ogni singolo fotogramma potrebbe essere un quadro da appendere in uno dei più bei musei del mondo.
E ovviamente, essendo il film di un grande regista, è anche ricco di sostanza: la storia è molto profonda e coinvolgente, e gli attori la interpretano con un’intensità trascinante, come se il regista avesse infuso dentro di loro tutta la passione che aveva per questo progetto.
Naturalmente questa passione si trasmette anche allo spettatore: non a caso, quando ho intuito che Silence si stava avviando alla conclusione, ho sentito dentro di me quella malinconia che provi quando ti rendi conto che una bella esperienza sta giungendo al termine, e passerà un bel po’ di tempo prima che tu possa rivivere qualcosa di simile.
Ma in fondo quell’esperienza non è finita, perché Silence è un film indimenticabile, e quindi resterà sempre con me. E anche con voi, se avrete la fortuna di vederlo.

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Una sorpresa dietro l’altra

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Oggi hanno annunciato le candidature agli Oscar 2017, e direi proprio che non sono mancate le sorprese.
La più gradita è stata la candidatura di un film italiano: il nostro Fuocoammare ha strappato una nomination nella categoria miglior documentario. E se avessimo avuto la furbizia di candidare Perfetti sconosciuti come miglior film straniero, probabilmente avremmo fatto doppietta.
Sorprende in negativo invece la scelta di lasciare sostanzialmente ignorato Sully, che pure sembrava destinato a raccogliere una vagonata di nomination. E’ andata a finire che glien’hanno data soltanto una, e vista la categoria in cui concorre (miglior montaggio sonoro…) suona quasi come una presa per il sedere.
Un’altra grossa sorpresa è stata Hell or high water, che ha ottenuto addirittura la candidatura come miglior film: a questo punto i distributori italiani si staranno mangiando le mani per averlo fatto uscire direttamente sulla pay tv (più precisamente Netflix). Sapevo che era tra i film papabili, ma il thriller non è tra i generi prediletti dall’Academy, e quindi sono rimasto comunque stupito da tutte le nomination che ha ricevuto. In particolare quella per Jeff Bridges: la sua interpretazione non è da Oscar, e non lo è neanche il suo personaggio, che è sfacciatamente copiato da quello di Tommy Lee Jones in Non è un paese per vecchi. Comunque, ad un film thriller si chiede soprattutto di intrattenere, e questo compito Hell or high water lo svolge in maniera più che adeguata.
Sempre nella categoria miglior attore non protagonista, mi dispiace che sia rimasto fuori Liam Neeson (candidabile per Silence): quest’attore merita l’Oscar da almeno vent’anni, ed è anche invecchiato come il vino, dato che ultimamente ha recitato in degli autentici filmoni come Run all night e Third person.
Sorprende anche l’esclusione dalla categoria miglior attrice di Amy Adams, che pure ha un ruolo da protagonista in un film quotatissimo come Arrival. Ormai possiamo definirla una Leonardo Di Caprio in gonnella, dato che ha ricevuto 5 nomination e altrettante musate al momento della premiazione. Stavolta per non correre rischi non l’hanno nemmeno candidata, e anche qua viene spontaneo il paragone con Leo: in più occasioni infatti l’Academy l’ha snobbato fin dalle nomination, anche quando concorreva per film fortissimi come Titanic e The Departed.
A questo punto, con la Adams fuori gioco, mi viene naturale tifare per Natalie Portman: di norma non mi piace che diano l’Oscar a chi l’ha già vinto, ma quest’attrice ha recitato divinamente in Jane got a gun, uno dei film più belli che abbia visto l’anno scorso.
Sempre nella categoria miglior attrice hanno candidato Ruth Negga per Loving: fino a qualche mese fa questo film sembrava destinato ad ottenere grandi riconoscimenti, e invece si è ritrovato con poco e niente in mano, come spesso accade con i titoli che vengono celebrati con troppo anticipo sulle nomination. Ad ogni modo, la mia curiosità per Loving rimane alle stelle, perché gli americani quando fanno i film sul razzismo riescono a tirar fuori dei veri capolavori. Per lo stesso motivo non vedo l’ora di vedere un altro film sullo stesso tema, Barriere.
Adesso che Loving è stato messo in un angolo, salgono nettamente le probabilità che La La Land si riveli il film pigliatutto. Lo si può intuire già dal numero spropositato di nomination: era successo solo altre due volte che un film ne raccogliesse 14 (con Eva contro Eva e Titanic), e in entrambi i casi sappiamo com’è andata a finire.
Arrival non ha nessuna chance di superare La La Land, perché l’Academy è notoriamente ostile a premiare troppo i film di fantascienza. Di conseguenza, l’unico vero rivale mi sembra Manchester by the sea: da quel che ho visto mi sembra il classico film autorale e tristone che piace tanto ai giurati dell’Oscar, e quindi sono convinto che darà filo da torcere al favoritissimo musical di Damien Chazelle.
Sorprendente e coraggiosa anche la scelta di nominare Mel Gibson: un regista a mio parere fenomenale, ma per il quale le porte di Hollywood sembravano chiuse per sempre dopo i vari scandali degli anni passati. E invece, come nella migliore tradizione del sogno americano, l’Academy gli ha concesso una seconda possibilità.
Non ho ancora citato la sorpresa più clamorosa: la candidatura di Suicide Squad (nella categoria miglior trucco). Come ricorderete, io questo film l’ho adorato alla follia, e quindi sono saltato sulla sedia appena hanno annunciato la sua nomination. Non soltanto per la gioia, ma anche per lo stupore: per la sua infinita tamarraggine infatti Suicide Squad è l’esatto opposto dei film eleganti e raffinati che tanto piacciono all’Academy.
Analizzando le candidature nel loro complesso, noto la volontà di non lasciar fuori nessuno dei film più visti e discussi della stagione: non soltanto Suicide Squad, ma anche Animali notturni, Rogue One, Captain Fantastic, Ave Cesare, Passengers… anche l’anno scorso l’Academy fece la stessa scelta, arrivando a candidare perfino 50 sfumature di grigio. Personalmente la reputo una cosa positiva, perché è proprio questo che rende gli Oscar più amati e seguiti degli altri premi cinematografici: i giurati dell’Oscar prediligono i film “da critici”, ma lasciano la porta aperta anche ai titoli che piacciono al pubblico, e in questo modo tutti gli appassionati di cinema trovano sempre un film per cui tifare. E voi, per chi tiferete?

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Una ragazza adorabile

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Di norma, se guardi un film e ci trovi anche solo una scena memorabile, puoi già ritenerti molto fortunato. Se hai proprio una fortuna sfacciata, ti ritrovi davanti un film che ha una miriade di scene memorabili, e te le mostra una dietro l’altra ad un ritmo vorticoso, finché alla fine ti alzi dalla sedia con la sensazione di aver fatto un giro sulle montagne russe dell’estasi cinematografica.
Penso ad esempio a Scemo e più scemo: quel film mi ha fatto spanciare dalle risate dal primo all’ultimo minuto, ed è così pieno di scene – capolavoro che davvero non saprei scegliere quella che mi è piaciuta di più. Ieri sera mi è successa la stessa cosa, e il film era Tutto può accadere a Broadway.
La trama ruota attorno ad Izzy, una ragazza acqua e sapone che sogna di diventare un’attrice. Così si presenta ad un provino per uno spettacolo teatrale, e da lì partono le risate: Izzy è una pasticciona clamorosa, il classico elefante nella cristalleria, e finisce per mettere a soqquadro tutto ciò che tocca. E non soltanto sul palco: lei frequenta i membri della compagnia teatrale anche fuori dal set, e questo dà origine a una serie infinita di equivoci, situazioni imbarazzanti e altarini scoperti, che diventano sempre più spassosi via via che ci si avvicina alla conclusione.
Oltre al divertimento, con il passare del film cresce anche l’affetto dello spettatore per Izzy. Perché lei quando fa qualcosa di sbagliato non lo fa mai per cattiveria: ne combina una dietro l’altra perché lei è fatta così, è un ciclone che travolge la vita di chiunque le sta intorno, e non riuscirebbe neanche volendo a bloccare la giravolta di situazioni esilaranti che mette in moto ogni volta che appare sulla scena. Un personaggio così da solo sarebbe bastato per tirare fuori un ottimo film: per fortuna lo sceneggiatore non si è accontentato, e le ha costruito intorno una delle storie più divertenti che abbia mai visto.

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I mitici anni 80

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L’anno scorso vi ho confessato che Tutto può cambiare è l’unico film riuscito nell’impresa di farmi piangere. E non perché fosse triste: al contrario, era un inno di commovente bellezza alla speranza, alla musica, a New York e alla vita in generale.
Di conseguenza, quando ho saputo che il regista di quel capolavoro stava per sfornare un nuovo film, ho fatto i salti di gioia come se avessi fatto un terno al lotto. Ma all’euforia iniziale si è presto accompagnato il timore di rimanere deluso: dopo aver azzeccato il film della vita infatti è sempre molto difficile ripetersi. E poi stavolta John Carney non girava a New York, non era finanziato da Hollywood e soprattutto non poteva più contare su Keira Knightley e Mark Ruffalo, la cui alchimia era stata fondamentale per la buona riuscita di Tutto può cambiare.
Come ha fatto il buon Carney a fare centro un’altra volta nonostante tutto questo? Semplice: ha scritto un film sulla musica degli anni 80.
Sing Street ruota attorno ad un gruppo di liceali con la passione per la musica, che hanno la fortuna di assistere in tempo reale alla maturazione di alcune delle migliori band di sempre: gli Spandau Ballet, i Duran Duran, i Genesis, i Cure… i ragazzi cominciano ad ascoltare ossessivamente i loro vinili e le loro musicassette, e piano piano danno origine ad una musica tutta loro, che prende spunto da ognuna delle loro band preferite. Come in Tutto può cambiare, il regista ci dà modo quindi di assistere al miracolo della musica che prende forma, partendo dagli spunti più banali e arrivando poi a livelli elevatissimi di qualità.
E come nel suo precedente film, John Carney non bada soltanto alla musica, ma anche alla storia. Sing Street infatti si concentra anche sulle vicende private dei ragazzi, e dà spazio a un sacco di comprimari davvero irresistibili: il fratello fricchettone del cantante, la ragazza che lui vorrebbe conquistare, il serioso preside della scuola… ciascuno di loro, pur essendo esterno alla band, finisce per influenzarne pesantemente la crescita musicale e umana, perché è proprio dalle loro esperienze di vita che i ragazzi tirano fuori i loro pezzi migliori.
Dopo aver visto Sing Street sono uscito con il sorriso sulle labbra, canticchiando quelle canzoni per tutta la strada dal cinema a casa mia. Sono convinto che farebbe lo stesso effetto anche a voi.

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Ti amo ancora Wendy

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Da bambino, una delle mie prime cotte infantili fu Wendy Windham. Era la classica biondona californiana, alla quale Madre Natura aveva donato anche un sorriso contagioso e due seni grossi come meloni. Come se non bastasse, Wendy era anche simpatica: stava al gioco quando Bonolis la prendeva in giro per il suo accento americano o il suo fisico da pin-up, e anzi era lei la prima a scherzarci sopra, dimostrando un’autoironia che me la faceva amare ancora di più.
Oltre che la soubrette faceva anche l’attrice, e arrivò a recitare nel telefilm più popolare che ci fosse allora, Un medico in famiglia: probabilmente Lino Banfi avrà rimpianto di non averla conosciuta quando faceva ancora le commedie sexy. E a posteriori, vi dirò che questo peso sul cuore ce l’ho anch’io.
Ma tutte le cose belle devono finire. Così, dopo qualche anno di amore a senso unico, Wendy lasciò me e tutti gli italiani per andare a cercar fortuna. E porca miseria se l’ha trovata: si è sposata con un miliardario di Miami, e adesso sono 15 anni che lei e i suoi soldi (pardon, suo marito) vivono felici e contenti.
Saranno quasi vent’anni che non la vedo in televisione, ma Wendy ce l’ho stampata in testa come se l’avessi vista stamattina in coda dal fornaio. Perché lei è stata la bionda per eccellenza degli anni 90, come Natalia Estrada è stata la mora: se allora fosse esistito Twitter, le schermaglie scherzose tra il #teamWendy e il #teamNatalia si sarebbero sprecate. E invece il dibattito filosofico su chi fosse più gnocca rimase confinato ai peggiori bar dello Stivale, all’interno dei quali, se una delle due fosse entrata anche solo per comprare le sigarette, si sarebbe registrato un tasso di infarti da far invidia ad un ospizio.
Come avrete intuito, per me esistono poche bellezze al mondo in grado di reggere il confronto con Wendy: una di queste è senza dubbio January Jones. E’ soprattutto per la sua presenza che ho deciso di vedere Sweetwater.
Questo film parte subito in quarta. All’interno di un piccolo paesino di frontiera, un predicatore sfrutta il suo carisma per dettare legge su tutto e su tutti: un piccolo proprietario terriero (marito della nostra January) si ribella ai suoi soprusi, e ovviamente finisce ammazzato.
Peccato che il morto in questione avesse una moglie con i controfiocchi. Questa donna dal carattere indomito non si rassegna a lasciare invendicata la morte del marito, anzi fa di tutto perché il predicatore paghi le sue colpe. E non è l’unica ad avere quest’intenzione: l’ha messo nel mirino anche il nuovo sceriffo del paese (un gigantesco Ed Harris), che ha un profondo senso di giustizia e quindi farà di tutto perché la verità venga alla luce. Il guaio è che i due perseguono lo stesso fine con mezzi diversi: la vedova vuole una vendetta sanguinosa, lo sceriffo vuole una punizione che resti nei confini della legge. Si crea così una sorta di triangolo della morte, dagli esiti semplicemente imprevedibili: chi trionferà alla fine, la vedova, lo sceriffo o il male?
Ritengo che uno dei migliori cattivi di sempre sia Big Jim. Questo personaggio è stato creato da Stephen King per il romanzo The Dome, dal quale è poi stata tratta la famosa serie tv Under the Dome. Il predicatore di Sweetwater lo ricorda molto, perché ha tutto ciò che rendeva Big Jim il diavolo in persona: l’arroganza, la mancanza di scrupoli, la capacità di fiutare le debolezze altrui e di usarle per piegare gli altri al proprio volere. Con il passare dei minuti l’odio dello spettatore per questo personaggio cresce in modo smisurato, e allo stesso modo aumenta sempre di più la nostra ammirazione per i due che hanno avuto il coraggio di sfidarlo.
Certo, ciascuno di noi a seconda del proprio carattere si schiererà dalla parte di un personaggio diverso: i più sanguinari dalla parte della vedova, i più garantisti da quella dello sceriffo. Uno dei due riuscirà a centrare l’obiettivo? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere Sweetwater: è uno dei film più potenti che abbia visto negli ultimi anni.

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Io e Valeria

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Quando cominciai a lavorare, entrai in confidenza fin dai primi giorni con una collega in particolare. Fisicamente era carina, ma il suo fascino dipendeva da un altro fattore: il suo straordinario portamento. Era molto giovane quando la conobbi, ma era già una vera signora, sprizzava classe da tutti i pori. Io invece ero un tamarro, ma sul lavoro mi davo un tono e quindi la differenza tra noi due passava quasi inosservata.
Erano tante le cose che mi piacevano del mio rapporto con Valeria: la libertà con cui parlavamo di tutto, la facilità con cui ogni conversazione assumeva una piega divertente, la nostra capacità di calmarci a vicenda quando uno dei due attraversava un periodaccio… insomma, eravamo davvero una bella squadra.
So cosa starete pensando: che ad un certo punto ci siamo innamorati. E invece no: il bello del nostro rapporto era proprio l’assenza di risvolti sentimentali. Quando una persona ti piace, inevitabilmente cerchi di fare su di lei un’impressione più positiva possibile, e quindi il rapporto diventa meno spontaneo; se invece vi frequentate soltanto come amici, allora tu sei libero di essere te stesso fino in fondo, e non senti il bisogno di nascondere i difetti sotto al tappeto o di esaltare al massimo le tue qualità.
Preferivo mantenere il nostro rapporto su un piano puramente amichevole anche per un altro motivo: quando la conobbi soffrivo ancora a causa di un’altra donna, e quindi non mi sentivo pronto a buttarmi di nuovo in pista. Perché alla fine la vita è tutta una questione di tempismi: spesso la differenza tra un finale e l’altro la fa soltanto il momento in cui due persone si incontrano. Third person questo concetto lo fa capire perfettamente.
Questo film corale descrive le vicende di 3 personaggi: un riccone che rimorchia una bellona in un bar, un marito indeciso tra la moglie e l’amante, una donna separata che cerca di ottenere la custodia congiunta del figlio. Tutte e 3 le storie sono molto avvincenti, ma ciò che rende questo film davvero geniale è il modo in cui queste vicende si intrecciano: un biglietto che passa casualmente di mano in mano, un ascensore che si chiude al momento giusto, una telefonata che arriva nel momento sbagliato… sono questi piccoli dettagli a far precipitare le cose o a farle andare nel miglior modo possibile, e i personaggi non possono farci niente: possono soltanto sperare che la ruota della fortuna giri per il verso giusto. Come è successo a me quando ho conosciuto Valeria.

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