Una serie completamente folle

I film di fantascienza degli anni 80 erano una vera figata. A renderli unici e immediatamente riconoscibili contribuivano vari elementi:

– erano ambientati quasi tutti in un futuro post – apocalittico, con delle città in rovina che sorgevano in mezzo a deserti aridi e secchi;
– a parte i protagonisti (che erano belli come il sole), tutte le persone che ci abitavano avevano subito innesti robotici o mutazioni genetiche, che risultavano più o meno spaventose a seconda dell’abilità del truccatore;
– a comandare queste persone geneticamente modificate c’era sempre un regime totalitario, comandato da un dittatore che governava i suoi sudditi in modo dispotico e crudele. La missione del protagonista era proprio quella di rovesciare il dittatore, o morire provandoci.

Il capolavoro assoluto di quella stagione fu senza dubbio 1997: Fuga da New York. Lo rivedo almeno una volta l’anno, meravigliandomi ogni volta della sua bellezza e di quanto sia invecchiato bene. Tuttavia, la scorsa Estate ho alleviato la mia nostalgia di quei film in modo diverso: ho divorato in pochi giorni tutte le puntate di Blood Drive.
Come avrete intuito, questa serie tv è un dichiarato omaggio alla fantascienza degli anni 80, della quale riprende tutti gli elementi che ho citato prima. Tuttavia, non si limita affatto ad un’inutile rimasticatura di cose già fatte: al contrario, gli sceneggiatori ci hanno messo molto del loro, dimostrando di avere una fantasia sfrenata in ogni singolo episodio. E’ proprio per questo che preferisco non dirvi niente sulla trama di Blood Drive: non voglio togliervi il piacere di vedere una serie che tira fuori dal cilindro almeno 3 o 4 colpi di scena a puntata, alcuni dei quali davvero clamorosi.
La consiglio a tutti, anche a quelli che non amano la fantascienza: la trama folle e politicamente scorretta di Blood Drive conquisterà anche loro.

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Abbiamo vinto tutti

La scorsa notte ci sono stati due eventi importanti, e attaccati l’uno all’altro. Il primo è stato lo spoglio delle schede elettorali, che dalle 23 in poi ha tenuto incollata allo schermo buona parte degli italiani; il secondo è stata la notte degli Oscar, che in pratica non ha seguito nessuno, tranne qualche cinefilo troppo eccitato per addormentarsi. Tra questi fan accaniti e incapaci di prender sonno, come ogni anno, c’ero anch’io. : )
Quest’anno ne è proprio valsa la pena, di passare una notte in bianco per gli Oscar. Innanzitutto perché a quella cerimonia si è fatto onore (e ha fatto onore all’Italia) un film del nostro paese. Chiamami col tuo nome non ha potuto essere candidato come miglior film straniero per un cavillo: secondo il regolamento, doveva essere girato in italiano e poi doppiato per concorrere in quella categoria, e invece è stato recitato direttamente in inglese. In compenso l’hanno nominato per altri 4 Oscar, e ha vinto l’unico per cui aveva delle serie chances (miglior sceneggiatura non originale). Tra l’altro mi fa doppiamente piacere che abbia vinto proprio quell’Oscar, perché a scrivere il film è stato un grande regista (James Ivory), che ha donato al mondo dei capolavori indimenticabili come Camera con vista e Quella sera dorata.
Insomma, se in campo politico ieri è stata una giornata di vittoria per alcuni e di sconfitta per altri, a questi Oscar ha vinto l’Italia tutta, e tutti gli italiani devono essere orgogliosi del traguardo raggiunto dal film di Luca Guadagnino.
La miglior sceneggiatura originale invece è quella di Scappa – Get Out. Un premio anche questo strameritato: come dissi quando commentai le nomination, è uno dei film più intelligenti e originali degli ultimi anni, e quindi me lo aspettavo.
Ho sbagliato clamorosamente invece il pronostico sul miglior film: l’Academy ha sempre evitato come la peste i film di fantascienza (anche quando si trattava di capolavori assoluti), quindi mai avrei potuto immaginarmi che La forma dell’acqua avrebbe interrotto questo lunghissimo tabù. Già dai verdetti del 2017 comunque era possibile intuire che l’Academy stesse diventando meno conservatrice e più aperta ai film di ogni genere: l’anno scorso infatti venne premiato (anche se con un Oscar molto meno importante) un film d’azione super – tamarro come Suicide Squad, che un tempo non sarebbe mai arrivato neanche alle nomination.
Proprio il confronto con l’anno scorso mi fa intuire che questa è stata un’annata non brillantissima per quanto riguarda la qualità media dei film. Per capirlo mi basta guardare il mio blog: nel 2017 recensii 4 dei film candidati (Suicide Squad, Silence, La battaglia di Hacksaw Ridge e Loving), nel 2018 invece soltanto uno (Baby Driver, che tra l’altro è rimasto a bocca asciutta). Ma è stato anche grazie a questo deserto generale che un nostro film indipendente è riuscito ad arrivare fino alla notte degli Oscar, quindi va benissimo così. Godiamocelo tutto questo premio, perché chissà quando torneremo a ricevere una soddisfazione come questa. E complimenti anche a James Ivory: come potete vedere dalla foto sotto, è un mostro anche di ironia oltre che di bravura. : )

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Un posto incantevole

Ognuno di noi ha un posto in cui si sente a casa. Può essere il bar dove vai a fare colazione, il ristorante dove mangi una pizza ogni tanto o la bottega in cui vai a comprare il latte e le uova: magari non ci hai mai fatto caso, ma dopo un po’ che ci vai la colazione o il latte finito diventano soltanto un pretesto, per te la cosa più importante è andare lì e passare un po’ di tempo in modo piacevole e spensierato.
Di solito questi posti sono così accoglienti perché a gestirli c’è una persona che sa trattare i clienti, ama stare con la gente, e riesce ad ispirarti simpatia dalla prima volta che metti piede nel suo piccolo regno. Se poi sono simpatici anche i clienti abituali, a quel punto è davvero il massimo.
Il mio luogo del cuore è una trattoria fiorentina, a due passi dalla stazione di Santa Maria Novella. La padrona è la versione toscana della Sora Lella, quella che faceva la nonna nei film di Verdone, e infatti sono 10 anni che mi considero ormai un suo nipote acquisito. Da lei si mangia benissimo, ma non è questo il motivo per cui non lo troverete mai vuoto: la gente va a mangiare dalla Maria perché grazie a lei in quella trattoria si respira un’atmosfera incantevole, percepisci quel pizzico di magia che non troverai mai in nessun fast food.
Di recente ho visto un film che coglie perfettamente la magia di questi luoghi: Jimmy Dean, Jimmy Dean. E’ ambientato principalmente in un bar, gestito dalla signora Juanita: lei avrà sicuramente i suoi difetti, perché è un po’ bigotta e non riesce a tenere a freno quella linguaccia, ma nel complesso è davvero di una simpatia infinita. Di conseguenza, anche se il suo bar non è certo all’ultima moda, i clienti vengono a frotte per berci un caffè o una spremuta. Ovviamente anche tra di loro ci sono dei personaggi indimenticabili: la fan sfegatata di James Dean, la sensuale Sissy, la frizzante Stella… ciascuno di questi comprimari ha un feeling perfetto con la vulcanica Juanita, e soprattutto ha alle spalle una storia clamorosa, che con il passare del film emerge in modo sempre più sorprendente.
Come avrete intuito, l’atmosfera e i personaggi sono senza dubbio due punti di forza di questo film. Ce ne sarebbero anche altri, ma preferisco non svelarli, per non rovinarvi il gusto della sorpresa. Se volete vedere Jimmy Dean, Jimmy Dean, lo trovate gratis su Youtube, e più precisamente qui. Non ringrazierò mai abbastanza chi ha caricato il video.

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Di questo film non vi scorderete mai più

Il 2017 è stato l’anno in cui ho visto più film in assoluto: ben 112. Posso dirvelo con questa precisione perché tengo un elenco dei film visti nella mia posta elettronica: nei commenti condividerò con voi la lista del 2017.
A Dicembre, quando ho capito che per la prima volta avrei raggiunto quota 100 film in un anno, capii anche che come centesimo titolo non potevo scegliere un film qualunque. Ci voleva qualcosa di forte, di unico, che mi sarebbe rimasto impresso anche di lì a 5 anni. La scelta venne spontanea: Scappa – Get Out. Avevo intuito prima ancora di vederlo che sarebbe stato un film fuori dall’ordinario, ma non mi sarei mai aspettato una sceneggiatura così geniale, e soprattutto così originale: questo è forse il più bel complimento che si possa fare ad un film, dato che adesso la maggior parte delle storie che vediamo sul grande schermo sono una mera rimasticatura di altri film già visti in passato.
Di conseguenza, sono STRAFELICE che Scappa – Get Out abbia ottenuto una vagonata di nomination pesanti ai prossimi Oscar: hanno annunciato le candidature proprio oggi, e ovviamente questo non è stato l’unico spunto interessante.
Ho notato con piacere, ad esempio, che tra gli attori candidati ci sono molti nomi di grande talento: tra gli attori non protagonisti in particolare ci sono Willem Dafoe, Woody Harrelson e Sam Rockwell, 3 artisti a cui sono molto affezionato. Per i primi 2 vi potrei citare un’infinità di film che me li hanno fatti amare (tra di essi anche il recentissimo Seven Sisters); il terzo invece l’ho visto una volta sola ma in un film gigantesco, Stanno tutti bene. E’ uno dei miei film preferiti in assoluto, e quindi sono eternamente grato a chiunque ci abbia lavorato, foss’anche soltanto per portare il caffé a De Niro. Se vincesse uno di questi 3 attori (ed è probabile, dato che Rockwell è il gran favorito) sarei molto contento.
Sempre in quella categoria, leggo la candidatura di Christopher Plummer in Tutti i soldi del mondo come una chiara volontà di infierire su Kevin Spacey. Che ci fosse questo disegno lo avevo intuito già quando Plummer era stato candidato ai Golden Globes. In quel caso la frecciata era ancora più evidente, perché quelle nomination furono annunciate quando lui aveva finito di rigirare le scene di Spacey da pochi giorni: dubito fortemente che in così poco tempo i giurati dei Golden Globes abbiano avuto l’occasione di ammirare la sua performance, e quindi è chiaro che lo candidarono a scatola chiusa, per il puro gusto di fare un dispetto a Spacey. Lungi da me la volontà di difendere l’indifendibile, ma non mi è mai piaciuto colpire un uomo già a terra, e quindi leggo questa nomination come una stucchevole caduta di stile.
Positiva al massimo invece la decisione di candidare Baby Driver: tra l’altro è uno dei pochi film nominati che ho visto. Gli altri sono il già citato Scappa – Get Out, Dunkirk e Blade Runner 2049: di questi 3, il primo è l’unico che mi è piaciuto davvero.
Tra i film candidati che non ho visto invece mi ispirano molto The Post e Mudbound: il primo perché ci ha lavorato tutta la Hollywood che conta (un po’ come accadeva nei grandi kolossal degli anni 50), il secondo perché mi interessano molto i film sul razzismo.
Anzi, a pensarci bene mi ispira anche Kong: Skull Island: in parte perché non mi perdo un film di John Goodman, in parte perché me l’hanno descritto come un film tamarro a più non posso, e quindi non posso perdermelo. : ) Tra l’altro, dopo l’exploit di Suicide Squad l’anno scorso, questa è la seconda volta di fila che un film pataccone viene nominato agli Oscar: apprezzo molto quest’inversione di tendenza, perché anche in dei film senza pretese come questi è possibile trovare della qualità e perfino della bellezza, e quindi è giusto che l’Academy non li snobbi per principio.
Per la miglior sceneggiatura non originale tiferò a tutto spiano per 2 grandi registi nominati nella categoria sbagliata, James Ivory e James Mangold: il primo ci ha regalato Camera con vista (un altro dei miei film preferiti) e il secondo Cop Land, che considero uno dei migliori polizieschi di sempre.
Sempre in quella categoria riesce ad ottenere un posticino The Disaster Artist, che sembrava poter raccogliere molte più nomination: stupisce in particolare che non sia stato candidato per il miglior attore, dato che James Franco aveva addirittura vinto il Golden Globe. Anche qui temo fortemente che abbiano influito le accuse di molestie all’attore.
Per quanto riguarda le categorie principali, fino a poche settimane fa la lotta per il miglior film sembrava ristretta a 2 titoli: The Post e Chiamami col tuo nome. Poi nelle ultime settimane ha compiuto una clamorosa rimonta Tre manifesti a Ebbing, Missouri, e a questo punto mi sento di indicarlo come il favorito. Anche perché The Post è stato “bruciato” già adesso: era assolutamente imprevedibile che questo film ottenesse la miseria di 2 candidature, e questa bocciatura è stata forse la più grande sorpresa di queste nomination.
Non ingannino invece le 13 candidature di The Shape of Water: è un film di fantascienza, e questo è un genere che i giurati dell’Academy evitano come le cacche per strada. Potrebbe tuttavia vincere per la miglior regia: come vi ho detto prima, l’Academy è in vena di dispetti, e premiare un regista messicano sarebbe l’ennesima bordata a Trump da parte di Hollywood.
Non mi vengono in mente delle esclusioni particolarmente clamorose: sì, potevano candidare Wonder Woman e Assassinio sull’Orient Express, ma era chiaro che questi film non avrebbero comunque avuto grosse chances di vittoria. Questo mi fa pensare che almeno a livello di nomination la selezione dell’Academy sia stata oculata.
Tirando le somme, direi che queste candidature mi hanno soddisfatto: hanno nominato 2 film che ho apprezzato molto (Scappa – Get Out e Baby Driver), e anche tra gli attori ho diversi beniamini in lizza per il premio. E voi per chi tiferete alla prossima notte degli Oscar?

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Salvami

Fino a pochi mesi fa lavoravo insieme ad una collega molto particolare. Non si poteva certo definire una bellezza da Miss Italia, e neanche una di quelle che fanno girare gli uomini in mezzo alla strada, eppure la trovavo molto attraente. In parte perché aveva una bella voce ed era un’abile conversatrice, quindi con lei facevo delle chiacchierate stupende; tuttavia, il motivo principale era un altro. Ciò che mi aveva conquistato di lei era il fatto che, quando parlava con te, ti guardava come se tu fossi la cosa più importante del mondo. Era capace di farti sentire speciale solo con uno sguardo, e questa sua qualità mi aveva stregato fin dalla prima volta che i suoi occhi si sono posati su di me.
Sfortunatamente era fidanzata da anni, quindi non ho mai preso neanche in considerazione l’eventualità di corteggiarla. Tuttavia, lei resta una delle donne più affascinanti che io abbia mai incontrato. La donna nella foto non è lei, ma le assomiglia abbastanza.
Anche il film Seven Sisters è esattamente come lei: ha qualche piccolo difettuccio, ma questo non toglie nulla al suo fascino irresistibile.
Questo film conquista lo spettatore fin dalla prima scena, facendolo immergere da subito nella sua particolarissima ambientazione: siamo in un futuro distopico, in cui la crescita demografica e il contemporaneo calo delle risorse hanno messo a rischio la sopravvivenza stessa dell’umanità. Così Nicolette Cayman, premier di uno stato non meglio precisato, opta per una soluzione drastica: imitare la Cina, e introdurre anche nel suo paese la politica del figlio unico.
La legge ha effetto retroattivo: di conseguenza, nelle famiglie con più figli solo il primogenito ha diritto all’esistenza, tutti gli altri saranno decisamente meno fortunati.
Come suggerisce il titolo, il film si concentra su una famiglia in particolare: quella di Terrence Settman, un nonno amorevole che ha cresciuto da solo le sue 7 nipoti. Queste 7 donne sono molto diverse per carattere, ma hanno tutte lo stesso spirito indomito, e questo le spingerà a lottare con tutte le loro forze per salvare l’una la vita dell’altra. Anzi, con il passare del tempo il loro obiettivo diventa ancora più ambizioso: non vogliono limitarsi a sopravvivere, ma cercano anche un modo per liberare il paese dalla tirannia della perfida dittatrice che vuole la loro morte.
Ed è proprio questo che rende Seven Sisters un film così riuscito: non è un semplice survival movie, ma uno scontro epico tra bene e male, i cui sviluppi, ve lo assicuro, sono davvero imprevedibili. Questo film mi ha fatto balzare sulla sedia più e più volte, perché i suoi colpi di scena arrivano tutti assolutamente inaspettati, e vanno sempre in una direzione che lo spettatore non aveva neanche preso in considerazione.
Non sono l’unico ad essermi accorto della genialità di questo film, perché quando hanno cominciato a scorrere i titoli di coda è partito l’applauso a fine proiezione. E’ per vivere momenti come questo che continuerò sempre ad andare al cinema.

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Amici per sempre

Chi non è mai stato a Udine non può capire cosa rappresenti per i suoi abitanti piazza Matteotti. Andai in quella città per assistere ad un concerto: era un fine settimana, quindi mi stupì moltissimo vedere che le strade erano tutte completamente deserte. Poi io e i miei amici arrivammo appunto in piazza Matteotti, che invece era stracolma: pensavamo che ci fosse un evento, invece scoprimmo che gli udinesi si riuniscono lì tutti i week – end, e danno libero sfogo a tutta la loro allegria e gioia di vivere. Appena entri lì hai la sensazione di essere capitato in una città spagnola, per l’atmosfera festosa che si respira e per l’estrema socievolezza di chi la frequenta.
Io e i miei amici saremmo dovuti ripartire la mattina dopo il concerto, ma rimanemmo così conquistati da quella piazza che decidemmo di restare per tutto il fine settimana. Non sono più tornato a Udine e forse mai ci tornerò, ma mi resterà sempre il ricordo di quel week – end perfetto, passato in ottima compagnia nel miglior posto possibile.
Io e quel gruppo di amici ci siamo rivisti qualche giorno fa: siamo andati al cinema, e abbiamo visto Borg McEnroe. Non potevamo scegliere occasione migliore per ritrovarci.
Il film parte subito in quarta, facendoci capire fin dalla prima scena quale sarà il punto centrale della trama: la finale di Wimbledon del 1980, in cui si scontrarono per la prima volta i due tennisti più forti del mondo: Borg e McEnroe, appunto. A rendere appassionante la sfida non è soltanto l’assoluta parità di talento tra i due finalisti, ma anche il fatto che si scontrino due modi opposti di vivere il tennis e la vita in generale: Borg è il classico nordico posato, equilibrato, metodico, che gioca con freddezza e non lascia mai trasparire nessuna emozione; McEnroe invece è tutto genio e sregolatezza, vive sempre a cento all’ora e mette la sua bruciante passione in tutto quello che fa. Così a seconda del proprio carattere allo spettatore verrà da tifare per l’uno o per l’altro fuoriclasse, e quindi a vivere la sfida da un diverso punto di vista.
Naturalmente il film non si limita ad una mera ricostruzione di quella finale: al contrario, il racconto viene spesso interrotto da dei flashback mai inutili e mai banali, che ci aiutano a conoscere meglio ciascuno dei due campioni e ad affezionarci ancora di più a loro. E il bello è che per tutto il film, flashback compresi, non viene mai meno quello che è il vero punto di forza di Borg McEnroe: l’atmosfera epica, la sensazione di trovarsi di fronte a dei giganti che stanno per fare qualcosa di grandioso. Chi esulterà alla fine dello spettacolo? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di andare a vedere Borg McEnroe: ne sarete deliziati.

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Due come noi

Quand’ero bambino, c’era un genere cinematografico che stava dando i suoi ultimi, meravigliosi frutti: il buddy movie.
Nei film di questo genere c’erano due uomini (quasi sempre dei poliziotti) totalmente opposti tra loro: i due erano costretti a lavorare insieme per un breve periodo, durante il quale prima si odiavano, poi sviluppavano un certo feeling e alla fine si volevano bene come fratelli. Erano film in cui c’era la giusta dose di tutto: azione e comicità, botte e buoni sentimenti.
In Italia abbiamo avuto un filone d’oro di buddy movies, grazie alla splendida coppia formata da Bud Spencer e Terence Hill; tra quelli americani invece mi sono sempre piaciuti i film di Arnold Schwarzenegger e Danny De Vito. Tra l’altro Arnold era perfetto per questo genere, perché lui ci metteva i muscoli e le botte, e la sua spalla comica alleggeriva la situazione piazzando qualche battuta fulminante qua e là: non a caso ha fatto un buddy movie anche con Jim Belushi, il mitico Danko.
Ma tutte le cose belle devono finire. E così Bud Spencer e Terence Hill hanno preso strade diverse, Arnold ha iniziato una brillante carriera politica, e i buddy movies in generale sono stati sostituiti da altri generi di maggiore successo.
Tuttavia, sappiamo bene che a Hollywood niente rimane sepolto per sempre. Soprattutto adesso che di idee nuove non ce ne sono, e quindi è tutto un rimasticare cose già fatte. Così anche il buddy movie, che sembrava destinato a diventare un’anticaglia come il grammofono o la cabina telefonica, è tornato sulla cresta dell’onda: l’anno scorso ha dato segnali di risveglio con l’ottimo The Nice Guys, adesso ha battuto un altro colpo con Come ti ammazzo il bodyguard.
La trama di questo film è molto semplice: un dittatore dell’Est Europa (un sontuoso Gary Oldman) è sotto processo all’Aia per crimini contro l’umanità. Ovviamente ci sono un sacco di testimoni pronti a raccontare due o tre cosette su di lui, ma nessuno di loro ha delle prove concrete in mano, e quindi il suo avvocato ha gioco facile nel mettere in dubbio la loro credibilità.
Poi il pubblico ministero tira fuori un asso dalla manica, annunciando che ha trovato un nuovo testimone super attendibile: il sicario Darius Kincaid, che ha lavorato per l’imputato anni prima e ha una valanga di prove concrete a suo carico.
A quel punto il dittatore comincia a farsela nei pantaloni, e dà l’ordine di trovare il sicario e ucciderlo prima che possa testimoniare contro di lui.
Per fortuna però Darius può contare sul suo bodyguard, Michael Bryce: la seconda parte del film infatti si basa interamente sui disperati tentativi di Michael di tenere in vita il suo cliente, e soprattutto sul rapporto tra i due, che con il passare del tempo diventa sempre più profondo e ricco di risvolti comici. Riuscirà questa strana coppia ad arrivare all’Aia sana e salva? Non posso dirlo, naturalmente.
Come potete vedere, questo film è una riuscitissima combinazione di tanti ottimi elementi: la comicità, l’azione, la suspense tipica dei legal thriller… a tutto questo si aggiunge ovviamente la grande intesa tra i due protagonisti, che è il vero punto di forza di questo esilarante buddy movie.
Come ti ammazzo il bodyguard è uno di quei film da guardare quando hai bisogno di staccare la spina, e passare due ore in totale spensieratezza. Anzi, in realtà il suo effetto benefico dura anche più a lungo, perché nei giorni successivi ti viene da ripensare alle scene più divertenti e geniali, e scoppi a ridere come se tu ce le avessi ancora davanti agli occhi. C’è sempre bisogno di film così. E c’è sempre bisogno di un buon buddy movie.

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