Combattere per un ideale

A tutti noi è capitato di lottare per una causa in cui credevamo. Poteva essere qualcosa di banale o di fondamentale, di piccolo o di enorme, ma ci ha comunque permesso di sentirci vivi, di venire infiammati dalla passione che proviamo quando difendiamo qualcosa che ci sta a cuore.
Oggi possiamo farlo più facilmente rispetto al passato: ognuno di noi può esprimere il proprio dissenso comodamente seduto sul divano, digitando qualche commento indignato su questo o quel social. Tuttavia, niente può sostituire l’euforia e l’adrenalina che ti scorrono dentro quando scendi in piazza, e ti riunisci insieme a qualcuno che come te ha mollato tutti i suoi impegni per essere lì. Magari non vi siete mai incontrati prima di allora e non vi vedrete mai più dopo quel giorno, ma in quel momento siete uniti come fratelli, e provate un senso di vicinanza che nessun social network potrà mai creare.
Esperienze come queste mi hanno insegnato che combattere per un ideale è una delle azioni più nobili e più esaltanti che un uomo possa compiere. Lo ha fatto anche Jack Godell: si è accorto che nella centrale nucleare in cui lavora non viene rispettata nessuna misura di sicurezza, e quindi si rischia una catastrofe ogni volta che vengono accesi gli interruttori. Lui segnala più volte questi problemi ai suoi superiori, ma la risposta è sempre la stessa: mettere in sicurezza l’impianto ci costerebbe troppi soldi, quindi torna al lavoro e non dire a nessuno ciò che hai scoperto.
Allora Jack si rivolge alle uniche persone disposte a dargli ascolto: due giornalisti coraggiosi come lui, che sono pronti a tutto pur di far sapere al mondo cosa sta succedendo in quella centrale. La loro lotta per la verità e la giustizia li porta a venire messi nel mirino da persone molto potenti e pericolose, ma la fede nei loro ideali li porta ad andare avanti qualsiasi cosa succeda: con il passare dei minuti l’ammirazione dello spettatore nei loro confronti cresce a dismisura, e lo porta a sperare con tutte le sue forze che alla fine riescano a raggiungere il loro obiettivo. Ce la faranno? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere Sindrome cinese: ne sarete deliziati.

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Povero ma felice

Una volta i miei genitori mi portarono al circo: riuscimmo a sederci in prima fila, quindi ebbi la fortuna di godermi lo spettacolo da una posizione privilegiata.
Tra tutti gli artisti che vidi quel giorno, uno in particolare mi rimase impresso: il domatore di coccodrilli. Entrò in scena con una di quelle bestione totalmente libera: il coccodrillo cominciò a camminare a passo veloce verso gli spettatori, ma bastò che il domatore facesse un rapido movimento delle dita davanti ai suoi occhi e l’animale si bloccò completamente, come se l’avessero congelato. L’artista ripeté lo stesso trucco più e più volte, e in una di quelle occasioni il coccodrillo si fermò proprio davanti a me: tra noi ci sarà stato al massimo mezzo metro di distanza, e non c’era nessuna barriera a proteggermi. Il bello è che, nonostante la situazione di estremo pericolo in cui mi trovavo, io mi sentivo totalmente al sicuro: infatti il domatore aveva l’aria di sapere perfettamente cosa stava facendo, e riusciva a trasmettere questa sua sicurezza anche al pubblico. E infatti non successe niente a nessuno: dopo averli ipnotizzati tutti il domatore batté le mani, i coccodrilli si risvegliarono dall’incantesimo e tornarono tutti da dove erano venuti.
Quel giorno imparai che il senso di sicurezza è profondamente contagioso. Se hai la certezza assoluta che qualcosa andrà bene, le persone intorno a te se ne accorgeranno, e tenderanno a condividere questo tuo ottimismo. Se hai fiducia in te stesso, probabilmente otterrai anche la fiducia degli altri. E’ un meccanismo irrazionale, ma l’ho visto succedere più e più volte dopo quel giorno al circo. Ad esempio, talvolta sono andato a dare un esame all’università con la certezza di essere preparato, il professore si accorgeva della sicurezza con cui rispondevo alle domande e quindi l’esame diventava quasi una formalità. In un certo senso, ero diventato anch’io un domatore di coccodrilli.
Come avrete intuito, quell’unica volta in cui sono stato al circo ha segnato profondamente la mia vita. Per questo motivo, non potevo assolutamente perdermi il biopic su colui che il circo l’ha praticamente inventato: The Greatest Showman.
Questo film mi ha conquistato fin dalla prima scena, perché dal punto di vista estetico è di una bellezza e di un’eleganza senza pari. In più c’è anche tanta sostanza: infatti oltre al tema principale (la fondazione del circo Barnum) ci sono anche tante sottotrame che arricchiscono moltissimo la storia, e permettono di affezionarsi a molti altri personaggi oltre al protagonista. A seconda del proprio carattere ogni spettatore tenderà ad identificarsi con un personaggio diverso, e quindi a seguire la storia da un diverso punto di vista. Io mi sono immedesimato proprio nel protagonista, e di lui ho apprezzato soprattutto la capacità di conservare un atteggiamento solare e positivo qualsiasi cosa succeda: P. T. Barnum è partito dal nulla e ci è tornato più volte, ma anche nei periodi di maggiore povertà non ha mai perso il suo talento nel trovare sempre un motivo per essere felice. C’è sempre bisogno di uomini come lui. E c’è sempre bisogno di film come The Greatest Showman.

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We are the Champions

Alla fine di ogni Inverno arriva la cerimonia degli Oscar. Di solito la fissano a Febbraio, ma in realtà inizia 2 mesi prima, quando le case cinematografiche fanno uscire tutti i film che secondo loro hanno più chances di agguantare la statuetta. Così già a Natale puoi farti un’idea chiara di chi potrebbe vincere, e di solito a Gennaio hai già trovato almeno 2 o 3 film per cui fare il tifo.
Quest’anno, più che per i film, io tifavo per alcuni artisti che troppe volte si erano visti sbattere la porta in faccia dall’Academy. Glenn Close era alla sua settima nomination, così come Bradley Cooper e Wes Anderson. Amy Adams era appena più dietro: questa era la sesta volta che si presentava alla consegna delle statuette, dopo aver già preso 5 sberle una più cocente dell’altra. Ciascuno di questi artisti ha dato moltissimo al mondo del cinema, e quindi speravo ardentemente che almeno uno di loro potesse finalmente ottenere ciò che gli spettava. Alla vigilia l’unica dei 4 che sembrava avere delle serie possibilità di vittoria era Glenn Close, e anche lei non poteva dormire sonni tranquilli, perché Olivia Colman era una rivale più che credibile. Alla fine tutti loro, lei compresa, si sono confermati degli eterni secondi: il dispiacere più grande l’ho provato proprio per Glenn Close, perché dei 4 è quella che recita più raramente in dei film da Oscar (e infatti 5 delle sue 7 nomination risalgono ai tempi dei Righeira).
Per quanto riguarda l’Oscar al miglior film, credo che succederà come nel 2017: in quell’occasione più che della vittoria di Moonlight si parlò della sconfitta di La La Land, oggi più che della vittoria di Green Book si parlerà della sconfitta di Roma. Sono rimasto molto sorpreso da questo verdetto: infatti, anche se ritengo Roma un film sopravvalutato, mi sembrava che avesse tutto ciò che serviva per vincere l’Oscar principale (e infatti era strafavorito). Evidentemente non abbiamo tenuto di conto che anche Green Book aveva delle ottime carte da giocare, considerando la risaputa passione dell’Academy per i film sul razzismo.
Analizzando le premiazioni nel complesso, mi fa piacere notare che non c’è stato nessun film “cannibale”: gli Oscar sono stati “spalmati” su un ampio numero di film, e infatti anche il più premiato (Bohemian Rhapsody) ha ottenuto solo 4 statuette. Approvo questa politica, perché ogni anno escono tanti ottimi film, ed è un peccato quando uno solo oscura tutti gli altri facendo incetta di premi. E poi, è irrealistico che un film sovrasti tutti gli altri in ben 10 o più categorie: quando succede, vuol dire che si è deciso di premiarlo a prescindere, e questo ridimensiona il suo valore anziché esaltarlo.
Dovrei provare grande amarezza per questi Oscar, perché quasi tutti gli attori per cui facevo il tifo hanno perso. E invece sono contentissimo, perché tifavo anche per Rami Malek, e alla fine almeno lui è uscito vincitore dall’incertissimo duello con Christian Bale. Lo ritengo un verdetto giusto: infatti Christian Bale ha già vinto un Oscar (e potrà vincerne altri 5 in seguito), per Rami Malek invece questa potrebbe essere la prima e ultima volta che sale su quel palco. Insomma, come nel caso di Benigni e Dujardin, la consapevolezza che per lui non ci sarebbe stata un’altra occasione può aver giocato un ruolo decisivo nella sua vittoria. Senza dubbio anche il fatto di aver interpretato un personaggio iconico e amatissimo come Freddie Mercury l’ha aiutato molto.
E voi cosa ne pensate di queste folli premiazioni?

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Un film da applausi

L’anno scorso sono andato a vedere Blakkklansman al cinema. Non è stato il miglior film del mio 2018, e infatti non l’ho messo neanche nella mia Top 10; tuttavia al termine della visione è successa una cosa memorabile, perché è scattato l’applauso a fine proiezione. Non era la prima volta che mi capitava, ma è sempre un momento molto emozionante, che da solo vale il prezzo del biglietto.
E’ difficile che un film accontenti sia la critica che il pubblico, ma nel caso di Blakkklansman è andata esattamente così: è stato adorato fin da subito non solo da noi spettatori, ma anche dai critici, che da mesi hanno cominciato a spingerlo verso gli Oscar. Alla fine i loro sforzi sono stati premiati, perché oggi hanno annunciato le nomination, e Blakkklansman ha ottenuto ben 6 candidature: la sua vittoria è possibile soprattutto nella categoria miglior sceneggiatura, perché erano anni che Spike Lee non ne sfornava una così creativa e con così tanti colpi di genio.
Anche A star is born ha messo d’accordo sia la critica che il pubblico, e non era affatto scontato, considerato che il regista era esordiente, l’attrice pure e il film era l’ambizioso remake di un classico intramontabile. Tra l’altro Bradley Cooper non si è limitato a dirigere: ha anche prodotto il film, interpretato il protagonista, scritto la sceneggiatura e perfino la colonna sonora. Proprio perché A star is born l’ha praticamente fatto lui da capo a piedi, adesso si ritrova con ben 3 candidature in saccoccia (miglior film, miglior attore e miglior sceneggiatura): di conseguenza, sarebbe davvero clamoroso se questo non fosse l’anno buono per lui.
Non sarà invece l’anno buono per Ryan Gosling (clamorosamente escluso dalla categoria miglior attore protagonista): non deve abbattersi comunque, perché quasi tutti i film che ha fatto negli ultimi anni sono stati nominati all’Oscar, quindi è inevitabile che presto o tardi tocchi anche a lui. La sua esclusione mi ha stupito perché First Man sembrava essere davvero il titolo ideale per fargli vincere l’Oscar, visto che in quel film incarna un eroe americano a 24 carati. Tra l’altro mi ha stupito anche il totale cambio di registro di Damien Chazelle: è passato dalla messa in scena esagerata e coloratissima di La La Land alla direzione sobria e sommessa di First Man, dove anche i momenti più solenni sono stati recitati in modo volutamente poco caricato. Onestamente nessuno di questi 2 film mi ha entusiasmato, ma apprezzo la volontà di questo regista di reinventarsi continuamente, e di dare ad ogni sua opera un’impronta diversa. Sono proprio curioso di vedere cosa si inventerà e che tono darà al suo prossimo film.
Se nella categoria miglior attore tifo per Bradley Cooper, in quella miglior attrice invece spero che vinca Glenn Close: non tanto per il suo talento (comunque enorme), ma perché le è già capitato per ben 6 volte di perdere l’Oscar. So bene come ci si sente ad arrivare più volte a un passo dal traguardo, e poi perdere pur sapendo di meritare la vittoria: di conseguenza, mi auguro che Glenn Close riesca finalmente a spezzare questa lunga catena di ingiuste sconfitte.
Nella categoria miglior attrice non protagonista c’è un’altra eterna seconda, Amy Adams. Nel suo caso le nomination andate a vuoto sono 5, e probabilmente neanche questo sarà l’anno buono: Regina King ha vinto il Golden Globe, quindi ad oggi è lei la favorita. Mi dispiace che insieme a loro 2 non sia stata candidata anche Claire Foy, che in First Man ha recitato davvero divinamente.
Come miglior attore non protagonista invece si profila un bis di Mahershala Ali, diventato con un certo ritardo uno degli attori emergenti di Hollywood. Attenzione però anche ad Adam Driver, un’altra stella nascente (e devo ancora capire perché: a mio giudizio non brilla né per talento né tantomeno per bellezza).
Per quanto il premio come miglior regista, Cuaròn è da sempre un beniamino dell’Academy, quindi potrebbe tranquillamente ottenere il suo terzo Oscar. Non sono certo tuttavia che Roma possa vincere anche come miglior film: i giudici dell’Academy sono notoriamente degli ultra – conservatori, e quindi potrebbero decidere di non premiare per principio un prodotto Netflix.
A proposito di beniamini dell’Academy, forse la notizia più sorprendente è l’esclusione totale dell’ultima fatica di Clint Eastwood, The Mule: forse ha esagerato chi l’aveva definito il suo miglior film degli ultimi 25 anni, superando quindi anche Gran Torino (che è diventato un po’ la sua maledizione, perché dopo averlo girato non ha più saputo regalarci dei film all’altezza di quel capolavoro, al di là degli incassi strepitosi di American Sniper).
E’ rimasta a bocca asciutta anche Margot Robbie: per lei non ha funzionato neanche il vecchio trucco di imbruttirsi, come ha fatto in Maria regina di Scozia. A mio giudizio è stata penalizzata dalla concorrenza de La favorita: ogni anno l’Academy ricopre d’oro un film storico, ed evidentemente per il 2019 la scelta è caduta su quest’altro titolo.
Ho lasciato volutamente in fondo il film che più di tutti ha accontentato critica e pubblico, Bohemian Rhapsody. Come ho detto nel mio post precedente, ho amato alla follia questo film, quindi mi farebbe molto piacere se riuscisse a coronare il suo clamoroso successo con qualche statuetta. E se le cose andranno diversamente, poco male: Bohemian Rhapsody rimarrà comunque uno dei film più amati degli ultimi anni.
E voi per chi tiferete alla prossima notte degli Oscar?

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I 10 film più belli che ho visto nel 2018

All’inizio del 2018 mi ero posto un obiettivo molto ambizioso: concludere l’anno con 365 film visti, per una media perfetta di un film al giorno. Fino a Luglio sono rimasto pienamente in linea con quest’obiettivo; poi ad Agosto mi è venuta la nausea, e quindi da allora non ho visto quasi più niente. Nonostante questo rallentamento, il 2018 resterà l’anno in cui ho guardato più film in assoluto: ad oggi sono ben 212. Nei commenti condividerò con voi la lista completa.
Avendone guardati così tanti in così poco tempo, temevo che con il passare degli anni avrei finito per scordarmeli tutti, anche i più belli. Per evitare questo ho deciso di “salvare” almeno i migliori 10, elencandoli in questa classifica: spero che vi piaccia.

10) Mystic Pizza: Come spesso succede, i film più semplici sono anche i più riusciti.

9) Hostiles – Ostili: Un film con pochissimi dialoghi e molti primi piani di Christian Bale: giusto così, perché le sue espressioni dicono più di mille parole. Qui offre una delle sue migliori interpretazioni, e duetta alla perfezione con tanti altri fantastici attori.

8) Uomini violenti: Ci sono tanti personaggi interessanti, le loro vicende si incastrano tutte perfettamente, e quando lo sceneggiatore tira le fila della storia lo fa con una precisione e un’intelligenza senza pari.

7) Endgame – Bronx lotta finale: Bazzico poco la fantascienza, ma di questo genere apprezzo molto la possibilità di far immergere lo spettatore in un universo fuori dalla realtà, in un mondo che prima del film esisteva solo nella testa dello sceneggiatore e poi è diventato di tutti. L’universo di questo film è molto affascinante, e anche la storia ti tiene incollato allo schermo fino all’ultima scena: ricordo che rimandai il pranzo pur di non mettere in pausa il dvd.

6) Bronx: Robert De Niro si è pesantemente ispirato al suo maestro Scorsese per la sua prima regia, e il risultato è stato davvero memorabile.

5) Nella tana dei lupi: 50 Cent è una garanzia: quando c’è lui nel cast, puoi star certo che ti godrai un film d’azione più tamarro che mai. Qui però oltre alla tamarraggine c’è anche una sceneggiatura molto coinvolgente, e il carisma di Gerard Butler rende il tutto ancora più trascinante.

4) Bent – Polizia criminale: Vidi il trailer di questo film 15 giorni prima dell’uscita, e capii fin dal primo istante che sarebbe stato un film gigantesco. Di conseguenza quei 15 giorni di attesa furono più snervanti che mai, e quando alla fine arrivai in sala ero contento come un bambino la mattina di Natale. Il film ripagò in pieno le mie altissime aspettative, e tuttora ritengo che sia uno dei migliori polizieschi che abbia mai visto.

3) Four Brothers – Quattro fratelli: In un ironico post di qualche mese fa vi ho confessato la mia passione viscerale per Sofia Vergara. Questo è uno dei tanti film che ho guardato esclusivamente per la sua presenza, e porca miseria se ho fatto bene: il film è più bello di lei, e questo è davvero tutto dire.

2) Fire Squad – Incubo di fuoco: Quando gli americani decidono di fare un film epico, riescono a farti emozionare come nessuno al mondo. Questo film trasuda epica dal primo all’ultimo minuto, e quindi vederlo è più che un piacere: è un vero e proprio privilegio.

1) Una stagione da ricordare: Questo non è solo il miglior film del 2018, è proprio uno dei migliori film nella storia del cinema: se deciderete di guardarlo, continuerete a pensarci sopra per giorni e giorni dopo averlo visto, e vi emozionerete moltissimo ogni volta.

Menzione onorevole: Bohemian Rhapsody. Anche il film più brutto, se costellato da canzoni dei Queen ad intervalli regolari, ha delle grosse chances di diventare un mezzo capolavoro. In questo caso poi c’è anche un attore protagonista che riesce a fare l’impossibile, ovvero replicare il carisma di Freddie Mercury. Se non l’ho messo nella Top 10 è stato soltanto perché il regista di Mystic Pizza è riuscito a sfornare un filmone senza poter contare su tutti questi optional, e quindi a mio giudizio meritava maggiormente di stare tra i migliori 10.

E voi? Quali sono i film più belli che avete visto nel 2018?

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Ti amo ancora Elisa

Quando finii di studiare, per trovare un lavoro dovetti emigrare fino in Liguria. Per me, ragazzo della provincia toscana che non sapeva cucinarsi nemmeno un piatto di pasta, fu un trauma non da poco dover andare a vivere da solo nel giro di pochi giorni, peraltro in un posto così lontano da casa. Tuttavia mi adattai rapidamente a quel cambiamento, perché mi innamorai della Liguria dalla prima volta che ci misi piede: il posto era splendido, si mangiava bene ovunque e anche le persone, dopo un’iniziale freddezza, cominciarono a donarmi tanto affetto e tante attenzioni.
Ogni Venerdì prendevo 3 treni per tornare a casa, e il più lungo dei 3 era quello che andava da Genova a Firenze. Non ero l’unico a prendere abitualmente quel treno: lo prendeva anche una ragazza molto carina, che saliva a La Spezia e scendeva a Pisa.
Ve lo confesso: anche con lei fu un vero colpo di fulmine. A colpirmi non era tanto la sua bellezza, quanto il suo atteggiamento: quando mi sedevo vicino a lei per chiacchierare, Elisa sembrava sinceramente contenta di vedermi, e mi trattava con una dolcezza che mi faceva innamorare di lei ogni volta di più. Ma era un amore destinato a rimanere insoddisfatto, perché era già fidanzata: per altri questo non sarebbe stato un problema, ma per me era un impedimento morale fortissimo, che mi imponeva di “guardare ma non toccare”, starle vicino ma senza mai iniziare un vero corteggiamento.
Con il tempo la nostra chiacchierata del Venerdì diventò un appuntamento fisso. Ricordo ancora l’emozione che mi prendeva quando mi rendevo conto che la prossima stazione sarebbe stata La Spezia, e ricordo anche che, quando il treno si fermava lì, subito scendevo e mi guardavo a destra e a sinistra, ansioso di scovare Elisa in mezzo alla folla e chiamarla verso di me. E quando la individuavo, ogni volta mi illuminavo come se mi fosse apparsa la Madonna.
Elisa sicuramente si era accorta che mi ero innamorato perso di lei, ma questo non condizionò in negativo il nostro rapporto: sia perché aveva capito che non ci avrei mai provato con lei, sia perché la cosa sembrava lusingarla anziché metterla in imbarazzo.
Purtroppo la nostra piacevolissima routine non durò a lungo: dopo un anno trovai un lavoro più vicino a casa, quindi dovetti abbandonare la Liguria e tutte le persone stupende che mi aveva fatto conoscere.
Per molti altri rapporti questo sarebbe stato un colpo mortale, ma per fortuna io ed Elisa abbiamo resistito. Ci vediamo una volta all’anno (quando torno in Liguria per le vacanze estive), e ci sentiamo anche qualche volta per telefono. Purtroppo è ancora fidanzata, ma in merito a questo vi faccio una promessa: il giorno in cui dovesse dirmi “Mi sono lasciata con il mio ragazzo”, io non è che vado a La Spezia: io VOLO a La Spezia, e risolverò finalmente questo punto in sospeso che mi porto dietro da ormai 3 anni.
Come avrete intuito, Elisa è stata una delle tante donne con cui non ho concluso nulla, ma che hanno comunque lasciato un segno profondissimo nel mio cuore e nella mia vita. Ho già raccontato esperienze simili nel mio blog (quando vi ho parlato di Teresa e di Valeria), ma tra tutte loro Elisa è stata senza dubbio quella per cui ho provato l’attrazione più forte.
Ebbene, il mese scorso ho letto un romanzo che, se non fosse impossibile, direi che è palesemente ispirato al rapporto tra me ed Elisa. Il libro in questione si chiama Il treno delle 7:48, ed è stato scritto da Marco Gritti: a lui rivolgo un gigantesco grazie, perché anche se non ci conosciamo mi ha fatto rivivere una delle esperienze più piacevoli della mia vita. Il minimo che possa fare per ricompensarlo è consigliarvi di leggere anche voi il suo dolcissimo romanzo: non ve ne pentirete.

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Venom

Nel 2011 uscì Warrior. Era un piccolo film che all’inizio passò quasi inosservato, forse perché si focalizzava su uno sport (le arti marziali miste) che non ha lo stesso pubblico del calcio o del basket. Pensate che, nonostante fosse costato pochissimo, riuscì comunque ad andare in perdita: era costato 25 milioni e ne incassò 23.
Poi qualche mese dopo il colpo di scena: l’Academy decise di tirar fuori il film dal dimenticatoio, candidandolo agli Oscar del 2012. Questo regalone dette a Warrior una visibilità enorme, che portò molti spettatori (me compreso) a vederlo sull’onda della curiosità. Da quel momento in poi le sorti del film cambiarono da così a così: adesso Warrior è diventato un cult, e su imdb si è piazzato al 151mo posto tra i migliori film di tutti i tempi (almeno stando ai voti degli utenti).
L’Academy cambiò non soltanto il destino di Warrior, ma anche la carriera del suo protagonista: infatti Tom Hardy passò dall’essere un totale sconosciuto al diventare uno degli attori più richiesti di Hollywood. Fu grazie a quel film che ottenne il ruolo di Bane nel Batman di Nolan, e da lì in poi la sua carriera ha conosciuto un’ascesa pazzesca e inarrestabile.
Ve lo dico sinceramente: Tom Hardy non è uno dei miei attori preferiti. Apprezzo di più gli attori paciocconi, con il sorriso sempre sulle labbra, quelli che se abitassero nel tuo quartiere li inviteresti a cena un giorno sì e l’altro pure. Tom Hardy invece ha l’aria di uno che non sorriderebbe nemmeno a Irina Shayk, e se fosse il mio vicino di casa lo saluterei per educazione e nient’altro. Tuttavia, gli riconosco un talento senza pari: è il classico attore che riempie lo schermo, un po’ per la sua imponenza fisica, un po’ perché con il suo carisma riesce ad attirare l’attenzione su di lui anche quando recita in un ruolo di contorno.
Era quindi l’uomo perfetto per interpretare Venom, uno dei personaggi più magnetici di tutto l’universo Marvel. Il connubio ha partorito un cinecomic che, più che un film, è una spudorata scopiazzatura di almeno 5 film diversi: infatti la storia si basa su un alieno che si unisce a un umano (Alien) e tira fuori la sua parte più oscura (Dr. Jekyll e Mr. Hyde). Poi l’alieno passa a fare una visitina anche alla sua donna, trasformandola a sua volta in un mostro (La moglie di Frankenstein). E quando i newyorkesi si accorgono dell’esistenza di quest’alieno, cercano di risolvere il problema sparandogli addosso con tutti i pistoloni possibili e immaginabili (come in qualsiasi film d’azione degli ultimi 30 anni).
Dal mio tono potreste pensare che Venom mi abbia irritato, e invece mi è proprio piaciuto: infatti, nonostante la sua totale mancanza di originalità, il film mantiene un ritmo alto dal primo all’ultimo minuto, e ogni tanto riesce anche a piazzare qualche scena da antologia (bellissima quella dell’inseguimento in moto).
E poi c’è lui, Tom Hardy. Riesce ad essere fighissimo non solo con il costume di Venom, ma anche “in borghese”: quando l’ho visto sfrecciare sulla moto con il giacchetto di pelle e i Ray – Ban neri d’ordinanza come Renegade, la mia anima tamarra ha raggiunto delle vette di estasi che non toccavo dai tempi de I mercenari 3.
Venom resterà nella storia del cinema? Assolutamente no. Non resterà nemmeno nella storia dei cinecomics. Ma se avete voglia di godervi un film che vi faccia volare sulle montagne russe dal primo all’ultimo minuto, scegliete Venom: non rimarrete delusi.

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