Un amore proibito

“Io ero solo un ragazzo, quando arrivai nella valle di mister Roddock. Ma quando ripartii, non lo ero più”.
Con questa frase fulminante si apre uno dei film più belli che abbia visto quest’anno. Racconta la storia di Steve, un ragazzo che vaga per le campagne alla ricerca del suo posto nel mondo. Ad un certo punto capita per puro caso nella valle di mister Roddock, un grande proprietario terriero che lo prende subito in simpatia: lo ospita nella sua tenuta, gli offre un lavoro e gli dà tante lezioni di vita, trattandolo come il figlio che non ha mai avuto.
Tuttavia, la vita non è tutta rose e fiori in quella tenuta: i furti di cavalli sono frequenti, e mister Roddock reagisce a ognuno di essi con estrema ferocia, inseguendo i ladri e impiccandoli sul posto. Di conseguenza Steve comincia a temere il suo benefattore, perché si rende conto che è capace di compiere sia grandi gentilezze che grandi atrocità, e nessuno può prevedere i suoi comportamenti.
La situazione si complica quando Steve si innamora della fidanzata di mister Roddock. Lei ricambia il suo sentimento, ma non sa se mettersi con lui o meno: infatti anche lei teme la reazione del suo compagno, e anche lei ha un grosso debito di gratitudine nei suoi confronti. Questo triangolo amoroso si sviluppa tra mille colpi di scena assolutamente imprevedibili, che non vi anticipo per ovvi motivi.
Ho guardato La legge del capestro perché aveva nel cast Irene Papas, l’attrice che interpretò Penelope nel famoso telefilm dell’Odissea. Come potete vedere dalla foto, lei non aveva bisogno di una scollatura o di una minigonna per irretire gli uomini: le bastava posare su di loro il suo sguardo magnetico, e a quel punto avrebbe potuto convincerli anche a buttarsi da un ponte se avesse voluto. Era una donna più affascinante che bella, e ha illuminato con la sua presenza tanti splendidi film. La legge del capestro è uno dei più belli.

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Un uomo coraggioso

Viviamo in un’epoca piena di grandi divi. C’è George Clooney, che alla bellezza aggiunge anche un bel po’ di savoir faire e devozione alle cause umanitarie; c’è Leonardo Di Caprio, che con i suoi occhioni blu fa sospirare le spettatrici da oltre vent’anni; c’è Joaquin Phoenix, che irretisce le donne con la sua aria da uomo tormentato che non sorriderebbe neanche se Margot Robbie gli scrivesse il suo numero sul petto. E sono solo i primi nomi che mi sono venuti in mente.
Questi attori sono riusciti a diventare dei divi e a restare tali non soltanto per la loro bellezza, ma anche per la loro intelligenza: ognuno di loro si sceglie i copioni con oculatezza, e difficilmente sbaglia. Tuttavia, a Hollywood c’è un divo che è riuscito a rimanere tale pur avendo sbagliato decine di film, perché nessun flop riuscirà mai a scalfire lo status di icona pop che si è guadagnato fin da giovanissimo. Quell’attore è John Travolta.
La carriera di quest’attore è stata una vera e propria montagna russa: partì a razzo negli anni 70 con Grease e La febbre del sabato sera, passò gli anni 80 lavorando poco e male, resuscitò negli anni 90 con Pulp Fiction, e da allora è stato un continuo alternarsi di moderati successi e flop clamorosi. Insomma, probabilmente non vincerà mai l’Oscar alla carriera, ma lui non ha bisogno della statuetta per entrare nella storia del cinema: il suo Oscar lo vince ogni volta che esce di casa, e si accorge che per strada c’è un ragazzino con la maglietta di Pulp Fiction o l’acconciatura di Tony Manero.
Tra tutti i suoi film, il mio preferito è uno che non conosce quasi nessuno: Nella valle della violenza. In quel film lui non è neanche il protagonista, ma quei pochi minuti in cui appare sullo schermo gli sono bastati per lasciare il segno più di tutti gli altri attori messi insieme. Perché loro sono dei bravi attori, ma lui è John Travolta.
Dopo aver visto Nella valle della violenza, pensai che con quel film lui avesse raggiunto la cima della montagna: a mio giudizio non avrebbe più trovato un personaggio così gigantesco, e non sarebbe mai riuscito a recitare meglio di così. Sono tuttora di quest’opinione, ma anche Speed Kills è senza dubbio un’altra perla della sua filmografia.
Questo film ruota attorno ad un imprenditore semplicemente geniale, Ben Aronoff. E’ partito vendendo motoscafi, ma poi con la sua intelligenza è riuscito a creare un vero e proprio impero, e adesso le sue barche sono le più eleganti di tutta Miami. Il problema è che i soldi per partire glieli ha dati la mafia: di conseguenza i suoi vecchi amici vogliono una fetta della torta, e pretendono anche di usare le sue barche per trasportare la droga via mare. Ben si rifiuta ostinatamente di scendere a patti con loro: non tanto per onestà, quanto piuttosto perché è uno spirito libero, e non sopporta di dover sottostare ai loro ordini.
La polizia conosce perfettamente questi dettagli, e offre a Ben la possibilità di liberarsi da questi scocciatori testimoniando contro di loro ad un processo. Lui accetta: questa decisione innesca una reazione a catena piena di eventi spettacolari e imprevedibili, che non vi riassumo per ovvi motivi.
Come avrete intuito, il punto di forza di Speed Kills è senza dubbio il suo protagonista: la sua genialità di imprenditore, il carattere con cui tiene testa ai mafiosi senza farsi intimidire e il coraggio con cui sceglie di testimoniare contro di loro sono qualità che colpiscono profondamente lo spettatore, e lo portano a fare per lui un tifo sfegatato. Come andrà a finire il suo braccio di ferro con la mafia? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere Speed Kills: non ve ne pentirete.

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Provaci ancora Margot

Alla notte degli Oscar spesso non vengono premiati i film migliori, ma quelli che sono piaciuti di più in quel momento. Ad esempio, tra i film del 2016 Silence era mille volte più bello di Moonlight, ma per motivi misteriosi quest’ultimo piacque di più: così Silence si ritrovò la miseria di una candidatura (peraltro per la fotografia, sai che roba…), mentre invece Moonlight arraffò addirittura l’Oscar per il miglior film.
E’ andata così anche quest’anno, com’era evidente fin dalle nomination: in quell’occasione si era deciso di dare ampio risalto a dei filmetti come Joker e C’era una volta a… Hollywood, e di candidare soltanto in poche categorie delle opere di gran lunga migliori (Bombshell, Harriet, Le Mans ’66 e Richard Jewell). Proprio Bombshell è il film che mi ha amareggiato di più, perché Margot Robbie stramerita di vincere l’Oscar fin dai tempi di Suicide Squad. Mi consolo pensando che almeno è stata battuta da Laura Dern, alla quale mi sono affezionato da quando l’ho vista recitare nel delizioso Rosa Scompiglio e i suoi amanti.
Mi è dispiaciuto anche che sia rimasto a mani vuote The Irishman, ed è una decisione davvero clamorosa: sia perché aveva ottenuto la bellezza di 10 nomination, sia perché era senza dubbio uno dei film più belli dell’anno. Probabilmente è stato penalizzato dalla sua durata (molti giurati dell’Academy saranno stati troppo pigri per guardarlo fino in fondo), e anche dal fatto di essere targato Netflix: sappiamo bene che a Hollywood sono in tanti a non sopportare questa casa di produzione, perché ha tolto i film dalle sale per spostarli nei salotti. Scorsese non deve avere rimpianti comunque, sia perché ormai i suoi premi li ha già vinti, sia perché se non avesse accettato l’offerta della Netflix non avrebbe mai trovato nessun altro disposto a distribuire un film di quella durata.
Tuttavia, il verdetto più clamoroso della serata è stato senza dubbio la vittoria di Parasite: sia perché 1917 sembrava essere il classico film “da Oscar”, sia perché non era affatto scontato che un popolo super patriottico come quello americano avrebbe premiato con l’Oscar più importante un film interamente made in Korea. Sono contento che le cose siano andate così: non tanto per il film in sé (che non ho visto), ma perché l’imprevedibilità dei verdetti è uno dei motivi per cui amo così tanto la notte degli Oscar, e quindi delle decisioni come questa non fanno altro che aggiungere fascino e suspense ad uno degli eventi più emozionanti che ci siano. Ovviamente sono contento anche per Joaquin Phoenix, perché anche lui avrebbe meritato di vincere l’Oscar già molto prima (più precisamente dai tempi di Two Lovers).
E voi, cosa ne pensate di queste folli premiazioni?

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Un attore straordinario

Oggi hanno annunciato le nomination agli Oscar, e come tutti gli anni non sono mancate le sorprese. Ad esempio, Jennifer Lopez sembrava una candidata sicura come non protagonista per Le ragazze di Wall Street, e lo stesso vale per Mark Ruffalo, che addirittura veniva indicato come unico rivale credibile di Joaquin Phoenix nella categoria miglior attore: alla fine sono stati snobbati entrambi, e mi dispiace soprattutto per la prima, perché Le ragazze di Wall Street meritava assolutamente di figurare tra i migliori film dell’anno.
Una sorpresa in positivo invece è stata Le Mans ’66: il film è bellissimo, ma per motivi misteriosi non era mai stato indicato come possibile candidato agli Oscar. Alla fine invece non solo l’hanno considerato, ma l’hanno addirittura nominato nella categoria più importante: davvero un’ottima decisione.
Tuttavia, a fare la parte del leone sono stati soprattutto altri 3 film: The Irishman, Joker e C’era una volta a… Hollywood. Praticamente li hanno candidati in tutte le categorie disponibili. Onestamente ritengo che solo il primo meriti tanta grazia; gli altri 2 invece sono ampiamente sopravvalutati, soprattutto quello di Tarantino.
Mi stupisce che tra i film “supernominati” non ci sia Bombshell: nell’era del #metoo, mi sarei aspettato che l’Academy avrebbe dato molto più risalto a questo film “dalla parte delle donne”. Evidentemente a Hollywood il movimento femminista è molto meno potente di quel che sembra. O forse Bombshell è rimasto fregato dall’ascesa all’ultimo minuto di 1917: a mio giudizio sarà proprio questo film a vincere le statuette più importanti, perché è il classico film “da Oscar”, mentre tutti gli altri appartengono a dei generi che normalmente non vengono premiati dall’Academy. A me va benissimo, a patto che diano l’Oscar a Joaquin Phoenix: non tanto per il film (come ho detto prima non mi è piaciuto), ma perché lo ritengo meritevole di questo premio fin dai tempi di Two Lovers.
E voi? Per quali attori e quali film tiferete alla prossima notte degli Oscar?

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I 10 film più belli del decennio

Gli anni 10 stanno ormai per finire. Che decennio è stato per il cinema? A mio giudizio agrodolce. Se penso ai film che ho visto negli ultimi 10 anni mi vengono in mente tanti ottimi titoli, ma di capolavori assoluti, di film che continuerò a ricordare nei minimi dettagli anche quando sarò vecchio ne ho trovati soltanto 4. Sono i primi 4 di questa classifica: spero che vi piaccia.

10) The Help: La mia storia personale mi porta ad essere molto interessato a tutti i film sul razzismo, anche quelli che trattano l’argomento in maniera marginale. Qua invece il razzismo è proprio il cuore della storia, e il film riesce a trattarlo con una delicatezza e una sensibilità davvero commoventi.

9) Hostiles – Ostili: Del valore di questo film mi sono accorto con il tempo. Intendiamoci, già alla prima visione mi resi conto che era un film fuori dal comune, ma soltanto in seguito ho preso coscienza di quanto mi fosse piaciuto, perché mi è venuta voglia di rivederlo più e più volte. E più lo rivedo, più rimango affascinato dalla sua immensa bellezza.

8) The Fighter: Sapevo che mi sarebbe piaciuto, perché quello tra il cinema e il pugilato è davvero il matrimonio perfetto; tuttavia, mai avrei immaginato di trovarmi davanti una simile perla. A rendere questo film così riuscito non è soltanto il tenacissimo protagonista (che da solo sarebbe bastato e avanzato per fare un grande film), ma anche i comprimari, che sono uno più interessante dell’altro. Su tutti spicca suo fratello, un personaggio così favoloso che ha fatto vincere a Christian Bale il suo unico Oscar.

7) Fire Squad – Incubo di fuoco: Quando gli americani decidono di fare un film epico, riescono a farti emozionare come nessuno al mondo. Questo film trasuda epica dal primo all’ultimo minuto, e quindi vederlo è più che un piacere: è un vero e proprio privilegio.

6) Una stagione da ricordare: Anche questo film è più commovente che mai: se deciderete di guardarlo, continuerete a pensarci sopra per giorni e giorni dopo averlo visto, e vi emozionerete moltissimo ogni volta.

5) The Promise: Capii fin dal trailer che mi sarebbe piaciuto moltissimo, ma dovetti aspettare più di un anno prima di poterlo finalmente guardare. Di norma quando aspetti un film tanto a lungo e con così tanta foga poi arrivi a vederlo con delle aspettative troppo alte e rimani deluso: in questo caso invece il film è ancora più bello di come me l’ero immaginato.

4) L’eccezione alla regola: Quando mi sento male fisicamente o moralmente penso sempre a questo film, perché mi aiuta a ricordarmi che nel mondo c’è anche tanta bellezza, e talvolta può bastare davvero poco per poterla toccare con mano. Nel mio caso bastarono i pochi euro che spesi per il biglietto di questo film: è stato uno degli acquisti più azzeccati della mia vita.

3) A United Kingdom: Lo vidi al cinema, e quando partirono i titoli di coda scattò l’applauso a fine proiezione. Nient’altro da aggiungere.

2) La famiglia Bélier: La famiglia è uno dei valori a cui sono più attaccato in assoluto, e questo film lo esalta in maniera magistrale. In più fa ridere, fa emozionare, ha un bel messaggio e c’è anche una colonna sonora da urlo: praticamente tutto ciò che cerco in un film.

1) Tutto può cambiare: Un inno di commovente bellezza alla speranza, alla musica, a New York e alla vita in generale. Tutto può cambiare non è semplicemente il mio film del decennio, è proprio uno dei miei film preferiti in assoluto. Forse soltanto In mezzo scorre il fiume mi è piaciuto di più.

E voi? Quali sono i vostri film del decennio?

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Deve rimanere un segreto

Un uomo si aggira di notte per le strade di New York: di norma sono super trafficate, ma in quel momento sono deserte, e ad illuminarle c’è solo la fioca luce di qualche lampione. Lui cammina con gli occhi nascosti sotto il cappello, le mani infilate nell’impermeabile e una nuvola di fumo che parte dalla sua bocca per poi confondersi con la nebbia circostante. Non dovrebbe fumare e lo sa bene, ma una femme fatale l’ha messo nei guai, e lui ha bisogno di sfogare il suo nervosismo in qualche modo.
La scena che vi ho appena descritto è presente in decine di film: sono i noir degli anni 40, il cui attore simbolo è senza dubbio Humphrey Bogart. Di norma a fare la femme fatale che seduce il protagonista e lo porta sulla cattiva strada c’era Lauren Bacall: i due erano innamorati anche nella vita, e infatti quando recitavano insieme si creava un’atmosfera più sensuale di qualsiasi film erotico. Un’altra grande femme fatale era Rita Hayworth: anche lei era così sexy da mandare su di giri il pubblico maschile anche soltanto sfilandosi un guanto (vedere Gilda per credere).
Poi questi grandi divi sono invecchiati, i gusti del pubblico sono cambiati e il noir è finito nel dimenticatoio. Sì, ogni tanto qualche regista cerca di riportarlo in auge (vedi Gangster Squad e La legge della notte), ma sono sempre dei lampi isolati, e raramente hanno successo: forse l’unico noir moderno che ha davvero sfondato è L.A. Confidential, anche grazie all’astuta mossa di ingaggiare come femme fatale quella che allora era la donna più desiderata del mondo (Kim Basinger).
L’ultimo coraggioso tentativo di rispolverare il noir l’ha fatto Edward Norton, con il suo Motherless Brooklyn. Già che c’era oltre a dirigerlo ha interpretato anche il protagonista, un detective che vuole scoprire a tutti i costi chi ha ammazzato il suo migliore amico e perché. Ma ovviamente questa faccenda deve rimanere un segreto, e quindi con la sua indagine finirà per mettere in pericolo se stesso e tutti quelli che ama.
Il detective deve quindi risolvere il caso e fare in modo che nessuno ci rimetta la pelle: riuscirà a fare entrambe le cose, una sola o nessuna delle due? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere Motherless Brooklyn: non ve ne pentirete.

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Voglio solo te

La mia vita ruota intorno a pochi capisaldi fondamentali.
Prima di tutto, gli amici. Ogni volta che passi un momento difficile, avere un vero amico su cui contare è davvero fondamentale: infatti se può farci qualcosa si impegnerà al massimo per trovare una soluzione, se non può farci nulla cercherà comunque di tirarti su il morale consolandoti o facendoti svagare. E ovviamente gli amici sono preziosi anche nei momenti belli, anzi molti di essi li ho vissuti proprio grazie a loro.
In secondo luogo, le ragazze. Intendiamoci: non sono ossessionato da loro. Non sono una di quelle persone che sente il bisogno di avere sempre un flirt in corso, altrimenti cade in depressione. Ma il corteggiamento, gli appuntamenti, lo scambio di messaggi e tutti gli altri rituali che fanno parte di un rapporto sentimentale hanno sempre avuto un effetto benefico su di me, esattamente come le uscite con gli amici.
In terzo luogo, la Fiorentina. E soprattutto lo stadio di Firenze. Quando ci vado infatti la mia attenzione si concentra non tanto sulla partita in sé, quanto piuttosto sugli elementi di contorno: il brivido di eccitazione che scuote il pubblico quando stiamo per fare gol, le chiacchiere che rimbalzano da un tifoso all’altro, le battute continue sui giocatori più incapaci… insomma, quando entri nel nostro stadio ti accorgi subito che il vero protagonista è il pubblico, non i giocatori, ed è per questo che sono così fiero di farne parte.
Tommaso è esattamente come me. Segue con apprensione le vicende del Bologna, che ogni anno lotta con le unghie e con i denti per evitare la serie B; frequenta sempre gli stessi amici fin dall’infanzia, e non li abbandona neanche quando alcuni di loro attraversano dei periodi difficili; esce con molte ragazze, ma l’unica che gli interessa davvero è Ester, che esercita su di lui un’attrazione irresistibile da quand’erano bambini.
Tommaso ci racconta la sua storia in prima persona, cercando di dare il giusto spazio a tutti e 3 questi argomenti. Ma è evidente che in cima ai suoi pensieri c’è sempre Ester, e i suoi innumerevoli tentativi di conquistarla sono senza dubbio la parte più interessante del romanzo. Più vai avanti a leggere e più cominci a sperare con tutte le tue forze che Ester la smetta di trattarlo da amico, e decida finalmente di cedere al suo paziente corteggiamento. Come andrà a finire la loro storia? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere Tu che sei di me la miglior parte di Enrico Brizzi: non ve ne pentirete.

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Quentin è tornato

Nel 1994 Quentin Tarantino rivoluzionò il mondo del cinema con Pulp Fiction. Fino a quel momento imperava la regola non scritta per cui il protagonista doveva essere un eroe buono al 100%, o al limite una simpatica canaglia: l’idea che al centro della scena potessero esserci dei criminali violentissimi e senza scrupoli forse non era una novità assoluta, ma sicuramente non era abituale.
Un’altra grande novità fu la decisione di mostrare gli eventi in ordine non cronologico: anche questa non era un’invenzione di Quentin (ad esempio, Viale del tramonto parte dalla fine, ed è un film del ’50), ma nessuno lo aveva mai fatto in maniera così spinta, andando continuamente avanti e indietro nel tempo e sfidando lo spettatore a ricostruire cosa era accaduto prima o dopo.
Poi c’era il suo marchio di fabbrica, quello che lo ha reso famoso in tutto il mondo: la tendenza a costruire delle scene in cui si mischiano comicità e violenza, e quindi lo spettatore ride di alcune situazioni che in teoria dovrebbero fargli orrore.
Queste 3 caratteristiche dello stile di Tarantino sono state copiate in lungo e in largo per tutti gli anni 90 (in particolare l’ultima), con esiti spesso risibili: un esempio più evidente che mai è Cosa fare a Denver quando sei morto, un film in cui il tentativo di scimmiottare la comicità macabra di Tarantino è tanto spudorato quanto maldestro. La verità è che soltanto Quentin sa fare i film “alla Tarantino”, e anzi talvolta lui stesso non ci riesce: ad esempio, a me The Hateful Eight era piaciuto, ma riconosco che era azzoppato da dialoghi troppo numerosi e troppo lunghi (anche questo è un marchio di fabbrica del nostro Quentin).
Dato che il suo ultimo film non mi aveva convinto in pieno, aspettavo con ansia di vedere C’era una volta a… Hollywood: volevo capire se The Hateful Eight era stato uno scivolone isolato, oppure se Tarantino aveva iniziato a percorrere il viale del tramonto.
Adesso che l’ho visto, posso dire che C’era una volta a… Hollywood mi ha decisamente spiazzato, perché non sembra un film di Tarantino. Tutti i marchi di fabbrica che ho elencato prima (ironia, violenza, dialoghi torrenziali eccetera) sono stati abbandonati, perché stavolta Quentin ha voluto concentrarsi su un altro concetto: l’amicizia.
I protagonisti del suo film sono un attore (Rick Dalton) e la sua controfigura (Cliff Booth). Rick è caduto in disgrazia, quindi Cliff potrebbe tranquillamente abbandonarlo e trovarsi un altro attore con cui lavorare; invece, siccome gli amici si vedono nel momento del bisogno, lui decide di restargli accanto, perché ormai gli vuole bene come a un fratello.
I problemi cominciano quando Cliff si invaghisce di una ragazzina hippie: lei fa parte della setta di Charles Manson, e quando Cliff incontrerà quei pazzi le conseguenze saranno imprevedibili…
Proprio perché C’era una volta a… Hollywood era ispirato alle vicende di Charles Manson, ci si aspettava un film in cui Tarantino avrebbe fatto grondare sangue come suo solito. Lui invece ha deciso di cambiare totalmente stile: vi confesso che non ho apprezzato per niente questa scelta, ma per fortuna c’è una scena in cui riemerge il vecchio Quentin, e comicità e violenza riprendono a fondersi con la stessa perfetta precisione di Pulp Fiction. Vale la pena di vedere un film in cui c’è solo una scena davvero bella? Se l’ha diretta Tarantino, la risposta è sì.

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Un grande uomo

Pertini è uno dei politici più amati nella storia d’Italia. Le immagini della sua esultanza allo stadio di Madrid, estasiato per la vittoria degli azzurri al Mondiale dell’82, sono impresse nella memoria di tutti gli italiani, anche coloro che a quei tempi non erano ancora nati. E lo stesso vale per le sue battute, la sua espressione sorniona, la mitica pipa da cui non si separava mai: era un personaggio in tutti i sensi, un uomo davvero indimenticabile.
Tuttavia, pur riconoscendo che Pertini è stato un grande presidente della repubblica, io ho sempre preferito il suo successore: Francesco Cossiga. Lo amavo perché avrebbe avuto gli strumenti culturali per esprimersi in maniera indiretta e diplomatica, ma preferiva dire pane al pane e vino al vino, con una semplicità e una schiettezza rarissime nel mondo della politica (soprattutto allora). Inoltre, le sue critiche spesso coglievano nel segno, ed erano così inoppugnabili da disarmare totalmente le persone da lui bersagliate. Una figura come la sua manca moltissimo all’Italia di oggi.
Purtroppo conobbi Cossiga soltanto nei suoi ultimi anni di vita: era ormai un ottantenne, ma il furore indomito che l’aveva sempre animato non si era ancora spento, e aveva ancora l’energia per prendere a picconate tutti i politici che a suo giudizio svolgevano male il loro mestiere (soprattutto se lo facevano in malafede). E’ stato lui a farmi appassionare alla politica, a contagiarmi con il suo entusiasmo e il suo sincero attaccamento al proprio paese.
Per me Cossiga è stato una fonte d’ispirazione anche al di là della politica: infatti dopo averlo conosciuto ho abbracciato in pieno il suo modo di esprimersi semplice e diretto, che andava dritto al punto senza esitazioni né eufemismi. Certo, riconosco che talvolta un po’ di diplomazia è necessaria, ma ricorro ad essa solo quando mi rendo conto che parlando senza peli sulla lingua ferirei la sensibilità altrui: in tutti gli altri casi, seguo fedelmente gli insegnamenti del mio maestro Cossiga.
Di recente ho visto un film il cui protagonista è un uomo proprio identico a lui. Parla di un anziano signore appena arrivato in un paesino dimenticato da Dio, Black Rock: non ha nessuna prova concreta in mano, ma fin dal primo momento ha la netta sensazione che qualcosa non quadri, che in quel posto sia accaduto qualcosa di terribile di cui nessuno è disposto a parlare. Il vecchietto potrebbe tranquillamente lasciar perdere e farsi i fatti suoi, e invece comincia a investigare. Pone tante domande scomode, e lo fa in puro stile Cossiga, con delle parole dirette che mettono l’interlocutore con le spalle al muro. Ovviamente gli abitanti di quel paesino cominciano a vederlo come il fumo negli occhi, e a cospirare per ucciderlo: di conseguenza l’indagine del vecchietto diventa una vera e propria corsa contro il tempo, e lo spettatore comincia a desiderare con tutto se stesso che lui riesca ad arrivare alla verità prima che sia troppo tardi. Ma qual è la verità? Cosa è successo a Black Rock? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere Giorno maledetto: non ve ne pentirete.

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L’ho fatto per te

Qualche anno fa scoprii per puro caso che di lì a pochi giorni sarebbe uscito un film chiamato Codice 999. La pubblicità che avevo trovato su Internet mostrava soltanto la locandina, quindi non sapevo niente sulla trama, eppure avevo il presentimento che sarebbe stato un ottimo film. Così cercai le sale che lo programmavano, ed ebbi una sgradita sorpresa: nella mia zona lo proiettava soltanto un cinema, peraltro sperdutissimo nella campagna toscana.
A quel punto una persona normale avrebbe detto: un attimo, prima di fare questa scampagnata informiamoci un po’ sul film e vediamo se ne vale la pena oppure no. Io invece continuai a fidarmi della mia intuizione, e andai apposta in quel cinema in culo al mondo per un film di cui non conoscevo altro che la locandina. Fu una mossa spericolata, ma dannatamente azzeccata: Codice 999 si rivelò un poliziesco coi fiocchi, uno dei migliori che abbia mai visto (e ve lo dice uno cresciuto a pane e Charles Bronson).
Tra l’altro quel film ebbe il merito di lanciare tanti attori fino a quel momento semisconosciuti: ad esempio, appare in un piccolo ruolo una Gal Gadot ancora ignara del suo luminoso futuro come Wonder Woman.
Un altro attore che venne lanciato da Codice 999 è Aaron Paul. Potrei dirvi che sono andato a vedere Welcome home per la sua presenza, e invece a convincermi è stato un motivo molto più profondo, più psicologico, oserei dire perfino filosofico: LE POPPE DI EMILY RATAJKOWSKI. Intendiamoci, non che il resto del corpo sia da meno, ma le divine rotondità del suo seno sono l’ottava meraviglia del mondo, ma che dico l’ottava, L’UNICA meraviglia del mondo: le altre 7 si sono ritirate per manifesta inferiorità.
Così pur di ammirarle in tutto il loro splendore mi sono sorbito un altro viaggio in culo al mondo, con l’aggravante che stavolta c’era pure il caldo infernale di Luglio ad arrostirmi le chiappe. Ma per lei questo ed altro.
Il film si basa su una delle puttanate più gigantesche nella storia del cinema: Aaron Paul sta con Emily Ratajkowski, ma non riesce a soddisfarla perché è impotente. MA COME? Proprio lei, che mostrando mezza tetta farebbe rizzare anche la torre di Pisa, non riesce ad eccitare un uomo in carne e ossa? Non regge neanche l’ipotesi che lui sia gay, perché davanti al suo fisico scultoreo capitolerebbe anche Malgioglio.
Una volta appurato che con Aaron Paul non c’è trippa per gatti, cosa fa la nostra Emily? Si mette in mezzo a una strada e aspetta che si formi la fila per corteggiarla? No, resta in casa e cerca di rianimare il caro estinto che lui ha tra le cosce! Ovviamente nessuno penserebbe che è tutta una strategia per attirare in sala i suoi fan più guardoni… nessuno proprio…
Dopo essersi assicurata di aver mostrato alla telecamera ogni centimetro di pelle disponibile, la nostra eroina si rassegna: sotto la cintura Aaron Paul è morto, e non lo resuscita neanche Cicciolina. Per sua fortuna però le viene in soccorso il loro vicino di casa: lui comincia a provarci spudoratamente, e lei, sentendosi finalmente di nuovo apprezzata, si guarda bene dal respingere i suoi approcci da cascamorto. Il guaio è che lui è uno psicopatico, e questo avrà delle conseguenze imprevedibili per tutti e 3…
Come avrete intuito, Welcome home è un film nettamente diviso in 2 parti: inizia come un film erotico, poi fa un’inversione a U e diventa un thriller tesissimo, che tiene lo spettatore sul filo del rasoio fino all’ultimo minuto. È inutile dirvi che ho apprezzato soprattutto la prima parte, ma anche la seconda è davvero notevole, perché riserva dei colpi di scena uno più geniale dell’altro. Dove porteranno questi colpi di scena? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere Welcome home: non ve ne pentirete.

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