Ricordi di scuola

Sono cresciuto negli anni 90, e quello è stato semplicemente il decennio di Beverly Hills 90210. Il successo di questo iconico telefilm si spiega non soltanto con la qualità delle sceneggiature (davvero ottima, almeno all’inizio), ma anche con il fatto che per la prima volta dopo la chiusura di Happy Days una serie tv poneva gli adolescenti al centro della scena, e si focalizzava soltanto su di loro e sul loro mondo. Fino a quel momento (salvo rarissime eccezioni) in tutte le serie tv erano gli adulti gli unici protagonisti, e gli adolescenti erano soltanto dei comprimari che apparivano di sfuggita in qualche episodio qua e là: Beverly Hills 90210 ribaltava questo schema, e ritraeva il mondo degli adolescenti con un’efficacia e un’esattezza davvero impressionanti.
Questa serie tv è finita da vent’anni, e da allora sono sempre alla ricerca di qualcosa che me la ricordi. Qualsiasi libro, film o serie tv che sia ambientato nei licei americani mi attira come una calamita, e mi manda quasi sempre in brodo di giuggiole. E’ andata così anche con La mia meta di Roberta Damiano.
In realtà questo libro non è ambientato in un liceo americano, ma in un’università. Anche questa è un’ambientazione molto affascinante, perché è totalmente diversa dai nostri atenei: prima di tutto perché lì i ragazzi restano anche a dormire, e poi perché allo studio viene affiancata un’intensa attività sportiva. Nei campus americani se vuole uno studente di ingegneria può giocare nella squadra di basket dell’università, oppure in quella di football, di baseball, di pallavolo… le università americane sono efficientissime da questo punto di vista, non esiste un solo sport di squadra per il quale non siano attrezzate. E i match che organizzano non sono delle partitelle da 2 soldi, ma dei veri e propri campionati studenteschi, dai quali verranno fuori quasi tutti i campioni del futuro.
La mia meta descrive questo mondo in ogni suo aspetto, puntando i riflettori su un gruppo di ragazzi molto diversi tra loro: c’è Alexandra, che deve rimanere in pari con gli esami a tutti i costi per non perdere la sua borsa di studio; c’è Thomas, un campione di football perdutamente innamorato di lei; c’è Sarah, una cheerleader che sfrutta la sua bellezza per ottenere tutto ciò che vuole; c’è Chris, che è un bravo ragazzo, ma fa molta fatica a giostrarsi tra gli esami, il basket e le sue faccende di cuore…
Esattamente come in Beverly Hills 90210, il libro riesce a gestire con grande equilibrio questi personaggi, dando a ognuno il giusto spazio e intrecciando le loro storie in maniera davvero brillante: in questo modo ciascuno di loro assume un certo spessore, e il lettore ha modo di affezionarsi ad ogni membro del gruppo. A seconda del proprio carattere ciascun lettore tenderà ad identificarsi con un personaggio diverso, e ad eleggerlo come suo preferito: io ovviamente ho scelto il bravo ragazzo Chris, ma ho guardato con simpatia anche alla femme fatale Sarah, senza dubbio il personaggio più conturbante di tutto il romanzo.
Non ho mai visitato un campus americano, e probabilmente non lo farò neanche in futuro. Ma grazie a questo libro ho potuto respirare per qualche giorno l’atmosfera incantevole di quel luogo, e appassionarmi alle vicende di alcuni ragazzi che non dimenticherò mai. Proprio come i ragazzi di Beverly Hills 90210.

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Una storia d’amore

Anna Senese era una ragazza napoletana: abitava nel quartiere Miano, che sta proprio nel mezzo tra 2 delle zone più difficili della città (Scampia e Secondigliano). Erano gli anni della seconda guerra mondiale, quindi per la città passavano molti soldati americani. Anna si innamorò di uno di loro, e non uno qualsiasi: era un afroamericano, James Smith. Il loro amore durò poco: alla fine della guerra lui decise di tornare in patria, e dato che a quei tempi c’era ancora la segregazione razziale sarebbe stato impensabile per lei seguirlo e vivere insieme a lui negli Stati Uniti. Per quanto possa sembrare ridicolo dirlo oggi, la cosa non era semplicemente inaccettabile, era proprio illegale.
Così Anna rimase a Napoli, a crescere da sola il figlio nato da quell’amore. Il piccolo Gaetano aveva nelle vene il sangue dei neri d’America, e i segni di quest’eredità non tardarono a manifestarsi: quando aveva solo 10 anni sentì al juke – box una canzone di Little Richard, e ne rimase folgorato. Quel brano conteneva una parte suonata con lo strumento per eccellenza della musica nera, il sassofono: su Gaetano ebbe l’effetto di una scarica elettrica, perché capì subito che in qualche modo quella musica era legata a lui, scorreva nel suo sangue e in quello di tutti i neri d’America.
Gaetano voleva imparare a suonarlo, quindi convinse sua madre a comprargliene uno. E qua la storia assume dei contorni eroici, perché a quella madre coraggio, che aveva cresciuto da sola un bambino nero in un quartiere difficilissimo di Napoli, era appena stato chiesto di acquistare uno strumento che ancora oggi costa migliaia di euro. Ma lei spese quei soldi, e ne spese degli altri ancora affinché un maestro privato insegnasse a Gaetano come si suonava il sassofono.
Quell’investimento le sarà costato dei sacrifici inimmaginabili, ma si rivelarono soldi ben spesi. Perché Gaetano era bravo, e con il suo nome d’arte (James Senese) cominciò a diventare sempre più conosciuto nell’ambiente di Napoli. Era anche generoso, perché accolse nella sua band un ragazzo che non aveva i soldi neanche per comprarsi il basso, glielo comprò lui con i suoi soldi e gli fece da maestro sia di musica che di vita: quel ragazzo un giorno sarebbe diventato Pino Daniele.
James Senese non è mai diventato famoso come Pino Daniele, ma è comunque molto contento di com’è andata la sua carriera. Lo percepisci dalla passione con cui parla di musica nelle sue interviste, che sono sempre molto piacevoli: infatti riesce a dire cose significative senza mai diventare complicato o intellettuale, ma anzi parlando con la semplicità di chi è cresciuto in un quartiere difficile e non l’ha mai scordato (né tantomeno rinnegato).
La sua storia mi è tornata in mente quando ho visto Miracolo a Sant’Anna. Questo film si apre subito con un giallo: senza alcuna ragione apparente, un impiegato delle Poste di New York ha preso una pistola da sotto il bancone e ha sparato a uno dei clienti in fila. Poi scavando nella vita dell’impiegato un giornalista scopre che ha combattuto la seconda guerra mondiale in Italia, all’interno di una compagnia formata interamente da soldati afroamericani: la soluzione del mistero potrebbe trovarsi proprio in quei lontani giorni passati nel nostro paese, e in particolare in un paesino chiamato Sant’Anna di Stazzema…
Come potete vedere, Miracolo a Sant’Anna è un film – puzzle: mette davanti allo spettatore tante tessere, e lo sfida a farle incastrare l’una con l’altra fino a creare un disegno chiaro e nitido. E quando alla fine vengono tirate le fila della storia ti accorgi che torna tutto alla perfezione, che lo sceneggiatore ha creato un’opera davvero perfetta. Un miracolo appunto. Come le canzoni di James Senese.

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Generazione Balotelli

L’Italia non ci ha mai saputo fare con le colonie. A inizio 900 ha mandato i suoi soldati a fare qualche scorrazzata in Africa, ma i territori che ha conquistato erano piccoli e poveri di risorse, e ce li siamo fatti strappare nel giro di pochi anni. Paesi come la Francia e l’Inghilterra invece hanno avuto un grande passato coloniale: riuscivano a mettere le mani anche sulle isolette più sperdute, e a mantenerne il controllo anche quand’erano distanti 10.000 chilometri dalla madrepatria.
E’ per questo che in Italia c’è molto più razzismo che in altri paesi. I francesi e gli inglesi sono abituatissimi al dialogo interculturale e al contatto con il diverso, perché da generazioni ognuno di loro è cresciuto avendo sempre in classe dei compagni algerini e ivoriani, oppure indiani e pakistani. In Italia invece questa situazione si è creata solo in tempi recentissimi, al punto che Fini coniò il termine “generazione Balotelli” per indicare quei giovani che erano cresciuti in Italia ma erano di origine straniera: una situazione che l’Italia non aveva mai vissuto prima, e alla quale non si è ancora abituata. Lo si vede da tanti dettagli, uno su tutti il successo di un partito che del razzismo più o meno velato ha fatto il suo cavallo di battaglia (non lo nomino per non fargli pubblicità).
Io faccio parte a pieno titolo della generazione Balotelli. Non solo perché abbiamo più o meno la stessa età, ma anche perché come lui sono di origine straniera. Di conseguenza, qualsiasi storia in cui si parli dell’incontro tra culture diverse ha sempre esercitato un fascino irresistibile su di me. Alla luce di questo, potete immaginare con quanto piacere io abbia letto la storia di Joan, una ragazza inglese che si ritrova catapultata in Estremo Oriente dall’oggi al domani: suo padre è un uomo molto potente, e ha deciso di spostarsi lì con tutta la sua famiglia per fondarci una colonia. L’ha chiamata Singapore, e grazie alla sua genialità nel giro di pochi anni è passata dall’essere una giungla in mezzo al mare al diventare una delle metropoli più ricche di tutta l’Asia. Adesso che il signor Blackett è riuscito a costruire il suo impero economico, gli resta un unico grande obiettivo da raggiungere: trovare un marito adeguato alla sua adorata figlioletta. Ma Joan non ne vuole sapere di un matrimonio combinato con un altro riccone, e vuole seguire soltanto il suo cuore…
Come potete intuire, La presa di Singapore di J.G. Farrell sfugge a qualsiasi definizione. Potrei classificarlo come un romanzo storico, una saga familiare o una storia d’amore, ma qualsiasi etichetta sarebbe riduttiva. Questo libro parla della vita, e lo fa con uno stile così vivido che leggendolo ti sembra di essere davvero in Estremo Oriente, ad esplorare insieme a Joan una terra che ti fa spalancare gli occhi per la meraviglia ad ogni angolo di strada. Probabilmente non andrò mai a Singapore, e continuerò a passare l’Estate in Liguria per il resto dei miei giorni. Ma grazie a questo libro ho avuto l’illusione di esserci stato in vacanza per qualche giorno, e di averla conosciuta molto più di tanti turisti che ci sono andati davvero. Per questo motivo, lo consiglio caldamente anche a voi.

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Confessioni di un tamarro

David Ayer è un regista dallo stile molto riconoscibile.
Il protagonista dei suoi film è sempre un tamarro con catenina d’oro al collo, canottiera e jeans strappati. Se la storia è ambientata in Inverno indosserà anche un giubbotto di pelle nera, ma state pur certi che se lo toglierà alla prima occasione, perché ci tiene troppo a far vedere i suoi bicipiti tatuati.
Il lavoro che svolge varia a seconda del film, ma non è mai totalmente pulito. E infatti quando fa una riunione con i suoi colleghi il meeting non si svolge mai in un ufficio, ma in uno strip club pieno di donnine che agitano il sedere a ritmo di musica. Ogni tanto compaiono anche delle donne più raffinate: le riconosci perché sparano una parolaccia ogni 10 parole, e dato che gli uomini ne sparano una ogni 5 loro sembrano quasi delle principesse.
Ecco, sui personaggi femminili di David Ayer ci sarebbe da aprire un capitolo a parte. Dietro la scelta delle interpreti c’è sempre un accurato lavoro di casting: per lavorare con lui un’attrice deve avere 2 bocce che sembrano disegnate col compasso (finte o naturali poco importa, David non sta a sottilizzare), un sedere a mandolino e un visetto malizioso da femme fatale. Dubito che David vada a pescare le attrici in questione ad un gruppo di preghiera: probabilmente le assolda direttamente negli strip club in cui gira le scene dei suoi film.
Quando non è impegnato in discussioni filosofiche con queste raffinate donzelle, il protagonista si aggira per le strade alla ricerca di qualcosa che gli è stato tolto. Talvolta gli hanno rubato dei soldi, talvolta della droga, talvolta perfino un parente. Di qualunque cosa si tratti, adesso il protagonista è incazzato nero, e potete star certi che sprizzerà rabbia tamarra da tutti i pori finché non metterà le mani sul responsabile. Ma come farà a scoprire di chi si tratta? E una volta scoperto, come farà a stanarlo per scatenare su di lui la sua ira funesta? Per scoprirlo dovete guardare il film fino alla fine… e se vi piace il genere, quando sarà finito proverete un’estasi buzzurra che persisterà anche per diversi giorni dopo la visione.
Come avrete intuito, David Ayer è uno dei miei registi preferiti. Il suo ultimo film (The Tax Collector) contiene tutti i tratti stilistici che ho elencato finora, e proprio per questo vi confesso che mi ha mandato in brodo di giuggiole. Se non vi piacciono i film di puro intrattenimento, chiaramente questo titolo non fa per voi. Ma se avete voglia di un film che vi faccia staccare la spina per un paio d’ore e vi mandi su di giri con mille scene una più adrenalinica dell’altra, date una chance a The Tax Collector: non resterete delusi.
P.S.: Caro David, sono stato uno dei pochi a parlare bene del tuo ultimo film: se leggi queste righe ricordati di me, e presentami una delle strappone che hai fatto recitare in The Tax Collector. Questa qui ad esempio mi andrebbe benissimo. : )

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Scoprirò la verità

Qualche anno fa vidi un film intitolato Ghost in the Shell, e ne rimasi folgorato. Non tanto per la storia o per i personaggi (comunque ottimi): ho adorato quel film soprattutto per la sua capacità di creare un intero universo. Una Tokyo futuristica, visivamente bellissima, che ricorda quella originale ma funziona in un modo tutto suo, e non lascia scampo a chi tenta di giocare con regole diverse.
Anche Ultima è una città che funziona in modo molto particolare. I suoi abitanti sono divisi in contrade, e una volta l’anno i campioni di ogni contrada si sfidano nel Palio. Tuttavia la gara non consiste in una corsa di cavalli, ma in dei combattimenti corpo a corpo, in cui l’unica regola è il divieto assoluto di uccidere l’avversario. Chi vince garantisce alla sua contrada il comando della città per un anno, fino al Palio successivo. Insomma, è una Siena del futuro, ma con tante tracce del suo passato.
Quest’ambientazione così originale, che fonde usanze medievali e tecnologia futuristica, da sola sarebbe bastata per creare una grande storia. In più, tra le strade di Ultima si aggirano tanti personaggi uno più riuscito dell’altro: l’ex galeotto Demetrio, che è stato espulso dalla sua contrada e cerca di rientrarci in ogni modo; la sensuale Veronica, che cerca di trovare una spiegazione alle tante stranezze che stanno succedendo nella sua città; il vecchio saggio Stefano, che ha smesso da tempo di combattere nel Palio, ma con i suoi consigli riesce ancora a condizionare le vicende della città…
Tra tutti questi personaggi, il mio preferito è senza dubbio Veronica: non soltanto per il suo straripante sex appeal, ma anche perché la sottotrama gialla che ruota intorno a lei è senza dubbio la parte più coinvolgente del libro.
Ultima – La città delle contrade di Carlo Vicenzi non è un semplice romanzo: è un’esperienza al di fuori del tempo e dello spazio, ambientata in un contesto così originale e imprevedibile da riservare sorprese fino all’ultimissima pagina. Lasciatevi trasportare nella città di Ultima: dopo poche pagine non vorrete più uscirne.

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Una ragazza deliziosa

L’anno scorso, più precisamente a Gennaio 2020, andai al cinema per vedere un film intitolato City of Crime. Comprai il biglietto su Internet, e rimasi di stucco: quando arrivai a scegliere il posto in sala scoprii che ne erano rimasti pochissimi, quindi mi toccò prenderne uno molto a sinistra e in seconda fila. Ovviamente quando entrai in sala la trovai stracolma fino all’ultimo posto disponibile: non mi succedeva dai tempi di Selma (quindi dal 2015), e vista la situazione coronavirus credo che non mi succederà per tanto tempo ancora.
Questo successo di pubblico era pienamente meritato: nonostante fossimo solo a Gennaio, capii subito che City of Crime sarebbe finito in cima alla mia classifica dei migliori film dell’anno, e non mi ero sbagliato.
In quella circostanza presi coscienza dello straordinario talento di Chadwick Boseman, e quindi potete immaginare con quanto dispiacere io abbia appreso prima della sua morte e poi del suo Oscar mancato. A maggior ragione se consideriamo che l’Academy gliel’ha negato a favore di un attore che l’aveva già vinto (Anthony Hopkins) e che quindi non aveva assolutamente bisogno di questo premio: non a caso gli importava così poco di vincerlo che non era presente alla cerimonia, neanche in videochiamata.
Un’altra brutta sorpresa è stata la sconfitta di Laura Pausini, che avendo vinto il Golden Globe era anche lei favorita per l’Oscar alla miglior canzone. A tarparle le ali, ne sono certo, è stata quella foto su Instagram in cui si mostra trionfante con il Golden Globe in mano: non so se è stata una strategia per mettere pressione sull’Academy o una semplice spacconata, ma sicuramente è stata una mossa antipatica, uno di quegli errori che in un gioco di equilibri sottili come la premiazione degli Oscar si pagano carissimi.
Anche per Glenn Close è arrivata l’ennesima doccia fredda: ha ricevuto 8 nomination e 0 statuette, probabilmente un record. Nel suo caso credo che sia rimasta fregata dal fatto di essere stata candidata anche per il Razzie Award, ovvero per il “premio” di peggior attrice non protagonista: se non ci fosse stato quest’incidente di percorso avrebbe prevalso senza problemi sulla sconosciuta attrice che l’ha battuta, e che non ha un centesimo della sua storia cinematografica.
Queste sono state le note amare. In compenso ce n’è stata una molto lieta, ovvero la vittoria in 2 categorie di Judas and the Black Messiah: dei 3 film nominati che ho visto (gli altri 2 sono Il processo ai Chicago 7 e La tigre bianca) questo è senza dubbio il mio preferito, quindi mi ha fatto molto piacere che abbia ricevuto qualche premio.
Sugli altri Oscar niente da dire, erano annunciati. Soprattutto quello di Nomadland: come ho scritto nel post in cui commentavo le nomination, quel film aveva “Oscar” scritto in fronte, quindi era scontatissimo che l’Academy l’avrebbe ricoperto d’oro. Era altrettanto prevedibile che all’unico rivale credibile (Mank) avrebbero dato qualche Oscar minore come premio di consolazione: spero che quest’ultimo film faccia da trampolino di lancio per la carriera di Lily Collins, un’attrice deliziosa alla quale sono affezionato da quando l’ho vista nel bellissimo L’eccezione alla regola. Se ve lo siete perso, guardatelo al più presto: mi è piaciuto così tanto che l’ho inserito nella classifica dei migliori film del decennio.
E voi, cosa ne pensate di queste folli premiazioni?

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Un grande ritorno

Oggi hanno annunciato le nomination agli Oscar, e come tutti gli anni non sono mancate le sorprese. Ad esempio, la nostra Sophia Loren sembrava una candidata sicura per La vita davanti a sé, invece questo film ha ottenuto la misera di una nomination nelle categorie musicali. Stessa identica sorte per l’ultimo film di Spike Lee, Da 5 Bloods, per il quale sembrava certa almeno la candidatura di Chadwick Boseman come miglior attore non protagonista. Tuttavia, l’Academy ha ancora la possibilità di assegnargli un Oscar postumo, perché è candidato come miglior attore protagonista per Ma Rainey’s Black Bottom: proprio perché non ci saranno altre occasioni di premiarlo, lo considero il super favorito in quella categoria, anche perché gli altri candidati sono 2 sconosciuti e 2 attori che l’hanno già vinto. Uno dei 2 sconosciuti è Riz Ahmed, e la cosa non mi stupisce, perché aveva recitato benissimo la parte del cattivo in Venom.
Un altro film che ha ottenuto una sola nomination è Tenet, e anche questo non mi ha stupito: Christopher Nolan non era amato dall’Academy neanche quando sfornava dei capolavori assoluti, figuriamoci adesso che sembra aver imboccato precocemente il viale del tramonto.
In compenso l’Academy ha confermato di amare molto il nostro cinema: infatti ha candidato non solo La vita davanti a sé, ma anche Pinocchio, che concorre per il miglior trucco e i migliori costumi. La vita davanti a sé invece è stato candidato per la migliore canzone, grazie a un brano scritto da Diane Warren e Laura Pausini: spero che ottenga la statuetta, e non per la Pausini, ma perché Diane Warren è arrivata alla dodicesima nomination senza aver mai vinto, e quindi le auguro che possa rompersi questa maledizione. Delle 11 sconfitte precedenti mi irrita soprattutto la volta in cui le negarono l’Oscar per I don’t want to miss a thing: non era soltanto la migliore canzone di quell’anno, ma è proprio una delle canzoni più belle nella storia della musica.
Un’altra perdente cronica è Glenn Close: quest’anno è arrivata all’ottava nomination per Elegia americana. Non ho visto il film, ma tiferò comunque per lei, perché merita l’Oscar almeno dai tempi del bellissimo Seven Sisters.
Poco fa ho scritto di non aver visto Elegia americana: ebbene, in verità non ho guardato quasi nessuno dei film candidati. L’unico che ho visto è Il processo ai Chicago 7, e anche quello l’ho guardato solo perché me l’aveva consigliato Lapinsù. Questo non deve stupirvi, perché nel 2020 quasi tutti i film interessanti sono stati “congelati” in attesa che finisse la pandemia, e quindi era logico che agli Oscar di quest’anno non ci sarebbero stati molti titoli di qualità. Praticamente l’unica casa di produzione a non rimandare niente è stata Netflix, perché tanto i suoi film sarebbero usciti direttamente in streaming anche se non ci fosse stata la pandemia. Non a caso il film con più nomination è proprio un prodotto Netflix, Mank: io però credo che nella corsa all’Oscar più importante verrà sconfitto da Nomadland, perché quest’ultimo sembra il classico drammone depresso che piace tanto ai giurati dell’Academy.
Penso che succederà la stessa cosa anche nella categoria miglior regista: l’Academy non ha mai amato Fincher, e pur di lasciarlo a mani vuote darebbe l’Oscar anche a De Sica. A sfavorirlo c’è anche il fatto che Nomadland sia diretto da una regista donna e cinese: di conseguenza, l’Academy potrebbe decidere di premiare lei anche per dare un segnale di apertura e di uguaglianza. Princìpi nobili e che condivido, ma che non dovrebbero influenzare i giurati: infatti i premi andrebbero assegnati unicamente in base al merito, non in base al politicamente corretto.
Tirando le somme, mi dispiace che il grande ritorno di Sophia Loren non sia stato premiato con una nomination, ma mi consolo pensando che ho tanti altri artisti per cui tifare. E voi? Per quali attori e quali film tiferete alla prossima notte degli Oscar?

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Una ragazza adorabile

Quand’ero bambino mi piaceva moltissimo una soap opera intitolata Vivere. In quella telenovela tutto ruotava attorno a una famiglia con 3 figlie femmine: Eva, Chiara e Lisa. Eva era la sorella cattiva, Chiara la finta buona e Lisa quella buona per davvero: era la classica ragazza della porta accanto, che ti faceva sciogliere come un ghiacciolo con la sua irresistibile dolcezza. Ovviamente Lisa era la mia preferita, e ricordo bene il tuffo al cuore che mi prendeva ogni volta che la vedevo apparire sullo schermo. Quest’amore infantile ha avuto una tale influenza su di me che crescendo mi sono invaghito spesso di ragazze come lei: ovviamente mi piacevano anche le bellone dal fisico esplosivo come Wendy Windham, ma in ogni ragazza cercavo sempre lo sguardo buono e il sorriso dolce della mitica Lisa Bonelli.
Da qualche mese La5 ha cominciato a mandare in onda le vecchie puntate di Vivere: ovviamente non me ne perdo una, e dopo vent’anni Lisa Bonelli continua a farmi venire gli occhi a cuoricino ogni volta che appare sulla scena. Anzi, adesso la apprezzo ancora di più, perché l’esperienza mi ha fatto capire quanto siano rare le ragazze come lei nella vita reale. L’attrice che la interpretava (Manuela Maletta) è sicuramente una di loro, perché non si può recitare così bene quel personaggio senza condividerne almeno in parte il modo di essere. Proprio perché sono certo che sia una brava persona, auguro a quell’attrice tutto il bene possibile.
Anche Julie è una ragazza così. Non è semplicemente carina, è proprio la bontà fatta persona, ma purtroppo Bryce (il ragazzo che lei ama perdutamente fin da bambina) non si è mai reso conto di quanto lei fosse speciale. Al contrario, è così ottuso che non si è mai accorto neanche dei sentimenti che Julia prova per lui. E quando finalmente se ne accorge potrebbe essere troppo tardi, per mille motivi che sarebbe troppo lungo elencare. Riusciranno Julie e Bryce a trovare un punto d’incontro, oppure la loro è destinata a rimanere una storia d’amore incompiuta in stile Romeo e Giulietta? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso soltanto consigliarvi di vedere Il primo amore non si scorda mai: non ve ne pentirete.

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I 10 film più belli che ho visto nel 2020

Il 2020 non è stato un granché per il cinema, perché molti dei film più attesi sono stati rimandati al 2021; tuttavia, l’anno scorso ho visto almeno 10 ottimi film. Li ho elencati in questa classifica: spero che vi piaccia.

10) Romanzo criminale: Di norma, se guardi un film e ci trovi anche solo un personaggio memorabile, puoi già ritenerti molto fortunato. Qua i personaggi memorabili abbondano, e anche la storia è più coinvolgente che mai: di conseguenza, questo film stramerita tutto il successo che ha avuto.

9) La legge del capestro: Per i motivi elencati qui.

8) Affari sporchi: Di norma nei polizieschi gli Affari interni vengono presentati come la sezione dei rompiscatole, quelli che fanno le pulci ai poliziotti veri e gli impediscono di fare serenamente il proprio lavoro. In realtà, come dimostra il caso di George Floyd, anche nella polizia c’è dannatamente bisogno di qualcuno che controlli i controllori: questo film lo fa capire perfettamente, e ha il grande merito di mettere in buona luce dei poliziotti molto più preziosi ed eroici di quel che potremmo pensare.

7) Conspiracy: Questo film è un remake di Giorno maledetto, con Val Kilmer nella parte che fu di Spencer Tracy. Tra i 2 c’è un abisso, quindi il film rischiava di venir fuori malissimo; invece è uno dei pochi remake che non fanno rimpiangere l’originale. Il merito è anche di un delizioso personaggio femminile inventato apposta per questo film, e interpretato dalla dolcissima Jennifer Esposito (l’attrice nella foto).

6) Non conosci Papicha: Questo film ruota attorno ad una ragazza algerina che comincia a fare la stilista nel peggior momento possibile: infatti il suo paese sta precipitando nel fondamentalismo islamico, quindi mentre lei disegna abiti da passerella le donne cominciano ad indossare dei vestiti nerissimi che non lasciano scoperta neanche un’unghia del piede. Lei però non si rassegna ad indossare il velo, e anzi decide di organizzare un’ultima sfilata prima che i fondamentalisti prendano definitivamente il controllo del paese: riuscirà nel suo intento? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso soltanto consigliarvi di vedere questo film: non ve ne pentirete.

5) Il diritto di opporsi: La mia storia personale mi porta ad essere molto interessato a tutti i film sul razzismo, anche quelli che trattano l’argomento in maniera marginale. Qua invece il razzismo è uno dei temi principali, e il film lo tratta in maniera così efficace e commovente che quando lo vidi al cinema partì l’applauso a fine proiezione.

4) Heat – La sfida: Di norma i film sulle rapine non mi entusiasmano. Tuttavia, Heat – La sfida è un film così ricco di personaggi e di situazioni che sarebbe riduttivo definirlo semplicemente un film di rapina: è un vero e proprio capolavoro. E come tutti i capolavori, finisce per piacere anche a chi di norma non apprezza il genere a cui appartiene.

3) L’ultimo dei Mohicani: Uno degli obiettivi più difficili che un regista possa porsi è quello di creare un’atmosfera epica: Michael Mann ci è riuscito in pieno, quindi sono lieto di mettergli al collo una meritatissima medaglia di bronzo.

2) Crown Vic: Uno dei polizieschi più belli e più originali nella storia del cinema.

1) City of Crime: Ho visto questo film in una sala strapiena fino all’ultimo posto disponibile: non mi capitava dai tempi di Selma (quindi dal 2015). E’ un successo pienamente meritato: nonostante fossimo solo a Gennaio, quando partirono i titoli di coda pensai subito che City of Crime sarebbe stato il mio film dell’anno, e non mi ero sbagliato. Giuro che la prematura scomparsa dell’attore protagonista (Chadwick Boseman) non ha minimamente influenzato il mio giudizio.

E voi? Avete visto qualcuno di questi film? E quali sono i film più belli che avete visto nel 2020?

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Un sogno che si avvera

Da bambino ero un fan sfegatato di Ken il guerriero. Oggi le puntate di quel cartone si trovano facilmente, ma a quei tempi vederle era una vera impresa: infatti venivano trasmesse soltanto da alcune reti locali a ridosso dell’ora di cena, quindi dovevi andare avanti con il telecomando fino al canale giusto e sperare che nessuno ti chiamasse a tavola nel bel mezzo della puntata. Proprio per questo vedere Ken il guerriero aveva sempre un sapore speciale, il sapore della conquista: non era semplice come guardare un episodio delle Tartarughe Ninja, te lo dovevi guadagnare, e quindi quando ci riuscivi ti sentivi come Zoff quando ha alzato al cielo la coppa del mondo.
Poi un bel giorno hanno cominciato a uscire le videocassette di Ken il guerriero. Per noi bambini degli anni 90 è stato come ricevere 10 regali di Natale tutti insieme: fino a quel momento avevamo potuto vedere solo una puntata sì e 5 no, e adesso finalmente avremmo potuto gustarcelo tutto dall’inizio alla fine. Anzi, QUASI fino alla fine: infatti la diciottesima videocassetta di Ken il guerriero era introvabile, perché conteneva le ultime puntate, e quindi era andata a ruba perché tutti volevano sapere come andava a finire quel cartone.
A quei tempi non esisteva Internet, quindi non potevo andare su Google e informarmi su come era finito Ken il guerriero: l’unico modo per saperlo era trovare quella dannata videocassetta. Inutile dirvi che per me metterci le mani sopra era diventata una vera e propria ossessione.
Poi un giorno i miei genitori mi portarono ad un centro commerciale. Quando entrammo nel supermercato io andai nel reparto vhs, e mi resi conto che c’era un box in ferro pieno fino all’orlo di videocassette di Ken il guerriero. Ricordo ancora la foga con cui mi fiondai su di esso e ci affondai dentro le braccia, consapevole che il mio sogno di bambino poteva finalmente diventare realtà. Cominciai a tirar su le videocassette una dietro l’altra, sperando che prima o poi una di esse sarebbe stata la mitica vhs numero 18. Quando alla fine me la ritrovai tra le mani, cominciai a tremare per l’emozione: tutt’oggi, dopo più di vent’anni, continuo a pensare che sia stato uno dei momenti più belli della mia vita. E’ stato un istante di felicità perfetta, una di quelle rare occasioni in cui senti di non poter chiedere di più dalla vita.
Ho provato qualcosa di simile quando sono finalmente riuscito a vedere The Promise. Vidi il trailer di questo film nel 2016, e capii subito che sarebbe stato un capolavoro. La mia eccitazione aumentò quando scoprii che il regista era lo stesso di Hotel Rwanda, uno dei miei film preferiti in assoluto: non stavo più nella pelle. Tuttavia, dopo un intero anno di attesa capii che non l’avrebbero mai fatto uscire nei cinema italiani, quindi mi rassegnai a comprare il dvd in inglese. Quando alla fine mi arrivò a casa, l’eccitazione non fu la stessa che provai ai tempi di Ken il guerriero, ma ero comunque contento come una Pasqua. Al termine del film ero ancora più soddisfatto, perché la mia lunga attesa era stata ampiamente ripagata.
Nel 2019, ben 3 anni dopo l’uscita americana, hanno finalmente distribuito il dvd italiano di The Promise. A differenza mia, non dovrete aspettare un anno per vederlo: vi basta ordinarlo online e vi arriverà a casa in pochi giorni. Immagino che si trovi anche in streaming e su SKY. Non voglio dirvi niente sulla trama, perché i capolavori non si spiegano: vanno soltanto visti e goduti, come i dipinti del Botticelli o le sculture di Michelangelo. E come le puntate di Ken il guerriero. 🙂
P.S.: E a voi è mai capitato di desiderare un oggetto introvabile come quella videocassetta?

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