Confessioni di un tamarro

David Ayer è un regista dallo stile molto riconoscibile.
Il protagonista dei suoi film è sempre un tamarro con catenina d’oro al collo, canottiera e jeans strappati. Se la storia è ambientata in Inverno indosserà anche un giubbotto di pelle nera, ma state pur certi che se lo toglierà alla prima occasione, perché ci tiene troppo a far vedere i suoi bicipiti tatuati.
Il lavoro che svolge varia a seconda del film, ma non è mai totalmente pulito. E infatti quando fa una riunione con i suoi colleghi il meeting non si svolge mai in un ufficio, ma in uno strip club pieno di donnine che agitano il sedere a ritmo di musica. Ogni tanto compaiono anche delle donne più raffinate: le riconosci perché sparano una parolaccia ogni 10 parole, e dato che gli uomini ne sparano una ogni 5 loro sembrano quasi delle principesse.
Ecco, sui personaggi femminili di David Ayer ci sarebbe da aprire un capitolo a parte. Dietro la scelta delle interpreti c’è sempre un accurato lavoro di casting: per lavorare con lui un’attrice deve avere 2 bocce che sembrano disegnate col compasso (finte o naturali poco importa, David non sta a sottilizzare), un sedere a mandolino e un visetto malizioso da femme fatale. Dubito che David vada a pescare le attrici in questione ad un gruppo di preghiera: probabilmente le assolda direttamente negli strip club in cui gira le scene dei suoi film.
Quando non è impegnato in discussioni filosofiche con queste raffinate donzelle, il protagonista si aggira per le strade alla ricerca di qualcosa che gli è stato tolto. Talvolta gli hanno rubato dei soldi, talvolta della droga, talvolta perfino un parente. Di qualunque cosa si tratti, adesso il protagonista è incazzato nero, e potete star certi che sprizzerà rabbia tamarra da tutti i pori finché non metterà le mani sul responsabile. Ma come farà a scoprire di chi si tratta? E una volta scoperto, come farà a stanarlo per scatenare su di lui la sua ira funesta? Per scoprirlo dovete guardare il film fino alla fine… e se vi piace il genere, quando sarà finito proverete un’estasi buzzurra che persisterà anche per diversi giorni dopo la visione.
Come avrete intuito, David Ayer è uno dei miei registi preferiti. Il suo ultimo film (The Tax Collector) contiene tutti i tratti stilistici che ho elencato finora, e proprio per questo vi confesso che mi ha mandato in brodo di giuggiole. Se non vi piacciono i film di puro intrattenimento, chiaramente questo titolo non fa per voi. Ma se avete voglia di un film che vi faccia staccare la spina per un paio d’ore e vi mandi su di giri con mille scene una più adrenalinica dell’altra, date una chance a The Tax Collector: non resterete delusi.
P.S.: Caro David, sono stato uno dei pochi a parlare bene del tuo ultimo film: se leggi queste righe ricordati di me, e presentami una delle strappone che hai fatto recitare in The Tax Collector. Questa qui ad esempio mi andrebbe benissimo. : )

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Scoprirò la verità

Qualche anno fa vidi un film intitolato Ghost in the Shell, e ne rimasi folgorato. Non tanto per la storia o per i personaggi (comunque ottimi): ho adorato quel film soprattutto per la sua capacità di creare un intero universo. Una Tokyo futuristica, visivamente bellissima, che ricorda quella originale ma funziona in un modo tutto suo, e non lascia scampo a chi tenta di giocare con regole diverse.
Anche Ultima è una città che funziona in modo molto particolare. I suoi abitanti sono divisi in contrade, e una volta l’anno i campioni di ogni contrada si sfidano nel Palio. Tuttavia la gara non consiste in una corsa di cavalli, ma in dei combattimenti corpo a corpo, in cui l’unica regola è il divieto assoluto di uccidere l’avversario. Chi vince garantisce alla sua contrada il comando della città per un anno, fino al Palio successivo. Insomma, è una Siena del futuro, ma con tante tracce del suo passato.
Quest’ambientazione così originale, che fonde usanze medievali e tecnologia futuristica, da sola sarebbe bastata per creare una grande storia. In più, tra le strade di Ultima si aggirano tanti personaggi uno più riuscito dell’altro: l’ex galeotto Demetrio, che è stato espulso dalla sua contrada e cerca di rientrarci in ogni modo; la sensuale Veronica, che cerca di trovare una spiegazione alle tante stranezze che stanno succedendo nella sua città; il vecchio saggio Stefano, che ha smesso da tempo di combattere nel Palio, ma con i suoi consigli riesce ancora a condizionare le vicende della città…
Tra tutti questi personaggi, il mio preferito è senza dubbio Veronica: non soltanto per il suo straripante sex appeal, ma anche perché la sottotrama gialla che ruota intorno a lei è senza dubbio la parte più coinvolgente del libro.
Ultima – La città delle contrade di Carlo Vicenzi non è un semplice romanzo: è un’esperienza al di fuori del tempo e dello spazio, ambientata in un contesto così originale e imprevedibile da riservare sorprese fino all’ultimissima pagina. Lasciatevi trasportare nella città di Ultima: dopo poche pagine non vorrete più uscirne.

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Una ragazza deliziosa

L’anno scorso, più precisamente a Gennaio 2020, andai al cinema per vedere un film intitolato City of Crime. Comprai il biglietto su Internet, e rimasi di stucco: quando arrivai a scegliere il posto in sala scoprii che ne erano rimasti pochissimi, quindi mi toccò prenderne uno molto a sinistra e in seconda fila. Ovviamente quando entrai in sala la trovai stracolma fino all’ultimo posto disponibile: non mi succedeva dai tempi di Selma (quindi dal 2015), e vista la situazione coronavirus credo che non mi succederà per tanto tempo ancora.
Questo successo di pubblico era pienamente meritato: nonostante fossimo solo a Gennaio, capii subito che City of Crime sarebbe finito in cima alla mia classifica dei migliori film dell’anno, e non mi ero sbagliato.
In quella circostanza presi coscienza dello straordinario talento di Chadwick Boseman, e quindi potete immaginare con quanto dispiacere io abbia appreso prima della sua morte e poi del suo Oscar mancato. A maggior ragione se consideriamo che l’Academy gliel’ha negato a favore di un attore che l’aveva già vinto (Anthony Hopkins) e che quindi non aveva assolutamente bisogno di questo premio: non a caso gli importava così poco di vincerlo che non era presente alla cerimonia, neanche in videochiamata.
Un’altra brutta sorpresa è stata la sconfitta di Laura Pausini, che avendo vinto il Golden Globe era anche lei favorita per l’Oscar alla miglior canzone. A tarparle le ali, ne sono certo, è stata quella foto su Instagram in cui si mostra trionfante con il Golden Globe in mano: non so se è stata una strategia per mettere pressione sull’Academy o una semplice spacconata, ma sicuramente è stata una mossa antipatica, uno di quegli errori che in un gioco di equilibri sottili come la premiazione degli Oscar si pagano carissimi.
Anche per Glenn Close è arrivata l’ennesima doccia fredda: ha ricevuto 8 nomination e 0 statuette, probabilmente un record. Nel suo caso credo che sia rimasta fregata dal fatto di essere stata candidata anche per il Razzie Award, ovvero per il “premio” di peggior attrice non protagonista: se non ci fosse stato quest’incidente di percorso avrebbe prevalso senza problemi sulla sconosciuta attrice che l’ha battuta, e che non ha un centesimo della sua storia cinematografica.
Queste sono state le note amare. In compenso ce n’è stata una molto lieta, ovvero la vittoria in 2 categorie di Judas and the Black Messiah: dei 3 film nominati che ho visto (gli altri 2 sono Il processo ai Chicago 7 e La tigre bianca) questo è senza dubbio il mio preferito, quindi mi ha fatto molto piacere che abbia ricevuto qualche premio.
Sugli altri Oscar niente da dire, erano annunciati. Soprattutto quello di Nomadland: come ho scritto nel post in cui commentavo le nomination, quel film aveva “Oscar” scritto in fronte, quindi era scontatissimo che l’Academy l’avrebbe ricoperto d’oro. Era altrettanto prevedibile che all’unico rivale credibile (Mank) avrebbero dato qualche Oscar minore come premio di consolazione: spero che quest’ultimo film faccia da trampolino di lancio per la carriera di Lily Collins, un’attrice deliziosa alla quale sono affezionato da quando l’ho vista nel bellissimo L’eccezione alla regola. Se ve lo siete perso, guardatelo al più presto: mi è piaciuto così tanto che l’ho inserito nella classifica dei migliori film del decennio.
E voi, cosa ne pensate di queste folli premiazioni?

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Un grande ritorno

Oggi hanno annunciato le nomination agli Oscar, e come tutti gli anni non sono mancate le sorprese. Ad esempio, la nostra Sophia Loren sembrava una candidata sicura per La vita davanti a sé, invece questo film ha ottenuto la misera di una nomination nelle categorie musicali. Stessa identica sorte per l’ultimo film di Spike Lee, Da 5 Bloods, per il quale sembrava certa almeno la candidatura di Chadwick Boseman come miglior attore non protagonista. Tuttavia, l’Academy ha ancora la possibilità di assegnargli un Oscar postumo, perché è candidato come miglior attore protagonista per Ma Rainey’s Black Bottom: proprio perché non ci saranno altre occasioni di premiarlo, lo considero il super favorito in quella categoria, anche perché gli altri candidati sono 2 sconosciuti e 2 attori che l’hanno già vinto. Uno dei 2 sconosciuti è Riz Ahmed, e la cosa non mi stupisce, perché aveva recitato benissimo la parte del cattivo in Venom.
Un altro film che ha ottenuto una sola nomination è Tenet, e anche questo non mi ha stupito: Christopher Nolan non era amato dall’Academy neanche quando sfornava dei capolavori assoluti, figuriamoci adesso che sembra aver imboccato precocemente il viale del tramonto.
In compenso l’Academy ha confermato di amare molto il nostro cinema: infatti ha candidato non solo La vita davanti a sé, ma anche Pinocchio, che concorre per il miglior trucco e i migliori costumi. La vita davanti a sé invece è stato candidato per la migliore canzone, grazie a un brano scritto da Diane Warren e Laura Pausini: spero che ottenga la statuetta, e non per la Pausini, ma perché Diane Warren è arrivata alla dodicesima nomination senza aver mai vinto, e quindi le auguro che possa rompersi questa maledizione. Delle 11 sconfitte precedenti mi irrita soprattutto la volta in cui le negarono l’Oscar per I don’t want to miss a thing: non era soltanto la migliore canzone di quell’anno, ma è proprio una delle canzoni più belle nella storia della musica.
Un’altra perdente cronica è Glenn Close: quest’anno è arrivata all’ottava nomination per Elegia americana. Non ho visto il film, ma tiferò comunque per lei, perché merita l’Oscar almeno dai tempi del bellissimo Seven Sisters.
Poco fa ho scritto di non aver visto Elegia americana: ebbene, in verità non ho guardato quasi nessuno dei film candidati. L’unico che ho visto è Il processo ai Chicago 7, e anche quello l’ho guardato solo perché me l’aveva consigliato Lapinsù. Questo non deve stupirvi, perché nel 2020 quasi tutti i film interessanti sono stati “congelati” in attesa che finisse la pandemia, e quindi era logico che agli Oscar di quest’anno non ci sarebbero stati molti titoli di qualità. Praticamente l’unica casa di produzione a non rimandare niente è stata Netflix, perché tanto i suoi film sarebbero usciti direttamente in streaming anche se non ci fosse stata la pandemia. Non a caso il film con più nomination è proprio un prodotto Netflix, Mank: io però credo che nella corsa all’Oscar più importante verrà sconfitto da Nomadland, perché quest’ultimo sembra il classico drammone depresso che piace tanto ai giurati dell’Academy.
Penso che succederà la stessa cosa anche nella categoria miglior regista: l’Academy non ha mai amato Fincher, e pur di lasciarlo a mani vuote darebbe l’Oscar anche a De Sica. A sfavorirlo c’è anche il fatto che Nomadland sia diretto da una regista donna e cinese: di conseguenza, l’Academy potrebbe decidere di premiare lei anche per dare un segnale di apertura e di uguaglianza. Princìpi nobili e che condivido, ma che non dovrebbero influenzare i giurati: infatti i premi andrebbero assegnati unicamente in base al merito, non in base al politicamente corretto.
Tirando le somme, mi dispiace che il grande ritorno di Sophia Loren non sia stato premiato con una nomination, ma mi consolo pensando che ho tanti altri artisti per cui tifare. E voi? Per quali attori e quali film tiferete alla prossima notte degli Oscar?

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Una ragazza adorabile

Quand’ero bambino mi piaceva moltissimo una soap opera intitolata Vivere. In quella telenovela tutto ruotava attorno a una famiglia con 3 figlie femmine: Eva, Chiara e Lisa. Eva era la sorella cattiva, Chiara la finta buona e Lisa quella buona per davvero: era la classica ragazza della porta accanto, che ti faceva sciogliere come un ghiacciolo con la sua irresistibile dolcezza. Ovviamente Lisa era la mia preferita, e ricordo bene il tuffo al cuore che mi prendeva ogni volta che la vedevo apparire sullo schermo. Quest’amore infantile ha avuto una tale influenza su di me che crescendo mi sono invaghito spesso di ragazze come lei: ovviamente mi piacevano anche le bellone dal fisico esplosivo come Wendy Windham, ma in ogni ragazza cercavo sempre lo sguardo buono e il sorriso dolce della mitica Lisa Bonelli.
Da qualche mese La5 ha cominciato a mandare in onda le vecchie puntate di Vivere: ovviamente non me ne perdo una, e dopo vent’anni Lisa Bonelli continua a farmi venire gli occhi a cuoricino ogni volta che appare sulla scena. Anzi, adesso la apprezzo ancora di più, perché l’esperienza mi ha fatto capire quanto siano rare le ragazze come lei nella vita reale. L’attrice che la interpretava (Manuela Maletta) è sicuramente una di loro, perché non si può recitare così bene quel personaggio senza condividerne almeno in parte il modo di essere. Proprio perché sono certo che sia una brava persona, auguro a quell’attrice tutto il bene possibile.
Anche Julie è una ragazza così. Non è semplicemente carina, è proprio la bontà fatta persona, ma purtroppo Bryce (il ragazzo che lei ama perdutamente fin da bambina) non si è mai reso conto di quanto lei fosse speciale. Al contrario, è così ottuso che non si è mai accorto neanche dei sentimenti che Julia prova per lui. E quando finalmente se ne accorge potrebbe essere troppo tardi, per mille motivi che sarebbe troppo lungo elencare. Riusciranno Julie e Bryce a trovare un punto d’incontro, oppure la loro è destinata a rimanere una storia d’amore incompiuta in stile Romeo e Giulietta? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso soltanto consigliarvi di vedere Il primo amore non si scorda mai: non ve ne pentirete.

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I 10 film più belli che ho visto nel 2020

Il 2020 non è stato un granché per il cinema, perché molti dei film più attesi sono stati rimandati al 2021; tuttavia, l’anno scorso ho visto almeno 10 ottimi film. Li ho elencati in questa classifica: spero che vi piaccia.

10) Romanzo criminale: Di norma, se guardi un film e ci trovi anche solo un personaggio memorabile, puoi già ritenerti molto fortunato. Qua i personaggi memorabili abbondano, e anche la storia è più coinvolgente che mai: di conseguenza, questo film stramerita tutto il successo che ha avuto.

9) La legge del capestro: Per i motivi elencati qui.

8) Affari sporchi: Di norma nei polizieschi gli Affari interni vengono presentati come la sezione dei rompiscatole, quelli che fanno le pulci ai poliziotti veri e gli impediscono di fare serenamente il proprio lavoro. In realtà, come dimostra il caso di George Floyd, anche nella polizia c’è dannatamente bisogno di qualcuno che controlli i controllori: questo film lo fa capire perfettamente, e ha il grande merito di mettere in buona luce dei poliziotti molto più preziosi ed eroici di quel che potremmo pensare.

7) Conspiracy: Questo film è un remake di Giorno maledetto, con Val Kilmer nella parte che fu di Spencer Tracy. Tra i 2 c’è un abisso, quindi il film rischiava di venir fuori malissimo; invece è uno dei pochi remake che non fanno rimpiangere l’originale. Il merito è anche di un delizioso personaggio femminile inventato apposta per questo film, e interpretato dalla dolcissima Jennifer Esposito (l’attrice nella foto).

6) Non conosci Papicha: Questo film ruota attorno ad una ragazza algerina che comincia a fare la stilista nel peggior momento possibile: infatti il suo paese sta precipitando nel fondamentalismo islamico, quindi mentre lei disegna abiti da passerella le donne cominciano ad indossare dei vestiti nerissimi che non lasciano scoperta neanche un’unghia del piede. Lei però non si rassegna ad indossare il velo, e anzi decide di organizzare un’ultima sfilata prima che i fondamentalisti prendano definitivamente il controllo del paese: riuscirà nel suo intento? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso soltanto consigliarvi di vedere questo film: non ve ne pentirete.

5) Il diritto di opporsi: La mia storia personale mi porta ad essere molto interessato a tutti i film sul razzismo, anche quelli che trattano l’argomento in maniera marginale. Qua invece il razzismo è uno dei temi principali, e il film lo tratta in maniera così efficace e commovente che quando lo vidi al cinema partì l’applauso a fine proiezione.

4) Heat – La sfida: Di norma i film sulle rapine non mi entusiasmano. Tuttavia, Heat – La sfida è un film così ricco di personaggi e di situazioni che sarebbe riduttivo definirlo semplicemente un film di rapina: è un vero e proprio capolavoro. E come tutti i capolavori, finisce per piacere anche a chi di norma non apprezza il genere a cui appartiene.

3) L’ultimo dei Mohicani: Uno degli obiettivi più difficili che un regista possa porsi è quello di creare un’atmosfera epica: Michael Mann ci è riuscito in pieno, quindi sono lieto di mettergli al collo una meritatissima medaglia di bronzo.

2) Crown Vic: Uno dei polizieschi più belli e più originali nella storia del cinema.

1) City of Crime: Ho visto questo film in una sala strapiena fino all’ultimo posto disponibile: non mi capitava dai tempi di Selma (quindi dal 2015). E’ un successo pienamente meritato: nonostante fossimo solo a Gennaio, quando partirono i titoli di coda pensai subito che City of Crime sarebbe stato il mio film dell’anno, e non mi ero sbagliato. Giuro che la prematura scomparsa dell’attore protagonista (Chadwick Boseman) non ha minimamente influenzato il mio giudizio.

E voi? Avete visto qualcuno di questi film? E quali sono i film più belli che avete visto nel 2020?

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Un sogno che si avvera

Da bambino ero un fan sfegatato di Ken il guerriero. Oggi le puntate di quel cartone si trovano facilmente, ma a quei tempi vederle era una vera impresa: infatti venivano trasmesse soltanto da alcune reti locali a ridosso dell’ora di cena, quindi dovevi andare avanti con il telecomando fino al canale giusto e sperare che nessuno ti chiamasse a tavola nel bel mezzo della puntata. Proprio per questo vedere Ken il guerriero aveva sempre un sapore speciale, il sapore della conquista: non era semplice come guardare un episodio delle Tartarughe Ninja, te lo dovevi guadagnare, e quindi quando ci riuscivi ti sentivi come Zoff quando ha alzato al cielo la coppa del mondo.
Poi un bel giorno hanno cominciato a uscire le videocassette di Ken il guerriero. Per noi bambini degli anni 90 è stato come ricevere 10 regali di Natale tutti insieme: fino a quel momento avevamo potuto vedere solo una puntata sì e 5 no, e adesso finalmente avremmo potuto gustarcelo tutto dall’inizio alla fine. Anzi, QUASI fino alla fine: infatti la diciottesima videocassetta di Ken il guerriero era introvabile, perché conteneva le ultime puntate, e quindi era andata a ruba perché tutti volevano sapere come andava a finire quel cartone.
A quei tempi non esisteva Internet, quindi non potevo andare su Google e informarmi su come era finito Ken il guerriero: l’unico modo per saperlo era trovare quella dannata videocassetta. Inutile dirvi che per me metterci le mani sopra era diventata una vera e propria ossessione.
Poi un giorno i miei genitori mi portarono ad un centro commerciale. Quando entrammo nel supermercato io andai nel reparto vhs, e mi resi conto che c’era un box in ferro pieno fino all’orlo di videocassette di Ken il guerriero. Ricordo ancora la foga con cui mi fiondai su di esso e ci affondai dentro le braccia, consapevole che il mio sogno di bambino poteva finalmente diventare realtà. Cominciai a tirar su le videocassette una dietro l’altra, sperando che prima o poi una di esse sarebbe stata la mitica vhs numero 18. Quando alla fine me la ritrovai tra le mani, cominciai a tremare per l’emozione: tutt’oggi, dopo più di vent’anni, continuo a pensare che sia stato uno dei momenti più belli della mia vita. E’ stato un istante di felicità perfetta, una di quelle rare occasioni in cui senti di non poter chiedere di più dalla vita.
Ho provato qualcosa di simile quando sono finalmente riuscito a vedere The Promise. Vidi il trailer di questo film nel 2016, e capii subito che sarebbe stato un capolavoro. La mia eccitazione aumentò quando scoprii che il regista era lo stesso di Hotel Rwanda, uno dei miei film preferiti in assoluto: non stavo più nella pelle. Tuttavia, dopo un intero anno di attesa capii che non l’avrebbero mai fatto uscire nei cinema italiani, quindi mi rassegnai a comprare il dvd in inglese. Quando alla fine mi arrivò a casa, l’eccitazione non fu la stessa che provai ai tempi di Ken il guerriero, ma ero comunque contento come una Pasqua. Al termine del film ero ancora più soddisfatto, perché la mia lunga attesa era stata ampiamente ripagata.
Nel 2019, ben 3 anni dopo l’uscita americana, hanno finalmente distribuito il dvd italiano di The Promise. A differenza mia, non dovrete aspettare un anno per vederlo: vi basta ordinarlo online e vi arriverà a casa in pochi giorni. Immagino che si trovi anche in streaming e su SKY. Non voglio dirvi niente sulla trama, perché i capolavori non si spiegano: vanno soltanto visti e goduti, come i dipinti del Botticelli o le sculture di Michelangelo. E come le puntate di Ken il guerriero. 🙂
P.S.: E a voi è mai capitato di desiderare un oggetto introvabile come quella videocassetta?

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Bella e maledetta

Ogni film mira ad attirare una fetta di pubblico ben precisa. I film romantici vogliono far colpo sulle donne, i film d’azione sugli uomini, i cinecomics sui ragazzi… gli esempi sarebbero infiniti.
Talvolta un film è fatto talmente bene che, pur essendo rivolto ad un target ben specifico, poi finisce per piacere anche a degli spettatori che in teoria non avrebbero dovuto filarselo neanche di striscio. Ad esempio, Il club delle prime mogli è un film super femminista, quindi gli uomini avrebbero dovuto rimanere perfino infastiditi nel vederlo; invece è un film così divertente e ben fatto che finì per piacere moltissimo a uomini e donne, incassando 6 volte tanto il suo budget.
Lo stesso discorso vale per Le ragazze di Wall Street. Racconta la storia di alcune spogliarelliste che sfruttano la loro avvenenza per truffare gli uomini: li fanno bere fino a scoppiare, li depredano delle loro ricchezze e poi li abbandonano lì dove sono, confidando che tanto non verranno mai denunciate. Perché? Ma per orgoglio, è ovvio: infatti per quegli uomini è troppo imbarazzante ammettere di essersi fatti fregare da una donna, quindi piuttosto che andare alla polizia preferiscono stare zitti e incassare il colpo. E’ escluso anche che si mettano da soli alla ricerca di chi li ha derubati, perché in quel momento erano troppo ubriachi per ricordare dove e con chi erano. Insomma, è la truffa perfetta.
Il guaio è che la truffa perfetta non esiste. Se ti metti a fare truffe compulsivamente e su larga scala, presto o tardi pesterai i piedi alla persona sbagliata, e a quel punto il tuo piano criminale comincerà a crollare come un castello di carte. Resta solo da capire in che modo crollerà, chi ne uscirà con le ossa rotte e chi invece riuscirà a cascare in piedi.
Come nel caso de Il club delle prime mogli, Le ragazze di Wall Street è chiaramente un film femminista: in teoria gli uomini dovrebbero odiarlo perché li fa passare per dei fessacchiotti che non capiscono più niente davanti a un bel paio di tette (il che è perfettamente vero), le donne invece dovrebbero adorarlo, perché soddisfa il loro desiderio di rivincita su tutti quegli uomini che trattano le donne (spogliarelliste e non) come meri oggetti sessuali. E invece gli uomini, anziché identificarsi con le vittime e odiare le furbette che li hanno truffati, cominciano incredibilmente a tifare per queste ultime. Le ragazze di Wall Street sono delle canaglie troppo simpatiche per volergli male: di conseguenza, anche se ciò che fanno è sbagliato e si meriterebbero di finire tutte in galera, in cuor tuo speri che invece riescano a cavarsela con poco, e che vadano a festeggiare tutte insieme in un bel cocktail bar. Andrà a finire così, o invece Le ragazze di Wall Street avranno un destino diverso? Non posso dirvelo, chiaramente. Posso solo consigliarvi di vedere questo film: non ve ne pentirete.
P.S.: Anche a voi è capitato di guardare un film in cui facevate il tifo per il cattivo?

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Amore a scoppio ritardato

Un mio amico ha l’hobby dei combattimenti medievali. Intendo dire che, quando viene organizzata una festa medievale, lui e alcuni suoi amici ci vanno per inscenare dei duelli molto simili al wrestling: infatti non ci si fa male davvero ed è stabilito fin dall’inizio chi vincerà, ma i duellanti sono così bravi a combattere con la spada che danno l’illusione di stare assistendo ad un duello vero e proprio, e non diresti mai che è tutta una messinscena.
Quest’hobby gli ha permesso di trovare anche una fidanzata: lei faceva parte di una compagnia di sbandieratori, quindi capitava spesso che si incrociassero alle feste medievali. Per Andrea fu amore a prima vista, per lei nient’affatto: infatti, quando lui le si avvicinava, lei lo respingeva in malo modo dicendogli che aveva il ciclo e non aveva voglia di parlare con nessuno. Gli diceva ogni volta la stessa scusa, per fargli capire in modo ancora più chiaro che non aveva nessuna possibilità.
Poi un giorno fu lei ad andare da lui, perché aveva bisogno di un favore ed era sicura che lui non gliel’avrebbe rifiutato. In quell’occasione Andrea sfoderò l’ironia tipica dei toscani, dicendo che stavolta era lui ad avere il ciclo e a non voler parlare con nessuno. Lei scoppiò a ridere, e questo fece scoccare la scintilla tra loro. Oggi stanno insieme da 5 anni, e a breve andranno a convivere.
La morale di questa storia è che non sempre ci si innamora fin dal primo giorno. Talvolta ci capita di incontrare una persona a cui non daremmo una lira, o che magari ci sta perfino antipatica, e soltanto in seguito ci rendiamo conto di averla sottovalutata.
A me è capitata una cosa simile con Michael Connelly. La prima volta che lessi un suo romanzo (L’ultimo giro della notte) ricordo che mi piacque, ma non così tanto da voler approfondire la conoscenza di questo scrittore. Misi il libro su uno scaffale, e mi dimenticai totalmente del suo autore addirittura per 3 anni.
Poi quest’Estate ero in vacanza in Liguria, mancava ancora qualche giorno al mio ritorno a casa e io avevo già finito i libri da leggere: di conseguenza, andai in una libreria per fare rifornimento. L’unico romanzo promettente che trovai era uno di Michael Connelly (La notte più lunga), quindi lo presi e cominciai a leggerlo il giorno stesso. Ebbene, ne rimasi folgorato: l’indomani l’avevo già finito, e tornai in quella libreria per comprare tutti gli altri libri di Michael Connelly che avevano disponibili. Ad oggi ne ho letti più di 10.
Se dovessi consigliarvi un solo romanzo di quest’autore punterei proprio su La notte più lunga, perché presenta uno dei suoi personaggi più belli, la detective Renée Ballard. Io me la sono immaginata con le fattezze di Sofia Vergara, che considero la donna più bella del mondo. Non solo per il suo fisico: la adoro anche per il suo carattere solare e spumeggiante, per l’allegria contagiosa che trasmette ogni volta che appare sullo schermo. Quando mi sento male fisicamente o moralmente, mi basta guardare un suo film per ricordarmi che nel mondo c’è anche tanta bellezza, e può bastare davvero poco per poterla toccare con mano. Talvolta basta un libro di Michael Connelly.

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Io e Bianca

La prima media fu uno degli anni scolastici più duri della mia vita. Non perché facessimo cose particolarmente difficili, ma perché capitai in una classe di ragazzi che si conoscevano quasi tutti fin dalle elementari o addirittura dall’asilo, mentre io invece non conoscevo nessuno. In pratica mi ritrovai davanti a un gruppo già formato da anni, e quindi non molto disponibile ad accogliere nuovi membri al suo interno.
Tra i pochi compagni che si dimostrarono un po’ più aperti nei miei confronti la più simpatica era senza dubbio Bianca. Avete presente la scena di Forrest Gump in cui tutti gli impediscono di sedersi sul bus accanto a loro, finché alla fine Jenny si accorge di lui e gli fa posto? Ecco, tra me e lei andò esattamente così: mentre tutti gli altri si relazionavano solo con i loro compagni storici, Bianca invece era incuriosita da me e dagli altri nuovi arrivati, e faceva di tutto per conoscerci meglio.
Tra me e lei si creò una splendida amicizia fin da subito, per un motivo molto semplice: entrambi sapevamo tenere la bocca chiusa. Quando confidavamo un segreto a qualcuno dei nostri compagni, ci accorgevamo con grande disappunto che la cosa finiva sulla bocca di tutti nel giro di pochissimo, e questo ci causava un forte imbarazzo: tra noi 2 invece questo problema non si poneva, perché io non avrei mai rivelato un suo segreto e lo stesso valeva per lei. Questo creò un legame fortissimo tra noi, che sopravvisse anche quando andammo ognuno ad un liceo diverso.
Poi arrivarono i tempi dell’università, e in quel contesto Bianca non riuscì proprio ad ambientarsi. Al liceo i professori la costringevano a studiare con continui compiti e interrogazioni, e quindi lei sentendosi incalzata riusciva a studiare in maniera costante; all’università invece i professori lasciavano in pace gli alunni fino agli esami invernali ed estivi, e questo le dava la sensazione che anche stando un mese senza aprire libro ce l’avrebbe potuta fare lo stesso. Aveva fatto male i suoi calcoli: infatti, se rimani a lungo a grattarti la pancia e poi provi a studiare solo a ridosso dell’esame, il tuo cervello dovrà assimilare troppe informazioni tutte insieme e non riuscirà a memorizzare praticamente nulla. Le cose andarono esattamente così, e quindi nel suo primo anno universitario Bianca non combinò granché.
Lei reagì malissimo a questo fallimento, e cominciò a lasciarsi totalmente andare anche al di fuori della scuola. Iniziò ad andare in discoteca 7 notti su 7, e passava il resto della giornata a letto o nei bar con le amiche. Io invece facevo una regolare vita da studente universitario: al mattino seguivo le lezioni in facoltà, al pomeriggio studiavo e la notte dormivo. Come potete vedere, eravamo diventati delle persone troppo diverse, e quindi la nostra amicizia finì.
Di recente ho letto un libro che mi ha fatto ripensare a lei. Racconta la storia di un ragazzo (Carter) e una ragazza (Woden) che sono amici fin dall’infanzia, ma crescendo si sono allontanati un po’: infatti Carter è diventato uno dei ragazzi più popolari della scuola, mentre Woden è rimasta un po’ nelle retrovie, un po’ per il suo carattere riservato e un po’ perché è una vera e propria nerd. Ad ogni modo, i due sono motivatissimi a mantenere in vita la loro amicizia, e quindi fanno un patto: almeno una volta a settimana continueranno a vedersi e ad aggiornarsi sulle rispettive vite. La cosa va a gonfie vele finché lei non si fidanza con un ragazzo: a quel punto Carter ha una crisi di gelosia, e capisce che forse per lui Woden non è soltanto un’amica…
Ho comprato questo libro solo perché ultimamente ho letto molti gialli, e quindi avevo voglia di una lettura un po’ più leggera. Ebbene, Siamo amici solo il mercoledì di Tania Paxia è senza dubbio un libro leggero, ma allo stesso tempo è anche acuto, perché riesce a dire cose profondissime sull’amicizia, sull’amore e sui rapporti umani in generale. Anche gli sviluppi della trama sono intelligenti, e molto meno scontati di quel che potreste pensare. Come andrà a finire la storia di Carter e Woden? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere questo libro: non ve ne pentirete.

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