Chiudiamo in bellezza

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Ognuno di noi ha una serie tv che l’ha accompagnato per tutta la sua crescita, e che gli fa scaldare il cuore soltanto a sentirla nominare. La mia è Beverly Hills 90210: è stato il primo telefilm pensato per un pubblico di adolescenti, e io ho avuto la fortuna sfacciata di poterlo vedere proprio mentre facevo il liceo.
Da quando è finito, sono continuamente alla ricerca di film e serie tv ambientati nei licei americani. Soltanto a vedere un corridoio con gli armadietti ai lati mi sciolgo dalla nostalgia e dalla commozione. E’ stato soprattutto per questo che ho guardato quell’autentico gioiellino che è Get over it.
I protagonisti di questo film sono i ragazzi di una classe all’ultimo anno di liceo. Stanno per andare all’università, ma prima di allora ci sono diverse cose da fare: una di queste è la recita di fine anno, una versione moderna del Sogno di una notte di mezza Estate di Shakespeare.
Il film ruota soprattutto attorno alla preparazione di quest’evento, al quale i ragazzi tengono moltissimo: non tanto per il voto in letteratura, quanto piuttosto perché vogliono chiudere in bellezza, e lasciare il liceo con l’orgoglio di aver fatto qualcosa di bello.
Piano piano lo spettatore conosce sempre meglio i vari attori della commedia, e si affeziona sempre di più ad ognuno di loro: in particolare il film si concentra su Berke e Kelly, due ragazzi che nella recita hanno una parte di contorno, e che cominciano ad innamorarsi l’uno dell’altra senza neanche accorgersene, con la spontaneità tipica di quegli anni.
Il momento più bello del film è senza dubbio quello in cui tutti i ragazzi cantano e ballano sulle note di September degli Earth, Wind & Fire: in quel momento è tangibile l’affiatamento che c’è tra di loro, e che senza dubbio c’era anche tra i veri attori del film.
Un altro grande pregio di Get over it è il suo irresistibile umorismo: la trama è ricca di scene comiche riuscitissime, che impreziosiscono ancora di più un film già di per sé adorabile.
Ho guardato Get over it aspettandomi di vedere una stupida commedia americana, e invece ho scoperto che l’unico stupido ero io. Chiedo scusa ai ragazzi di Get over it, e li ringrazio per aver realizzato un film che mi è davvero rimasto nel cuore.

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I 10 film che ho visto con quattro gatti

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Quando vado al cinema, la prima cosa che faccio appena entro in sala è contare il numero degli spettatori. Lo faccio nella convinzione che la gente non è stupida, e quindi più la sala è affollata, più è probabile che il film sia di buona qualità.
Questa mia teoria è stata smentita innumerevoli volte. A vedere The Master eravamo un centinaio, ma faceva schifo; a vedere Ipotesi di reato eravamo in due, ma era un bel film. In linea generale, però, il ragionamento funziona.
Ma bando alle ciance: ecco i 10 film che ho visto con meno di 10 persone in sala.

10) Tutto può cambiare (8 spettatori): Un produttore discografico viene fatto fuori dall’azienda da lui stesso fondata. Entra in un pub per affogare la delusione nell’alcol, e assiste all’esibizione di una giovane cantante ancora sconosciuta. Ne rimane colpito, quindi le dà il suo biglietto da visita e la convince ad incidere un disco con lui. Il guaio è che sono entrambi squattrinati: come faranno a registrare un album a costo zero? La soluzione che trovano è assolutamente geniale: non ve la dico per non rovinarvi il piacere della visione.

9) Wild (8 spettatori): Possiamo definirlo per distacco il peggior road movie nella storia del cinema. Si basa tutto sulla ripetizione ossessiva della solita, noiosissima scena: Reese Witherspoon che vaga per un paesaggio brullo con l’aria spaesata e abbattuta. Avete presente quegli alunni senza idee che scrivono un tema ripetendo lo stesso concetto mille volte? Ecco, il regista di Wild ha fatto esattamente la stessa cosa.

8) The Counselor (6 spettatori): Questo film ha molti personaggi interessanti, tante scene riuscite e una storia molto coinvolgente. E allora perché ha fatto flop? Semplice: il regista era Ridley Scott, lo sceneggiatore era Cormac McCarthy e il cast presentava ben 5 attoroni. Tutto questo ha creato delle aspettative esagerate, che il film non è riuscito a ripagare. A me però è piaciuto.

7) Gangster Squad (6 spettatori): Questo film è un delizioso omaggio ai noir degli anni ’40. Peccato che nel giro di 70 anni i gusti del pubblico siano un po’ cambiati, e quindi Gangster Squad a stento è riuscito ad andare in pari: costato 98 milioni, ne ha incassati 105.

6) Fire with fire (5 spettatori): Poniamo che tu sia un produttore cinematografico, e che tu abbia per le mani una sceneggiatura che, se diventerà film, incasserà pochissimo. Come fai per raggranellare qualche soldino in più? Ricorri al trucchetto chiamato stunt – casting, ovvero chiami un attore famoso (in questo caso Bruce Willis) e gli dai 2 lire per fargli fare un ruolo di contorno, più che sufficiente per attirare in sala tutti i suoi fan. Certo, quando questi ultimi si accorgeranno che il loro idolo appare per 5 minuti in tutto ti manderanno a quel paese, ma intanto tu i soldi del biglietto glieli hai già sfilati.
Questo è esattamente il caso di Fire with fire, e io sono uno dei fan di Bruce Willis che si sono fatti fregare. Mi consolo pensando che questo film fu comunque un flop clamoroso. Così imparano a usare questi trucchetti da 4 soldi. : )

5) Sin City (4 spettatori): L’ho visto due volte: la prima al cinema, la seconda in tv. Tra una visione e l’altra sono passati quasi 10 anni, quindi la prima volta ero un ragazzino, la seconda quasi un uomo. Eppure il film mi ha suscitato le stesse identiche emozioni: rabbia per le ingiustizie subite da Hartigan, ammirazione per l’altruismo di Dwight e un’infinita simpatia per Marv. Un film gigantesco.

4) Robocop (3 spettatori): Gli spettatori si aspettavano che questo remake fosse un film d’azione dall’inizio alla fine, e invece si sono trovati di fronte ad un dramma familiare che soltanto nel secondo tempo, con il pubblico ormai narcotizzato, prende la piega che avrebbe dovuto assumere fin da subito. Le scazzottate, gli inseguimenti, le sparatorie eccetera ci sono, ma devi aspettare il minuto 58 per vederle arrivare. Molti spettatori non hanno avuto questa pazienza, ed ecco spiegato il flop di Robocop.

3) Escape Plan (3 spettatori): Fino a 20 anni fa Arnold Schwarzenegger e Sylvester Stallone erano tra gli attori più popolari in circolazione. Oggi però i nostri eroi sono seguiti soltanto da uno zoccolo duro di nostalgici, come si può dedurre dal fatto che Escape Plan non se l’è filato quasi nessuno. Non sanno cosa si sono persi.

2) Ipotesi di reato (2 spettatori): Nel cast c’erano delle superstar come Ben Affleck e Samuel L. Jackson, più dei premi Oscar come Sidney Pollack e William Hurt. Per di più era un thriller, non un film intellettualoide. Insomma, c’erano tutti i presupposti per fare il pienone. Ebbene, a vederlo eravamo in due: io e mio padre. E ci piacque anche.

1) My father Jack (1 spettatore): Ebbene sì: il film di cui ho decantato le lodi nel mio post precedente è stato anche il primo che io abbia visto da solo, in una sala cinematografica tutta per me. Resterà l’unico? Ai posteri l’ardua sentenza.

Cosa ne pensate dei film che ho elencato? E soprattutto, quali sono i film che voi avete visto con quattro gatti?

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Il giorno di Timber

timber 5Due miei carissimi amici sono dei ballerini. Quando Marco e Francesca si esibiscono, anche se non sai niente di ballo ti accorgi subito che hanno un talento raro, quel talento che ti fa bloccare davanti a loro e ti impedisce di distogliere lo sguardo finché non hanno finito. E quando finiscono, ogni volta hai la sensazione che si sia interrotto un incanto irripetibile, del quale purtroppo rimarrà traccia soltanto nella tua memoria.
Li ho visti ballare molte volte, ma senza dubbio la loro esibizione più bella risale a due anni fa, quando danzarono sulla base di una canzone molto popolare in quel periodo (Timber).
La canzone era già molto bella di suo, ma loro riuscirono a migliorarla ulteriormente: infatti accompagnavano i passaggi più vivaci con un battito di mani o battendo i piedi a terra, e in questo modo la rendevano ancora più energica e trascinante di quanto già non fosse. Non è durato molto, ma è stato un momento magico e perfetto, che mi porterò sempre dentro.
Pochi giorni più tardi io mi laureai. Marco e Francesca vennero a vedermi, e io ne approfittai per chiedergli quanto ci avessero messo a preparare quella coreografia. Loro si accorsero che glielo stavo chiedendo con sincera ammirazione, e quindi furono quasi imbarazzati nel dirmi che ci avevano messo soltanto 3 giorni. In quel momento avrei voluto togliermi la corona d’alloro, e metterla in testa a loro due: perché se erano riusciti a creare quel capolavoro in soli 3 giorni, allora erano loro i veri fenomeni, non io che avevo prodotto qualcosa di molto meno bello (la mia noiosissima tesi) in molto più tempo (un anno di lavoro).
A posteriori, vi dirò che senza dubbio il giorno in cui li vidi ballare Timber fu molto più bello di quello della mia laurea. Nel secondo caso ci furono alcuni fattori che rovinarono un po’ la festa, e mi impedirono di godermela appieno; il giorno di Timber invece fu un giorno in cui venni travolto dalla bellezza nella sua forma più pura, e non c’era nulla che potesse sporcare quel quadro così perfetto.
Ieri, per due ore della mia vita, ho riprovato la leggerezza di quel giorno. E il merito è tutto di My father Jack.
Potrei dire molte cose su questa commedia all’italiana che strizza l’occhio a Tarantino, piena com’è di colpi di scena, situazioni divertenti e paradossali e personaggi fuori dalle righe. Invece preferisco non dirvi niente, e limitarmi a fare un nome e un cognome: Francesco Pannofino. Il film ha tanti comprimari degni di nota, ma tutto ruota attorno a lui e al suo talento istrionico: il suo faccione rotondo, la sua voce profonda, il suo carisma unico riempiono lo schermo per quasi tutto il film, regalandoci divertimento e risate a non finire. E’ soprattutto a lui che devo dire grazie, se ieri ho passato una serata così bella. Bella quasi quanto il giorno di Timber.

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Confessioni di un tamarro

blood out

Ho una passione viscerale per i film d’azione. E quando ho voglia di vederne uno, non vado a scegliere i più raffinati, tipo quelli con Liam Neeson: no, vado proprio a pescare nel torbido, e a cercare quelli con attori come Dolph Lundgren, Vinnie Jones e 50 Cent. Questi film li riconosci dalla prima inquadratura, perché hanno tutti una serie di elementi imprescindibili:

– I personaggi vestono rigorosamente in jeans e canottiera, per lasciare bene in vista i bicipiti tatuati;
– L’ambiente in cui si muovono è volutamente degradato, con le comparse messe ad interpretare spacciatori e puttane anziché fornai e ciabattini come nei film normali;
– La trama prevede che salti fuori una sparatoria ogni 5 minuti, e sono ammessi intervalli più lunghi soltanto se nel mezzo c’è una scena di sesso.

Film inguardabili? Per voi forse. Per me invece sono il top del top. Li adoro perché sono intrattenimento allo stato puro, senza alcuna pretesa intellettuale, e soprattutto perché soddisfano il mio lato tamarro e amante del trash. Di recente, però, mi sono imbattuto in un film d’azione troppo trash anche per me: Blood Out.
Io e questo film ci siamo incrociati ad un’edicola: appena ho visto il nome “50 Cent” sulla copertina del dvd, l’ho subito staccato dalla rastrelliera e mi sono fiondato a pagarlo all’edicolante. Se lui mi avesse chiesto 50 euro, io avrei tirato fuori la banconota senza indugio. Perché a me gli action movies tamarri fanno quest’effetto: mi fanno spegnere il cervello prima ancora di vederli, mi fanno regredire ad uno stato di imbecillità così pauroso che perfino l’homo erectus me farebbe ‘na pippa. Allora non potevo immaginarlo, ma purtroppo l’homo erectus farebbe ‘na pippa anche agli idioti che hanno realizzato questo film.
Una volta arrivato a casa, mi sono messo comodo comodo sul divano e ho aspettato che Blood Out partisse. Già i titoli di testa promettevano bene: oltre a 50 Cent c’era pure Val Kilmer (quanto sono lontani i tempi di Batman…). La prima scena poi è l’apoteosi: un commando fa irruzione in una raffineria di cocaina, e ovviamente volano proiettili da una parte e dall’altra. Avevo già gli occhi che mi brillavano.
Poi è partita la vera trama del film: ad un poliziotto ammazzano il fratello, e quindi lui si infiltra in una banda criminale per trovare il responsabile. Insomma, una scopiazzatura di The Departed.
Quando mi sono reso conto che Blood Out scimmiottava palesemente Scorsese, ho cominciato a ridere. E non la risatina di sottofondo, quella che fai sotto i baffi quando succede qualcosa di vagamente buffo: intendo proprio la risata grassa, irrefrenabile, quella che parte dalla pancia, ti arriva alla bocca e ti fa sconquassare tutto il corpo lungo il tragitto. Finché non è arrivata quella scena.
Ve la descrivo brevemente. Il poliziotto infiltrato sta inseguendo in moto l’auto di un brutto ceffo: quando riesce a raggiungerla, il poliziotto spicca un balzo dal sellino della moto e monta sul tettuccio. E a quel punto arriva la scena più idiota nella storia del cinema: la macchina si inclina, ma prima che tocchi terra il poliziotto poggia i piedi sull’asfalto, se la carica sulle spalle e la lancia via con la sola forza delle braccia.
Avete capito bene: un uomo che si carica in spalla una macchina (tra l’altro con due passeggeri dentro) e la lancia via a mani nude. A quel punto ho smesso di ridere, e ho premuto il tasto Rewind: vabbé che ero regredito allo stato di homo erectus, ma perfino in quelle condizioni il mio cervello di gallina si rifiutava di accettare l’assurdità della scena a cui avevo appena assistito. L’ho riguardata una seconda volta, e purtroppo era tutto vero.
A quel punto ho capito che Blood Out è un film straordinario. Blood Out è il Maradona dei film brutti, la Claudia Schiffer dei film inverosimili, il Leonardo da Vinci dei film spazzatura. Quest’ultimo paragone è forse il più calzante, perché quando un film raggiunge delle vette trash mai toccate prima allora diventa una forma d’arte e crea un nuovo standard, esattamente come Leonardo creò dei nuovi standard in tutti i campi in cui si è cimentato.
Sapete che vi dico? 50 euro per Blood Out sarebbero stati anche troppo pochi. Film come questo hanno un valore inestimabile, vanno messi sullo scaffale accanto a film come Via col vento e Ombre rosse. Perché John Wayne riusciva a centrare un indiano da un cavallo in corsa… ma scommetto che non gli è mai venuto in mente di ribaltare una macchina a mani nude.
Come dite? Non gli è mai venuto in mente perché è una puttanata? Non li ascoltare, caro sceneggiatore di Blood Out: come Leonardo, tu sei troppo avanti per i tuoi tempi, e quindi la tua genialità è destinata a non venire compresa nell’immediato. Tra qualche anno, tuttavia, sono convinto che tutti i più grandi attori lanceranno macchine come se fossero lattine di birra, tu verrai candidato all’Oscar e ci sarà una campagna per fartelo vincere tipo quella per Di Caprio. Magari il tuo idolo Scorsese ti chiamerà a lavorare con lui, e tu sarai costretto a rinunciare perché sarai troppo impegnato a scrivere il prossimo film di Ridley Scott. Quel giorno ricordati di me, e presentami ad una delle strappone che ti gireranno attorno. Quella di Blood Out, ad esempio, mi andrebbe benissimo. : )

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Un viaggio memorabile

Young woman leaning out of car window, laughing

La vita dà, la vita toglie. E spesso lo fa in modo non casuale. Mi spiego meglio: quando mi sono trovato a dover gestire un periodo di profonda tristezza, spesso la vita sceglieva proprio quel momento per farmi imbattere in qualcuno che avesse il potere di risollevarmi il morale, o in qualcosa che mi tenesse la mente occupata e mi impedisse di sprofondare nella depressione. E così la formula La vita dà, la vita toglie, che molti interpretano in senso negativo, per me è diventata un inno all’ottimismo: perché spesso, se la vita ti toglie qualcosa, è perché sta per donarti in cambio qualcos’altro.
Noi due ai confini del mondo questo concetto lo fa capire perfettamente. E’ la storia di Amy, una ragazza che ha da poco perso il padre, e che da un giorno all’altro deve trasferirsi dalla California al Connecticut: località molto meno figa, e soprattutto distante quasi 5.000 km dalla sua vecchia vita. Come se non bastasse, sua madre ha deciso di traslocare in anticipo rispetto a lei, e quindi ad Amy tocca l’ingrato compito di farsi tutti quei chilometri in macchina da sola. O meglio, proprio da sola no: per tenerle compagnia, sua madre ha deciso di affiancarle il figlio di una sua amica, che deve andare in quella direzione per tentare di riprendersi una sua vecchia fiamma.
Così Amy e Roger iniziano il loro lunghissimo tour degli Stati Uniti, che il libro documenta minuziosamente proprio come un diario di viaggio: Amy non solo ci racconta in prima persona cosa le succede giorno per giorno, ma allega anche scontrini, foto, fogli di bloc notes con su scritte le canzoni ascoltate durante il tragitto… grazie a tutti questi deliziosi dettagli al lettore sembra quasi di essere il terzo passeggero di quella macchina, e di vivere insieme ad Amy e Roger ogni singolo minuto del loro folle viaggio coast to coast.
Ovviamente nel tragitto capiteranno mille peripezie: cambiamenti di percorso, confessioni reciproche, incontri esilaranti… non basterebbero dieci pagine per elencarle tutte, così preferisco non citarne nemmeno una, anche per non togliervi il piacere della lettura.
Noi due ai confini del mondo di Morgan Matson è un libro che resta con te anche dopo che hai finito di leggerlo. Da quando è entrato nella mia vita, periodicamente lo prendo dallo scaffale e lo sfoglio, lasciando che le foto, gli scontrini e le tante altre chicche a corredo del testo mi facciano affiorare alla mente i momenti più belli di un viaggio che mi sembra di aver fatto anch’io. Amy e Roger hanno vissuto un’esperienza indimenticabile, e vi consiglio caldamente di scoprirla in tutto il suo splendore.

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Giustizia è fatta

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Non poteva mancare il mio commento sulla notte degli Oscar, che anche quest’anno ho seguito in diretta.
Quando furono annunciate le nomination, scrissi che avrei puntato tutta la mia attenzione sulla categoria miglior attore non protagonista, dove erano in gara due fuoriclasse assoluti come Mark Ruffalo e Sylvester Stallone. Con il passare delle settimane quest’ultimo sembrava sempre più favorito, e onestamente ritengo che sarebbe stata la scelta migliore: i suoi concorrenti recitano continuamente in film da Oscar, mentre per lui, normalmente dedito agli action movies, questa era un’occasione più unica che rara. Purtroppo l’Academy non ha tenuto conto di tutto questo e ha confermato il suo snobismo, preferendo a quest’attore “pane e salame” un interprete Shakespeariano. Cari giurati, ci sono delle volte nella vita in cui Shakespeare va messo da parte, e bisogna ascoltare soltanto la voce del cuore: questa era una di quelle volte, e voi non l’avete capito.
Ma passiamo alle altre categorie. Quest’anno è andato quasi tutto secondo le previsioni: Spotlight miglior film, Di Caprio miglior attore (giustizia è fatta), Mad Max che fa incetta di premi tecnici. Forse è proprio da Mad Max che è arrivato uno dei pochi sussulti della serata: George Miller era il grande favorito per la vittoria come miglior regista, e invece Inarritu ha trionfato per il secondo anno di fila. Normalmente sono contrario agli Oscar “ripetuti”, ma in questo caso ho accolto con favore il verdetto: non tanto per Inarritu, quanto piuttosto perché ritengo Mad Max un film molto sopravvalutato, e quindi non meritevole di un premio così importante.
Un’altra sorpresa è che il miglior film dell’anno abbia vinto soltanto due Oscar: era già capitata una situazione simile con due ottimi film come Argo e Crash – Contatto fisico, ma in quel caso almeno 3 statuette erano arrivate. Questo è segno che non c’è stato nessun film che ha convinto pienamente i giudici, e quindi loro hanno preferito “sparpagliare” i loro voti su molti titoli, anziché votare compatti per uno solo. Anche questo lo ritengo un bene: non mi piace quando un solo film lascia a bocca asciutta tutti gli altri. E poi, è irrealistico che un film sovrasti tutti gli altri in una decina di categorie: quando succede vuol dire che si è deciso di incoronarlo a prescindere, e questo ridimensiona il suo valore invece di esaltarlo.
Ovviamente sono molto orgoglioso della vittoria di Morricone. Lo sarei anche se non fosse italiano, perché il suo è un talento universalmente riconosciuto: Morricone verrà ricordato come uno dei maestri italiani che hanno fatto la storia del mondo, come Leonardo nella pittura e Michelangelo nella scultura.
Mi ha fatto molto piacere anche l’Oscar alla sceneggiatura de La grande scommessa: in quel film Adam Mckay rivela una genialità vulcanica e strepitosa, sia come regista che come sceneggiatore, e il suo talento era emerso in modo troppo eclatante perché l’Academy potesse ignorarlo.
Insomma, sono tanti i verdetti mi hanno soddisfatto: Di Caprio, Morricone, La grande scommessa… eppure provo una certa amarezza di fondo. Volevo l’Oscar a Stallone, lo volevo e ci credevo, e non ho ancora accettato il fatto che questa chance unica è andata sprecata. Ma chi ha visto Rocky sa che un uomo non si giudica da come cade, ma da come si rialza: sono convinto che Sly si rialzerà brillantemente, e dimostrerà ai giudici che lui non ha bisogno di studiare Shakespeare per essere un grande attore. Gli basta essere se stesso.

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Film per San Valentino

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Il mese scorso la blogger Frou Frou mi ha fatto una proposta interessante. Io avrei dovuto scegliere 3 film (uno per gli anni 90, uno per gli anni 2000 e uno per gli anni 10): di questi titoli io avrei fatto una recensione cinematografica, e lei li avrebbe commentati sotto l’aspetto artistico, concentrandosi su aspetti come il make up, i costumi, le pettinature eccetera. Ho accettato molto volentieri, e questo post a 4 mani è il risultato della nostra collaborazione. Le mie parti sono quelle scritte in corsivo.

Anni 90: Pretty Woman

Guardando questo film ciò che salta immediatamente all’attenzione è che Vivian prima di diventare la principessa della favola di Marshall frequentava i marciapiedi, provocando con intensi smokey eyes abbinati a carnose labbra rosse (sullo smagliante sorriso di un’indimenticabile Julia Roberts).
L’accostamento, che 25 anni fa veniva volutamente scelto per rappresentare la vita delle prostitute, oggi non solo è sfacciatamente di moda, ma è il voluttuoso connubio che le star prediligono per ammaliare la stampa sul red carpet.

frou frou 4In antitesi ai look esibiti la sera si contrappongono i no make up del giorno, i morbidi e cotonati boccoli di Vivian, così belli da far passare in secondo piano anche le sopracciglia arruffate (spero irripetibili, nonostante il grande ritorno delle sopracciglia bushy).

frou frou 5La trama è più o meno quella di Cenerentola, rivisitata in chiave urbana e politicamente scorretta: e non alludo soltanto al fatto che Vivian sia una prostituta, ma anche alla critica che viene fatta dello spietato mondo degli affari. Apparentemente è Edward che redime Vivian togliendola dalla strada, ma in realtà è lei che redime lui, facendogli capire che razza di squalo è diventato e quali sono le cose che veramente contano. Una perfetta favola moderna.

Anni 2000: L’amore non va in vacanza

Doveva essere proprio un viaggio nella fantasia il dialogo tra Cameron Diaz e Olivia, quando la bambina si complimenta con quell’insolita presenza femminile giunta in casa per “un bell’ombretto” mai pervenuto, in realtà, agli occhi degli spettatori.

frou frou 7 Ed aggiunge “un bel rossetto”, un non ben identificato gloss dal nome “baci di fragola”, epiteto mai più ritrovato dai gloriosi tempi del magazine Cioè.
In realtà il film è precursore di una grande tendenza che arriverà poco più tardi sugli scatti Instagram di tutti i vip: il no make up.

frou frou 8 Tutti noi ci siamo trovati a dover gestire situazioni amorose problematiche. Nella maggior parte dei casi, ciò che le rendeva così pesanti ai nostri occhi era la consapevolezza che quei problemi di coppia erano irrisolvibili, o comunque quasi insormontabili. E’ per questo che ho apprezzato così tanto L’amore non va in vacanza: perché affronta questi temi drammatici con toni da commedia, riuscendo a farcene sorridere, e soprattutto facendoci vivere per 2 ore in un mondo perfetto, dove anche le difficoltà più gigantesche vengono superate in un battito di ciglia. Qualcuno potrà trovarlo stucchevole e inverosimile, io invece penso che sia un film ideale per chiunque stia attraversando un momento difficile. Soprattutto se è per problemi di cuore.

Anni 10: Il grande Gatsby

Gli anni 20 non smettono di essere attuali e la nostra Daisy rimarrà la nostra icona beauty forever, immortalata per sempre nelle riprese de Il grande Gatsby.

frou frou 6 L’incarnato diafano era la prassi negli anni 20: le pelli delle donne dell’alta aristocrazia non dovevano mai essere baciate dal sole, per distinguersi da quelle della servitù. Pallida o luminosa che dir si voglia, l’incarnato di Daisy è riscaldato da un accenno di blush, che le conferisce un’aura di dolcezza.
Gli occhi sono anch’essi delicati e vestiti di soft smokey tutto sui toni del grigio e del nero, ovviamente enfatizzati da ciglia finte, tutto in linea con la personalità della protagonista Carey Mulligan. Le sopracciglia in compenso sono state allungate ed infoltite, come vigevano negli anni 20.
Dal primo all’ultimo minuto questo film non cessa mai di stupire lo spettatore, sia per lo sfarzo magniloquente che riempie gli occhi ad ogni sequenza, sia per la profondità e i mille colpi di scena della trama. E tutto questo senza mai stancare: al contrario, mentre lo guardi ti senti più vivo che mai, e quando quest’incanto finisce avresti voglia di riviverlo subito da capo. Il grande Gatsby è decisamente un film che resterà per sempre nel cuore e negli occhi di chiunque lo veda.

Soltanto quando ho finito di scrivere il post mi sono accorto che per tutti e 3 i decenni avevo scelto un film d’amore: evidentemente l’atmosfera da San Valentino mi ha contagiato. E voi? Qual è il primo film che vi viene in mente pensando agli anni 90, 2000 e 10? E quali film consigliate per San Valentino?

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