I 10 film che ho visto con quattro gatti, vol. 3

Quando vado al cinema, la prima cosa che faccio appena entro in sala è contare il numero degli spettatori. Lo faccio nella convinzione che la gente non è stupida, e quindi più la sala è affollata, più è probabile che il film sia di buona qualità.
Questa mia teoria è stata smentita innumerevoli volte. A vedere The Master eravamo un centinaio, ma faceva schifo; a vedere Ipotesi di reato eravamo in due, ma era un bel film. In linea generale, però, il ragionamento funziona.
Essendo un cinefilo accanito, mi è capitato molte volte di vedere un film in un cinema quasi deserto: non a caso ho scritto 2 post sull’argomento (uno nel 2016 e uno nel 2018), in cui elencavo tutti i film che avevo visto con meno di 10 persone in sala. Nei 3 anni passati dal secondo post mi è capitato con altri 10 film: ecco quali.

10) La truffa dei Logan (8 spettatori): Channing Tatum è uno degli attori più amati dal pubblico femminile, quindi la sua sola presenza avrebbe dovuto portare in sala un bel po’ di spettatrici. Anche per noi maschietti c’era di che rifarsi gli occhi, vista la presenza nel cast di Hilary Swank. Eppure, nonostante la bellezza dei suoi attori, La truffa dei Logan ce lo siamo visto tra pochi intimi: è un vero peccato, perché è un film pieno di trovate intelligenti e di personaggi fighissimi.

9) Brave ragazze (8 spettatori): Chi pensa che il cinema italiano non sappia più sfornare prodotti di qualità guardi questo film, cambierà idea all’istante.

8) I molti santi del New Jersey (7 spettatori): Un ottimo film di mafia, impreziosito da un personaggio femminile davvero adorabile (quello interpretato dalla bravissima Michela De Rossi). E’ uscito al cinema giusto ieri: andate a vederlo, non ve ne pentirete.

7) The New Mutants (7 spettatori): Lo sceneggiatore ha scritto un film a metà tra il cinecomic e l’horror, nella speranza di attirare in sala i fan di entrambi i generi e fare un boom di incassi. Insomma, voleva piacere a tutti e non è piaciuto a nessuno (me compreso).

6) Dolor y gloria (6 spettatori): La maggior parte degli spettatori va al cinema per divertirsi, o almeno per passare un po’ di tempo in maniera piacevole: di conseguenza, se metti la parola “dolore” nel titolo del film, il flop è inevitabile. Anche se ti chiami Almodovar.

5) Dog Days (6 spettatori): Che poi sono diventati 4, perché io e mio padre siamo usciti dal cinema all’intervallo. Non l’avevamo mai fatto, e questo la dice lunga su quanto fosse pietoso questo film.

4) Frammenti dal passato – Reminiscence (5 spettatori): Un film molto originale, che racconta una trama noir ambientata in un contesto fantascientifico. A me questa mescolanza di generi è piaciuta, a tutti gli altri evidentemente no, dato che ha incassato solo un terzo del suo budget (18 milioni contro 54 di spesa).

3) Welcome home (3 spettatori): Vidi questo film in un teatro, quindi c’era una valanga di posti in platea più tutti quelli nei loggioni e in galleria. E pensare che sarebbe bastato il divano di casa mia per contenerci tutti.

2) La casa in fondo al lago (2 spettatori): Ovvero io e una mia amica. A lei è piaciuto, secondo me invece questo film non meritava di vendere neanche quei 2 biglietti.

1) Bent – Polizia criminale (2 spettatori): Questo film ha un finale da urlo, e anche prima di esso ci sono tante scene una più bella dell’altra: se non l’avessero fatto uscire in piena Estate, sarebbe sicuramente diventato un cult.

Una precisazione: 4 dei film elencati (I molti santi del New Jersey, The New Mutants, Frammenti dal passato – Reminiscence e La casa in fondo al lago) hanno l’attenuante di essere usciti durante la pandemia. Tuttavia, ritengo che questo c’entri fino a un certo punto con il loro flop: sia perché quando li ho visti i contagi erano bassissimi (altrimenti i cinema non sarebbero stati aperti), sia perché nello stesso periodo sono usciti altri film che hanno avuto un successo strepitoso (penso ad esempio a Free Guy, uscito in contemporanea a Frammenti dal passato – Reminiscence).
Cosa ne pensate dei film che ho elencato? E soprattutto, quali sono i film che voi avete visto con quattro gatti?

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Una brava ragazza

Quand’ero bambino, il momento più bello della giornata era quando finivo di fare i compiti: infatti da quel momento potevo accendere Italia 1, e godermi un cartone animato dietro l’altro fino all’ora di cena. Anzi, QUASI fino all’ora di cena: infatti dalle 19 in poi Italia 1 riprendeva a programmare roba da adulti, e quindi per noi bambini finiva la pacchia. Per farla ricominciare dovevamo spostarci sui canali locali, dove con un po’ di fortuna potevamo beccare qualche cartone altrettanto figo (uno su tutti il mitico Ken il guerriero).
Tra tutti i cartoni che ho scoperto facendo zapping tra i canali locali ricordo con piacere anche Ranma 1/2. In quel cartone il protagonista maschile divideva la scena con 3 sorelle: l’irascibile Akane, la furbetta Nabiki e poi Kasumi, la più grande e la più dolce delle 3. Quest’ultima era il mio personaggio preferito, perché era sempre gentile e premurosa con tutti, e sembrava assolutamente incapace di fare del male a qualcuno. Anche nella vita reale sono affascinato dalle donne come lei, e non escludo che questo sia dovuto proprio al mio amore infantile per Kasumi: essendo cresciuto con quel modello femminile in testa, poi ho finito per cercarlo anche nelle mie esperienze sentimentali.
L’anno scorso ho lavorato con una collega che mi ricordava molto la dolcezza di Kasumi. Fisicamente non era bellissima, era soltanto carina, ma si comportava in modo così squisito con tutti noi che finì per esercitare su di me un fascino irresistibile. Purtroppo questa mia attrazione non è mai sfociata in un flirt, perché era fidanzata: per altri questo non sarebbe stato un problema, ma per me era un impedimento morale fortissimo, che mi imponeva di “guardare ma non toccare”, starle vicino ma senza mai iniziare un vero corteggiamento. Era almeno la terza volta che mi capitava una situazione del genere, e forse è stata in assoluto la rinuncia più dolorosa. Comunque sto continuando a sentirla anche adesso che non lavoriamo più insieme: è sempre un piacere avere nella propria vita una persona speciale come lei, anche solo come amica.
Anche Jennifer è una ragazza così. Oltre ad essere una persona speciale è anche un’appassionata di football, così quest’anno ha deciso di concedersi uno sfizio niente male: guardare dal vivo tutte le partite del Superbowl. Tra l’altro lo farà da una posizione privilegiata, perché ha preso i biglietti per la tribuna d’onore, e quindi può vedere i giocatori da una distanza davvero minima. Il guaio è che anche loro vedono lei, e ne rimangono subito affascinati: infatti Jennifer è una ragazza così bella e dolce che fa sciogliere dalla tenerezza tutti i giocatori che la incontrano, un po’ come i calciatori della nostra serie A quando vedono a bordocampo Diletta Leotta.
Ovviamente si invaghiscono di lei i 2 giocatori più forti del torneo: da un lato il quarterback dei Philadelphia Eagles (Logan Wilson), dall’altro il quarterback dei New England Patriots (Nathan Collins). Tra questi 2 moderni gladiatori si scatena una lotta senza quartiere dentro e fuori dal campo, con in palio ben 2 trofei da conquistare: sul campo il Superbowl, fuori dal campo il cuore della bella Jennifer. Chi vincerà il torneo? E soprattutto, chi vincerà in amore?
La carta vincente di questo libro è la scelta di mischiare 2 argomenti che raramente incontriamo nello stesso romanzo: lo sport e i sentimenti. Senza lo sport sarebbe stato un semplice romanzo rosa, peraltro basato su un cliché piuttosto stantio (il triangolo amoroso); con l’aggiunta dello sport assume tutto un altro sapore, perché così la rivalità tra Logan e Nathan diventa ancora più accesa, e la trama diventa molto più trascinante. E poi l’autrice potrebbe fare la giornalista sportiva: infatti quando racconta le partite del Superbowl crea un’atmosfera più epica che mai, e ti manda l’adrenalina a mille come se fossi anche tu lì sul campo a giocarti il campionato punto su punto. Io ho tifato per Logan fin dal primo momento: ho puntato sul cavallo vincente? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso soltanto consigliarvi di leggere Diabolico incontro di Debora Ferraiuolo: ne sarete deliziati.

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Ricordi di scuola

Sono cresciuto negli anni 90, e quello è stato semplicemente il decennio di Beverly Hills 90210. Il successo di questo iconico telefilm si spiega non soltanto con la qualità delle sceneggiature (davvero ottima, almeno all’inizio), ma anche con il fatto che per la prima volta dopo la chiusura di Happy Days una serie tv poneva gli adolescenti al centro della scena, e si focalizzava soltanto su di loro e sul loro mondo. Fino a quel momento (salvo rarissime eccezioni) in tutte le serie tv erano gli adulti gli unici protagonisti, e gli adolescenti erano soltanto dei comprimari che apparivano di sfuggita in qualche episodio qua e là: Beverly Hills 90210 ribaltava questo schema, e ritraeva il mondo degli adolescenti con un’efficacia e un’esattezza davvero impressionanti.
Questa serie tv è finita da vent’anni, e da allora sono sempre alla ricerca di qualcosa che me la ricordi. Qualsiasi libro, film o serie tv che sia ambientato nei licei americani mi attira come una calamita, e mi manda quasi sempre in brodo di giuggiole. E’ andata così anche con La mia meta di Roberta Damiano.
In realtà questo libro non è ambientato in un liceo americano, ma in un’università. Anche questa è un’ambientazione molto affascinante, perché è totalmente diversa dai nostri atenei: prima di tutto perché lì i ragazzi restano anche a dormire, e poi perché allo studio viene affiancata un’intensa attività sportiva. Nei campus americani se vuole uno studente di ingegneria può giocare nella squadra di basket dell’università, oppure in quella di football, di baseball, di pallavolo… le università americane sono efficientissime da questo punto di vista, non esiste un solo sport di squadra per il quale non siano attrezzate. E i match che organizzano non sono delle partitelle da 2 soldi, ma dei veri e propri campionati studenteschi, dai quali verranno fuori quasi tutti i campioni del futuro.
La mia meta descrive questo mondo in ogni suo aspetto, puntando i riflettori su un gruppo di ragazzi molto diversi tra loro: c’è Alexandra, che deve rimanere in pari con gli esami a tutti i costi per non perdere la sua borsa di studio; c’è Thomas, un campione di football perdutamente innamorato di lei; c’è Sarah, una cheerleader che sfrutta la sua bellezza per ottenere tutto ciò che vuole; c’è Chris, che è un bravo ragazzo, ma fa molta fatica a giostrarsi tra gli esami, il basket e le sue faccende di cuore…
Esattamente come in Beverly Hills 90210, il libro riesce a gestire con grande equilibrio questi personaggi, dando a ognuno il giusto spazio e intrecciando le loro storie in maniera davvero brillante: in questo modo ciascuno di loro assume un certo spessore, e il lettore ha modo di affezionarsi ad ogni membro del gruppo. A seconda del proprio carattere ciascun lettore tenderà ad identificarsi con un personaggio diverso, e ad eleggerlo come suo preferito: io ovviamente ho scelto il bravo ragazzo Chris, ma ho guardato con simpatia anche alla femme fatale Sarah, senza dubbio il personaggio più conturbante di tutto il romanzo.
Non ho mai visitato un campus americano, e probabilmente non lo farò neanche in futuro. Ma grazie a questo libro ho potuto respirare per qualche giorno l’atmosfera incantevole di quel luogo, e appassionarmi alle vicende di alcuni ragazzi che non dimenticherò mai. Proprio come i ragazzi di Beverly Hills 90210.

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Una storia d’amore

Anna Senese era una ragazza napoletana: abitava nel quartiere Miano, che sta proprio nel mezzo tra 2 delle zone più difficili della città (Scampia e Secondigliano). Erano gli anni della seconda guerra mondiale, quindi per la città passavano molti soldati americani. Anna si innamorò di uno di loro, e non uno qualsiasi: era un afroamericano, James Smith. Il loro amore durò poco: alla fine della guerra lui decise di tornare in patria, e dato che a quei tempi c’era ancora la segregazione razziale sarebbe stato impensabile per lei seguirlo e vivere insieme a lui negli Stati Uniti. Per quanto possa sembrare ridicolo dirlo oggi, la cosa non era semplicemente inaccettabile, era proprio illegale.
Così Anna rimase a Napoli, a crescere da sola il figlio nato da quell’amore. Il piccolo Gaetano aveva nelle vene il sangue dei neri d’America, e i segni di quest’eredità non tardarono a manifestarsi: quando aveva solo 10 anni sentì al juke – box una canzone di Little Richard, e ne rimase folgorato. Quel brano conteneva una parte suonata con lo strumento per eccellenza della musica nera, il sassofono: su Gaetano ebbe l’effetto di una scarica elettrica, perché capì subito che in qualche modo quella musica era legata a lui, scorreva nel suo sangue e in quello di tutti i neri d’America.
Gaetano voleva imparare a suonarlo, quindi convinse sua madre a comprargliene uno. E qua la storia assume dei contorni eroici, perché a quella madre coraggio, che aveva cresciuto da sola un bambino nero in un quartiere difficilissimo di Napoli, era appena stato chiesto di acquistare uno strumento che ancora oggi costa migliaia di euro. Ma lei spese quei soldi, e ne spese degli altri ancora affinché un maestro privato insegnasse a Gaetano come si suonava il sassofono.
Quell’investimento le sarà costato dei sacrifici inimmaginabili, ma si rivelarono soldi ben spesi. Perché Gaetano era bravo, e con il suo nome d’arte (James Senese) cominciò a diventare sempre più conosciuto nell’ambiente di Napoli. Era anche generoso, perché accolse nella sua band un ragazzo che non aveva i soldi neanche per comprarsi il basso, glielo comprò lui con i suoi soldi e gli fece da maestro sia di musica che di vita: quel ragazzo un giorno sarebbe diventato Pino Daniele.
James Senese non è mai diventato famoso come Pino Daniele, ma è comunque molto contento di com’è andata la sua carriera. Lo percepisci dalla passione con cui parla di musica nelle sue interviste, che sono sempre molto piacevoli: infatti riesce a dire cose significative senza mai diventare complicato o intellettuale, ma anzi parlando con la semplicità di chi è cresciuto in un quartiere difficile e non l’ha mai scordato (né tantomeno rinnegato).
La sua storia mi è tornata in mente quando ho visto Miracolo a Sant’Anna. Questo film si apre subito con un giallo: senza alcuna ragione apparente, un impiegato delle Poste di New York ha preso una pistola da sotto il bancone e ha sparato a uno dei clienti in fila. Poi scavando nella vita dell’impiegato un giornalista scopre che ha combattuto la seconda guerra mondiale in Italia, all’interno di una compagnia formata interamente da soldati afroamericani: la soluzione del mistero potrebbe trovarsi proprio in quei lontani giorni passati nel nostro paese, e in particolare in un paesino chiamato Sant’Anna di Stazzema…
Come potete vedere, Miracolo a Sant’Anna è un film – puzzle: mette davanti allo spettatore tante tessere, e lo sfida a farle incastrare l’una con l’altra fino a creare un disegno chiaro e nitido. E quando alla fine vengono tirate le fila della storia ti accorgi che torna tutto alla perfezione, che lo sceneggiatore ha creato un’opera davvero perfetta. Un miracolo appunto. Come le canzoni di James Senese.

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Generazione Balotelli

L’Italia non ci ha mai saputo fare con le colonie. A inizio 900 ha mandato i suoi soldati a fare qualche scorrazzata in Africa, ma i territori che ha conquistato erano piccoli e poveri di risorse, e ce li siamo fatti strappare nel giro di pochi anni. Paesi come la Francia e l’Inghilterra invece hanno avuto un grande passato coloniale: riuscivano a mettere le mani anche sulle isolette più sperdute, e a mantenerne il controllo anche quand’erano distanti 10.000 chilometri dalla madrepatria.
E’ per questo che in Italia c’è molto più razzismo che in altri paesi. I francesi e gli inglesi sono abituatissimi al dialogo interculturale e al contatto con il diverso, perché da generazioni ognuno di loro è cresciuto avendo sempre in classe dei compagni algerini e ivoriani, oppure indiani e pakistani. In Italia invece questa situazione si è creata solo in tempi recentissimi, al punto che Fini coniò il termine “generazione Balotelli” per indicare quei giovani che erano cresciuti in Italia ma erano di origine straniera: una situazione che l’Italia non aveva mai vissuto prima, e alla quale non si è ancora abituata. Lo si vede da tanti dettagli, uno su tutti il successo di un partito che del razzismo più o meno velato ha fatto il suo cavallo di battaglia (non lo nomino per non fargli pubblicità).
Io faccio parte a pieno titolo della generazione Balotelli. Non solo perché abbiamo più o meno la stessa età, ma anche perché come lui sono di origine straniera. Di conseguenza, qualsiasi storia in cui si parli dell’incontro tra culture diverse ha sempre esercitato un fascino irresistibile su di me. Alla luce di questo, potete immaginare con quanto piacere io abbia letto la storia di Joan, una ragazza inglese che si ritrova catapultata in Estremo Oriente dall’oggi al domani: suo padre è un uomo molto potente, e ha deciso di spostarsi lì con tutta la sua famiglia per fondarci una colonia. L’ha chiamata Singapore, e grazie alla sua genialità nel giro di pochi anni è passata dall’essere una giungla in mezzo al mare al diventare una delle metropoli più ricche di tutta l’Asia. Adesso che il signor Blackett è riuscito a costruire il suo impero economico, gli resta un unico grande obiettivo da raggiungere: trovare un marito adeguato alla sua adorata figlioletta. Ma Joan non ne vuole sapere di un matrimonio combinato con un altro riccone, e vuole seguire soltanto il suo cuore…
Come potete intuire, La presa di Singapore di J.G. Farrell sfugge a qualsiasi definizione. Potrei classificarlo come un romanzo storico, una saga familiare o una storia d’amore, ma qualsiasi etichetta sarebbe riduttiva. Questo libro parla della vita, e lo fa con uno stile così vivido che leggendolo ti sembra di essere davvero in Estremo Oriente, ad esplorare insieme a Joan una terra che ti fa spalancare gli occhi per la meraviglia ad ogni angolo di strada. Probabilmente non andrò mai a Singapore, e continuerò a passare l’Estate in Liguria per il resto dei miei giorni. Ma grazie a questo libro ho avuto l’illusione di esserci stato in vacanza per qualche giorno, e di averla conosciuta molto più di tanti turisti che ci sono andati davvero. Per questo motivo, lo consiglio caldamente anche a voi.

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Confessioni di un tamarro

David Ayer è un regista dallo stile molto riconoscibile.
Il protagonista dei suoi film è sempre un tamarro con catenina d’oro al collo, canottiera e jeans strappati. Se la storia è ambientata in Inverno indosserà anche un giubbotto di pelle nera, ma state pur certi che se lo toglierà alla prima occasione, perché ci tiene troppo a far vedere i suoi bicipiti tatuati.
Il lavoro che svolge varia a seconda del film, ma non è mai totalmente pulito. E infatti quando fa una riunione con i suoi colleghi il meeting non si svolge mai in un ufficio, ma in uno strip club pieno di donnine che agitano il sedere a ritmo di musica. Ogni tanto compaiono anche delle donne più raffinate: le riconosci perché sparano una parolaccia ogni 10 parole, e dato che gli uomini ne sparano una ogni 5 loro sembrano quasi delle principesse.
Ecco, sui personaggi femminili di David Ayer ci sarebbe da aprire un capitolo a parte. Dietro la scelta delle interpreti c’è sempre un accurato lavoro di casting: per lavorare con lui un’attrice deve avere 2 bocce che sembrano disegnate col compasso (finte o naturali poco importa, David non sta a sottilizzare), un sedere a mandolino e un visetto malizioso da femme fatale. Dubito che David vada a pescare le attrici in questione ad un gruppo di preghiera: probabilmente le assolda direttamente negli strip club in cui gira le scene dei suoi film.
Quando non è impegnato in discussioni filosofiche con queste raffinate donzelle, il protagonista si aggira per le strade alla ricerca di qualcosa che gli è stato tolto. Talvolta gli hanno rubato dei soldi, talvolta della droga, talvolta perfino un parente. Di qualunque cosa si tratti, adesso il protagonista è incazzato nero, e potete star certi che sprizzerà rabbia tamarra da tutti i pori finché non metterà le mani sul responsabile. Ma come farà a scoprire di chi si tratta? E una volta scoperto, come farà a stanarlo per scatenare su di lui la sua ira funesta? Per scoprirlo dovete guardare il film fino alla fine… e se vi piace il genere, quando sarà finito proverete un’estasi buzzurra che persisterà anche per diversi giorni dopo la visione.
Come avrete intuito, David Ayer è uno dei miei registi preferiti. Il suo ultimo film (The Tax Collector) contiene tutti i tratti stilistici che ho elencato finora, e proprio per questo vi confesso che mi ha mandato in brodo di giuggiole. Se non vi piacciono i film di puro intrattenimento, chiaramente questo titolo non fa per voi. Ma se avete voglia di un film che vi faccia staccare la spina per un paio d’ore e vi mandi su di giri con mille scene una più adrenalinica dell’altra, date una chance a The Tax Collector: non resterete delusi.
P.S.: Caro David, sono stato uno dei pochi a parlare bene del tuo ultimo film: se leggi queste righe ricordati di me, e presentami una delle strappone che hai fatto recitare in The Tax Collector. Questa qui ad esempio mi andrebbe benissimo. : )

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Scoprirò la verità

Qualche anno fa vidi un film intitolato Ghost in the Shell, e ne rimasi folgorato. Non tanto per la storia o per i personaggi (comunque ottimi): ho adorato quel film soprattutto per la sua capacità di creare un intero universo. Una Tokyo futuristica, visivamente bellissima, che ricorda quella originale ma funziona in un modo tutto suo, e non lascia scampo a chi tenta di giocare con regole diverse.
Anche Ultima è una città che funziona in modo molto particolare. I suoi abitanti sono divisi in contrade, e una volta l’anno i campioni di ogni contrada si sfidano nel Palio. Tuttavia la gara non consiste in una corsa di cavalli, ma in dei combattimenti corpo a corpo, in cui l’unica regola è il divieto assoluto di uccidere l’avversario. Chi vince garantisce alla sua contrada il comando della città per un anno, fino al Palio successivo. Insomma, è una Siena del futuro, ma con tante tracce del suo passato.
Quest’ambientazione così originale, che fonde usanze medievali e tecnologia futuristica, da sola sarebbe bastata per creare una grande storia. In più, tra le strade di Ultima si aggirano tanti personaggi uno più riuscito dell’altro: l’ex galeotto Demetrio, che è stato espulso dalla sua contrada e cerca di rientrarci in ogni modo; la sensuale Veronica, che cerca di trovare una spiegazione alle tante stranezze che stanno succedendo nella sua città; il vecchio saggio Stefano, che ha smesso da tempo di combattere nel Palio, ma con i suoi consigli riesce ancora a condizionare le vicende della città…
Tra tutti questi personaggi, il mio preferito è senza dubbio Veronica: non soltanto per il suo straripante sex appeal, ma anche perché la sottotrama gialla che ruota intorno a lei è senza dubbio la parte più coinvolgente del libro.
Ultima – La città delle contrade di Carlo Vicenzi non è un semplice romanzo: è un’esperienza al di fuori del tempo e dello spazio, ambientata in un contesto così originale e imprevedibile da riservare sorprese fino all’ultimissima pagina. Lasciatevi trasportare nella città di Ultima: dopo poche pagine non vorrete più uscirne.

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Una ragazza deliziosa

L’anno scorso, più precisamente a Gennaio 2020, andai al cinema per vedere un film intitolato City of Crime. Comprai il biglietto su Internet, e rimasi di stucco: quando arrivai a scegliere il posto in sala scoprii che ne erano rimasti pochissimi, quindi mi toccò prenderne uno molto a sinistra e in seconda fila. Ovviamente quando entrai in sala la trovai stracolma fino all’ultimo posto disponibile: non mi succedeva dai tempi di Selma (quindi dal 2015), e vista la situazione coronavirus credo che non mi succederà per tanto tempo ancora.
Questo successo di pubblico era pienamente meritato: nonostante fossimo solo a Gennaio, capii subito che City of Crime sarebbe finito in cima alla mia classifica dei migliori film dell’anno, e non mi ero sbagliato.
In quella circostanza presi coscienza dello straordinario talento di Chadwick Boseman, e quindi potete immaginare con quanto dispiacere io abbia appreso prima della sua morte e poi del suo Oscar mancato. A maggior ragione se consideriamo che l’Academy gliel’ha negato a favore di un attore che l’aveva già vinto (Anthony Hopkins) e che quindi non aveva assolutamente bisogno di questo premio: non a caso gli importava così poco di vincerlo che non era presente alla cerimonia, neanche in videochiamata.
Un’altra brutta sorpresa è stata la sconfitta di Laura Pausini, che avendo vinto il Golden Globe era anche lei favorita per l’Oscar alla miglior canzone. A tarparle le ali, ne sono certo, è stata quella foto su Instagram in cui si mostra trionfante con il Golden Globe in mano: non so se è stata una strategia per mettere pressione sull’Academy o una semplice spacconata, ma sicuramente è stata una mossa antipatica, uno di quegli errori che in un gioco di equilibri sottili come la premiazione degli Oscar si pagano carissimi.
Anche per Glenn Close è arrivata l’ennesima doccia fredda: ha ricevuto 8 nomination e 0 statuette, probabilmente un record. Nel suo caso credo che sia rimasta fregata dal fatto di essere stata candidata anche per il Razzie Award, ovvero per il “premio” di peggior attrice non protagonista: se non ci fosse stato quest’incidente di percorso avrebbe prevalso senza problemi sulla sconosciuta attrice che l’ha battuta, e che non ha un centesimo della sua storia cinematografica.
Queste sono state le note amare. In compenso ce n’è stata una molto lieta, ovvero la vittoria in 2 categorie di Judas and the Black Messiah: dei 3 film nominati che ho visto (gli altri 2 sono Il processo ai Chicago 7 e La tigre bianca) questo è senza dubbio il mio preferito, quindi mi ha fatto molto piacere che abbia ricevuto qualche premio.
Sugli altri Oscar niente da dire, erano annunciati. Soprattutto quello di Nomadland: come ho scritto nel post in cui commentavo le nomination, quel film aveva “Oscar” scritto in fronte, quindi era scontatissimo che l’Academy l’avrebbe ricoperto d’oro. Era altrettanto prevedibile che all’unico rivale credibile (Mank) avrebbero dato qualche Oscar minore come premio di consolazione: spero che quest’ultimo film faccia da trampolino di lancio per la carriera di Lily Collins, un’attrice deliziosa alla quale sono affezionato da quando l’ho vista nel bellissimo L’eccezione alla regola. Se ve lo siete perso, guardatelo al più presto: mi è piaciuto così tanto che l’ho inserito nella classifica dei migliori film del decennio.
E voi, cosa ne pensate di queste folli premiazioni?

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Un grande ritorno

Oggi hanno annunciato le nomination agli Oscar, e come tutti gli anni non sono mancate le sorprese. Ad esempio, la nostra Sophia Loren sembrava una candidata sicura per La vita davanti a sé, invece questo film ha ottenuto la misera di una nomination nelle categorie musicali. Stessa identica sorte per l’ultimo film di Spike Lee, Da 5 Bloods, per il quale sembrava certa almeno la candidatura di Chadwick Boseman come miglior attore non protagonista. Tuttavia, l’Academy ha ancora la possibilità di assegnargli un Oscar postumo, perché è candidato come miglior attore protagonista per Ma Rainey’s Black Bottom: proprio perché non ci saranno altre occasioni di premiarlo, lo considero il super favorito in quella categoria, anche perché gli altri candidati sono 2 sconosciuti e 2 attori che l’hanno già vinto. Uno dei 2 sconosciuti è Riz Ahmed, e la cosa non mi stupisce, perché aveva recitato benissimo la parte del cattivo in Venom.
Un altro film che ha ottenuto una sola nomination è Tenet, e anche questo non mi ha stupito: Christopher Nolan non era amato dall’Academy neanche quando sfornava dei capolavori assoluti, figuriamoci adesso che sembra aver imboccato precocemente il viale del tramonto.
In compenso l’Academy ha confermato di amare molto il nostro cinema: infatti ha candidato non solo La vita davanti a sé, ma anche Pinocchio, che concorre per il miglior trucco e i migliori costumi. La vita davanti a sé invece è stato candidato per la migliore canzone, grazie a un brano scritto da Diane Warren e Laura Pausini: spero che ottenga la statuetta, e non per la Pausini, ma perché Diane Warren è arrivata alla dodicesima nomination senza aver mai vinto, e quindi le auguro che possa rompersi questa maledizione. Delle 11 sconfitte precedenti mi irrita soprattutto la volta in cui le negarono l’Oscar per I don’t want to miss a thing: non era soltanto la migliore canzone di quell’anno, ma è proprio una delle canzoni più belle nella storia della musica.
Un’altra perdente cronica è Glenn Close: quest’anno è arrivata all’ottava nomination per Elegia americana. Non ho visto il film, ma tiferò comunque per lei, perché merita l’Oscar almeno dai tempi del bellissimo Seven Sisters.
Poco fa ho scritto di non aver visto Elegia americana: ebbene, in verità non ho guardato quasi nessuno dei film candidati. L’unico che ho visto è Il processo ai Chicago 7, e anche quello l’ho guardato solo perché me l’aveva consigliato Lapinsù. Questo non deve stupirvi, perché nel 2020 quasi tutti i film interessanti sono stati “congelati” in attesa che finisse la pandemia, e quindi era logico che agli Oscar di quest’anno non ci sarebbero stati molti titoli di qualità. Praticamente l’unica casa di produzione a non rimandare niente è stata Netflix, perché tanto i suoi film sarebbero usciti direttamente in streaming anche se non ci fosse stata la pandemia. Non a caso il film con più nomination è proprio un prodotto Netflix, Mank: io però credo che nella corsa all’Oscar più importante verrà sconfitto da Nomadland, perché quest’ultimo sembra il classico drammone depresso che piace tanto ai giurati dell’Academy.
Penso che succederà la stessa cosa anche nella categoria miglior regista: l’Academy non ha mai amato Fincher, e pur di lasciarlo a mani vuote darebbe l’Oscar anche a De Sica. A sfavorirlo c’è anche il fatto che Nomadland sia diretto da una regista donna e cinese: di conseguenza, l’Academy potrebbe decidere di premiare lei anche per dare un segnale di apertura e di uguaglianza. Princìpi nobili e che condivido, ma che non dovrebbero influenzare i giurati: infatti i premi andrebbero assegnati unicamente in base al merito, non in base al politicamente corretto.
Tirando le somme, mi dispiace che il grande ritorno di Sophia Loren non sia stato premiato con una nomination, ma mi consolo pensando che ho tanti altri artisti per cui tifare. E voi? Per quali attori e quali film tiferete alla prossima notte degli Oscar?

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Una ragazza adorabile

Quand’ero bambino mi piaceva moltissimo una soap opera intitolata Vivere. In quella telenovela tutto ruotava attorno a una famiglia con 3 figlie femmine: Eva, Chiara e Lisa. Eva era la sorella cattiva, Chiara la finta buona e Lisa quella buona per davvero: era la classica ragazza della porta accanto, che ti faceva sciogliere come un ghiacciolo con la sua irresistibile dolcezza. Ovviamente Lisa era la mia preferita, e ricordo bene il tuffo al cuore che mi prendeva ogni volta che la vedevo apparire sullo schermo. Quest’amore infantile ha avuto una tale influenza su di me che crescendo mi sono invaghito spesso di ragazze come lei: ovviamente mi piacevano anche le bellone dal fisico esplosivo come Wendy Windham, ma in ogni ragazza cercavo sempre lo sguardo buono e il sorriso dolce della mitica Lisa Bonelli.
Da qualche mese La5 ha cominciato a mandare in onda le vecchie puntate di Vivere: ovviamente non me ne perdo una, e dopo vent’anni Lisa Bonelli continua a farmi venire gli occhi a cuoricino ogni volta che appare sulla scena. Anzi, adesso la apprezzo ancora di più, perché l’esperienza mi ha fatto capire quanto siano rare le ragazze come lei nella vita reale. L’attrice che la interpretava (Manuela Maletta) è sicuramente una di loro, perché non si può recitare così bene quel personaggio senza condividerne almeno in parte il modo di essere. Proprio perché sono certo che sia una brava persona, auguro a quell’attrice tutto il bene possibile.
Anche Julie è una ragazza così. Non è semplicemente carina, è proprio la bontà fatta persona, ma purtroppo Bryce (il ragazzo che lei ama perdutamente fin da bambina) non si è mai reso conto di quanto lei fosse speciale. Al contrario, è così ottuso che non si è mai accorto neanche dei sentimenti che Julia prova per lui. E quando finalmente se ne accorge potrebbe essere troppo tardi, per mille motivi che sarebbe troppo lungo elencare. Riusciranno Julie e Bryce a trovare un punto d’incontro, oppure la loro è destinata a rimanere una storia d’amore incompiuta in stile Romeo e Giulietta? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso soltanto consigliarvi di vedere Il primo amore non si scorda mai: non ve ne pentirete.

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