Voglio solo te

La mia vita ruota intorno a pochi capisaldi fondamentali.
Prima di tutto, gli amici. Ogni volta che passi un momento difficile, avere un vero amico su cui contare è davvero fondamentale: infatti se può farci qualcosa si impegnerà al massimo per trovare una soluzione, se non può farci nulla cercherà comunque di tirarti su il morale consolandoti o facendoti svagare. E ovviamente gli amici sono preziosi anche nei momenti belli, anzi molti di essi li ho vissuti proprio grazie a loro.
In secondo luogo, le ragazze. Intendiamoci: non sono ossessionato da loro. Non sono una di quelle persone che sente il bisogno di avere sempre un flirt in corso, altrimenti cade in depressione. Ma il corteggiamento, gli appuntamenti, lo scambio di messaggi e tutti gli altri rituali che fanno parte di un rapporto sentimentale hanno sempre avuto un effetto benefico su di me, esattamente come le uscite con gli amici.
In terzo luogo, la Fiorentina. E soprattutto lo stadio di Firenze. Quando ci vado infatti la mia attenzione si concentra non tanto sulla partita in sé, quanto piuttosto sugli elementi di contorno: il brivido di eccitazione che scuote il pubblico quando stiamo per fare gol, le chiacchiere che rimbalzano da un tifoso all’altro, le battute continue sui giocatori più incapaci… insomma, quando entri nel nostro stadio ti accorgi subito che il vero protagonista è il pubblico, non i giocatori, ed è per questo che sono così fiero di farne parte.
Tommaso è esattamente come me. Segue con apprensione le vicende del Bologna, che ogni anno lotta con le unghie e con i denti per evitare la serie B; frequenta sempre gli stessi amici fin dall’infanzia, e non li abbandona neanche quando alcuni di loro attraversano dei periodi difficili; esce con molte ragazze, ma l’unica che gli interessa davvero è Ester, che esercita su di lui un’attrazione irresistibile da quand’erano bambini.
Tommaso ci racconta la sua storia in prima persona, cercando di dare il giusto spazio a tutti e 3 questi argomenti. Ma è evidente che in cima ai suoi pensieri c’è sempre Ester, e i suoi innumerevoli tentativi di conquistarla sono senza dubbio la parte più interessante del romanzo. Più vai avanti a leggere e più cominci a sperare con tutte le tue forze che Ester la smetta di trattarlo da amico, e decida finalmente di cedere al suo paziente corteggiamento. Come andrà a finire la loro storia? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere Tu che sei di me la miglior parte di Enrico Brizzi: non ve ne pentirete.

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Quentin è tornato

Nel 1994 Quentin Tarantino rivoluzionò il mondo del cinema con Pulp Fiction. Fino a quel momento imperava la regola non scritta per cui il protagonista doveva essere un eroe buono al 100%, o al limite una simpatica canaglia: l’idea che al centro della scena potessero esserci dei criminali violentissimi e senza scrupoli forse non era una novità assoluta, ma sicuramente non era abituale.
Un’altra grande novità fu la decisione di mostrare gli eventi in ordine non cronologico: anche questa non era un’invenzione di Quentin (ad esempio, Viale del tramonto parte dalla fine, ed è un film del ’50), ma nessuno lo aveva mai fatto in maniera così spinta, andando continuamente avanti e indietro nel tempo e sfidando lo spettatore a ricostruire cosa era accaduto prima o dopo.
Poi c’era il suo marchio di fabbrica, quello che lo ha reso famoso in tutto il mondo: la tendenza a costruire delle scene in cui si mischiano comicità e violenza, e quindi lo spettatore ride di alcune situazioni che in teoria dovrebbero fargli orrore.
Queste 3 caratteristiche dello stile di Tarantino sono state copiate in lungo e in largo per tutti gli anni 90 (in particolare l’ultima), con esiti spesso risibili: un esempio più evidente che mai è Cosa fare a Denver quando sei morto, un film in cui il tentativo di scimmiottare la comicità macabra di Tarantino è tanto spudorato quanto maldestro. La verità è che soltanto Quentin sa fare i film “alla Tarantino”, e anzi talvolta lui stesso non ci riesce: ad esempio, a me The Hateful Eight era piaciuto, ma riconosco che era azzoppato da dialoghi troppo numerosi e troppo lunghi (anche questo è un marchio di fabbrica del nostro Quentin).
Dato che il suo ultimo film non mi aveva convinto in pieno, aspettavo con ansia di vedere C’era una volta a… Hollywood: volevo capire se The Hateful Eight era stato uno scivolone isolato, oppure se Tarantino aveva iniziato a percorrere il viale del tramonto.
Adesso che l’ho visto, posso dire che C’era una volta a… Hollywood mi ha decisamente spiazzato, perché non sembra un film di Tarantino. Tutti i marchi di fabbrica che ho elencato prima (ironia, violenza, dialoghi torrenziali eccetera) sono stati abbandonati, perché stavolta Quentin ha voluto concentrarsi su un altro concetto: l’amicizia.
I protagonisti del suo film sono un attore (Rick Dalton) e la sua controfigura (Cliff Booth). Rick è caduto in disgrazia, quindi Cliff potrebbe tranquillamente abbandonarlo e trovarsi un altro attore con cui lavorare; invece, siccome gli amici si vedono nel momento del bisogno, lui decide di restargli accanto, perché ormai gli vuole bene come a un fratello.
I problemi cominciano quando Cliff si invaghisce di una ragazzina hippie: lei fa parte della setta di Charles Manson, e quando Cliff incontrerà quei pazzi le conseguenze saranno imprevedibili…
Proprio perché C’era una volta a… Hollywood era ispirato alle vicende di Charles Manson, ci si aspettava un film in cui Tarantino avrebbe fatto grondare sangue come suo solito. Lui invece ha deciso di cambiare totalmente stile: vi confesso che non ho apprezzato per niente questa scelta, ma per fortuna c’è una scena in cui riemerge il vecchio Quentin, e comicità e violenza riprendono a fondersi con la stessa perfetta precisione di Pulp Fiction. Vale la pena di vedere un film in cui c’è solo una scena davvero bella? Se l’ha diretta Tarantino, la risposta è sì.

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Un grande uomo

Pertini è uno dei politici più amati nella storia d’Italia. Le immagini della sua esultanza allo stadio di Madrid, estasiato per la vittoria degli azzurri al Mondiale dell’82, sono impresse nella memoria di tutti gli italiani, anche coloro che a quei tempi non erano ancora nati. E lo stesso vale per le sue battute, la sua espressione sorniona, la mitica pipa da cui non si separava mai: era un personaggio in tutti i sensi, un uomo davvero indimenticabile.
Tuttavia, pur riconoscendo che Pertini è stato un grande presidente della repubblica, io ho sempre preferito il suo successore: Francesco Cossiga. Lo amavo perché avrebbe avuto gli strumenti culturali per esprimersi in maniera indiretta e diplomatica, ma preferiva dire pane al pane e vino al vino, con una semplicità e una schiettezza rarissime nel mondo della politica (soprattutto allora). Inoltre, le sue critiche spesso coglievano nel segno, ed erano così inoppugnabili da disarmare totalmente le persone da lui bersagliate. Una figura come la sua manca moltissimo all’Italia di oggi.
Purtroppo conobbi Cossiga soltanto nei suoi ultimi anni di vita: era ormai un ottantenne, ma il furore indomito che l’aveva sempre animato non si era ancora spento, e aveva ancora l’energia per prendere a picconate tutti i politici che a suo giudizio svolgevano male il loro mestiere (soprattutto se lo facevano in malafede). E’ stato lui a farmi appassionare alla politica, a contagiarmi con il suo entusiasmo e il suo sincero attaccamento al proprio paese.
Per me Cossiga è stato una fonte d’ispirazione anche al di là della politica: infatti dopo averlo conosciuto ho abbracciato in pieno il suo modo di esprimersi semplice e diretto, che andava dritto al punto senza esitazioni né eufemismi. Certo, riconosco che talvolta un po’ di diplomazia è necessaria, ma ricorro ad essa solo quando mi rendo conto che parlando senza peli sulla lingua ferirei la sensibilità altrui: in tutti gli altri casi, seguo fedelmente gli insegnamenti del mio maestro Cossiga.
Di recente ho visto un film il cui protagonista è un uomo proprio identico a lui. Parla di un anziano signore appena arrivato in un paesino dimenticato da Dio, Black Rock: non ha nessuna prova concreta in mano, ma fin dal primo momento ha la netta sensazione che qualcosa non quadri, che in quel posto sia accaduto qualcosa di terribile di cui nessuno è disposto a parlare. Il vecchietto potrebbe tranquillamente lasciar perdere e farsi i fatti suoi, e invece comincia a investigare. Pone tante domande scomode, e lo fa in puro stile Cossiga, con delle parole dirette che mettono l’interlocutore con le spalle al muro. Ovviamente gli abitanti di quel paesino cominciano a vederlo come il fumo negli occhi, e a cospirare per ucciderlo: di conseguenza l’indagine del vecchietto diventa una vera e propria corsa contro il tempo, e lo spettatore comincia a desiderare con tutto se stesso che lui riesca ad arrivare alla verità prima che sia troppo tardi. Ma qual è la verità? Cosa è successo a Black Rock? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere Giorno maledetto: non ve ne pentirete.

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L’ho fatto per te

Qualche anno fa scoprii per puro caso che di lì a pochi giorni sarebbe uscito un film chiamato Codice 999. La pubblicità che avevo trovato su Internet mostrava soltanto la locandina, quindi non sapevo niente sulla trama, eppure avevo il presentimento che sarebbe stato un ottimo film. Così cercai le sale che lo programmavano, ed ebbi una sgradita sorpresa: nella mia zona lo proiettava soltanto un cinema, peraltro sperdutissimo nella campagna toscana.
A quel punto una persona normale avrebbe detto: un attimo, prima di fare questa scampagnata informiamoci un po’ sul film e vediamo se ne vale la pena oppure no. Io invece continuai a fidarmi della mia intuizione, e andai apposta in quel cinema in culo al mondo per un film di cui non conoscevo altro che la locandina. Fu una mossa spericolata, ma dannatamente azzeccata: Codice 999 si rivelò un poliziesco coi fiocchi, uno dei migliori che abbia mai visto (e ve lo dice uno cresciuto a pane e Charles Bronson).
Tra l’altro quel film ebbe il merito di lanciare tanti attori fino a quel momento semisconosciuti: ad esempio, appare in un piccolo ruolo una Gal Gadot ancora ignara del suo luminoso futuro come Wonder Woman.
Un altro attore che venne lanciato da Codice 999 è Aaron Paul. Potrei dirvi che sono andato a vedere Welcome home per la sua presenza, e invece a convincermi è stato un motivo molto più profondo, più psicologico, oserei dire perfino filosofico: LE POPPE DI EMILY RATAJKOWSKI. Intendiamoci, non che il resto del corpo sia da meno, ma le divine rotondità del suo seno sono l’ottava meraviglia del mondo, ma che dico l’ottava, L’UNICA meraviglia del mondo: le altre 7 si sono ritirate per manifesta inferiorità.
Così pur di ammirarle in tutto il loro splendore mi sono sorbito un altro viaggio in culo al mondo, con l’aggravante che stavolta c’era pure il caldo infernale di Luglio ad arrostirmi le chiappe. Ma per lei questo ed altro.
Il film si basa su una delle puttanate più gigantesche nella storia del cinema: Aaron Paul sta con Emily Ratajkowski, ma non riesce a soddisfarla perché è impotente. MA COME? Proprio lei, che mostrando mezza tetta farebbe rizzare anche la torre di Pisa, non riesce ad eccitare un uomo in carne e ossa? Non regge neanche l’ipotesi che lui sia gay, perché davanti al suo fisico scultoreo capitolerebbe anche Malgioglio.
Una volta appurato che con Aaron Paul non c’è trippa per gatti, cosa fa la nostra Emily? Si mette in mezzo a una strada e aspetta che si formi la fila per corteggiarla? No, resta in casa e cerca di rianimare il caro estinto che lui ha tra le cosce! Ovviamente nessuno penserebbe che è tutta una strategia per attirare in sala i suoi fan più guardoni… nessuno proprio…
Dopo essersi assicurata di aver mostrato alla telecamera ogni centimetro di pelle disponibile, la nostra eroina si rassegna: sotto la cintura Aaron Paul è morto, e non lo resuscita neanche Cicciolina. Per sua fortuna però le viene in soccorso il loro vicino di casa: lui comincia a provarci spudoratamente, e lei, sentendosi finalmente di nuovo apprezzata, si guarda bene dal respingere i suoi approcci da cascamorto. Il guaio è che lui è uno psicopatico, e questo avrà delle conseguenze imprevedibili per tutti e 3…
Come avrete intuito, Welcome home è un film nettamente diviso in 2 parti: inizia come un film erotico, poi fa un’inversione a U e diventa un thriller tesissimo, che tiene lo spettatore sul filo del rasoio fino all’ultimo minuto. È inutile dirvi che ho apprezzato soprattutto la prima parte, ma anche la seconda è davvero notevole, perché riserva dei colpi di scena uno più geniale dell’altro. Dove porteranno questi colpi di scena? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere Welcome home: non ve ne pentirete.

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In viaggio verso te

Tra tutte le storie che mi hanno raccontato da bambino, una delle mie preferite era senza dubbio l’Odissea. Non tanto per i mostri mitologici o le avventure di Ulisse: di quella storia mi piaceva soprattutto la determinazione del protagonista, che per vent’anni non perde mai la speranza di potersi riunire un giorno alla sua amata Penelope. Nel corso del suo lungo viaggio Ulisse ha avuto molte occasioni di dimenticarla mettendosi con donne più belle e più giovani di lei, ma lui non voleva sentir ragioni: lui voleva soltanto Penelope, e non l’avrebbe cambiata neanche con la più bella delle principesse.
A Dove succede un po’ la stessa cosa. La ragazza che ama si è trasferita di punto in bianco dal Texas a New Orleans: essendo uno spiantato, lui dovrebbe rassegnarsi all’idea di non potersi permettere un viaggio così lungo, e cominciare a progettare una vita senza di lei. Dove invece decide di non arrendersi, e di farsi quelle centinaia di chilometri in tutti i modi possibili: saltando al volo sui treni merci, facendo l’autostop, dormendo sull’erba senza neanche un sacco a pelo. E una volta arrivato a New Orleans, lo aspetta un’altra missione, ancora più difficile della prima: trovare la sua amata Hallie. Lui non ha nessun indizio su dove sia finita e New Orleans ha 400.000 abitanti, quindi è peggio che cercare un ago in un pagliaio. Come farà a rintracciarla? E se ci riuscirà, come andrà il loro incontro?
Come avrete intuito, Anime sporche è un film pieno di suspense. Lo spettatore segue con sempre più interesse e sempre più ammirazione i disperati tentativi di Dove di raggiungere la sua Hallie, e con il passare dei minuti comincia a sperare con tutto se stesso che i suoi sforzi vengano premiati, che la sua determinazione lo porti a riabbracciare la donna per cui rivolterebbe il mondo intero. Come andrà a finire? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere Anime sporche: non ve ne pentirete.

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Genio e sregolatezza

In tutti i campi ci sono delle persone che hanno un grande talento, ma per loro sfortuna non hanno l’intelligenza, la disciplina e l’autocontrollo necessari per sfruttarlo appieno. Sono quei talenti che sono croce e delizia, genio e sregolatezza, e ogni volta che li vedi non sai mai se combineranno un disastro o faranno qualcosa di meraviglioso.
Nonostante la loro indole distruttiva e autodistruttiva, spesso questi terremoti umani finiscono per starci molto più simpatici di tanti altri più perfettini, stabili ed equilibrati, e proprio per questo terribilmente noiosi. Ad esempio, sono convinto che molti di noi vorrebbero per la loro figlia un marito come John Elkann, ma se dovessero scegliere qualcuno per accompagnarli in vacanza o trascorrere una serata in allegria prenderebbero senza esitazione il suo fratellino Lapo.
Nel mondo del cinema, un esempio perfetto di attore genio e sregolatezza è Nick Nolte. Prendete uno qualsiasi dei suoi film e vedrete che probabilmente avrà i capelli unti, la barba sporca di nicotina e il colorito paonazzo di chi alle 10 del mattino si è già scolato la sua prima bottiglia. Ma nonostante la sua vita sregolata e gli effetti terribili che ha avuto sul suo fisico, quest’attore è dannatamente bravo. E quando è abbastanza lucido per dimostrarlo, il film in cui recita diventa sempre una perla di rara bellezza.
In Padre Nick Nolte interpreta uno sceriffo in pensione, che invece di godersi la vecchiaia in santa pace decide di mettersi all’inseguimento di un criminale con cui ha un misterioso conto in sospeso. Il film si basa soprattutto su questa caccia all’uomo, e nel giro di 90 minuti assume tutte le sfumature possibili e immaginabili: in certi momenti prevale la tensione, in altri la comicità, in altri ancora il puro divertimento. Il regista è bravissimo nel saltellare allegramente da un registro all’altro, e nell’intrattenere piacevolmente lo spettatore dal primo all’ultimo minuto. Ovviamente anche Nick Nolte ha dato il suo contributo: il suo è un grande personaggio, e lui lo interpreta con tutto il talento e la passione di cui è capace. Padre sarebbe stato un bel film anche con un altro attore? Sì. Ma con lui è tutta un’altra cosa.

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Combattere per un ideale

A tutti noi è capitato di lottare per una causa in cui credevamo. Poteva essere qualcosa di banale o di fondamentale, di piccolo o di enorme, ma ci ha comunque permesso di sentirci vivi, di venire infiammati dalla passione che proviamo quando difendiamo qualcosa che ci sta a cuore.
Oggi possiamo farlo più facilmente rispetto al passato: ognuno di noi può esprimere il proprio dissenso comodamente seduto sul divano, digitando qualche commento indignato su questo o quel social. Tuttavia, niente può sostituire l’euforia e l’adrenalina che ti scorrono dentro quando scendi in piazza, e ti riunisci insieme a qualcuno che come te ha mollato tutti i suoi impegni per essere lì. Magari non vi siete mai incontrati prima di allora e non vi vedrete mai più dopo quel giorno, ma in quel momento siete uniti come fratelli, e provate un senso di vicinanza che nessun social network potrà mai creare.
Esperienze come queste mi hanno insegnato che combattere per un ideale è una delle azioni più nobili e più esaltanti che un uomo possa compiere. Lo ha fatto anche Jack Godell: si è accorto che nella centrale nucleare in cui lavora non viene rispettata nessuna misura di sicurezza, e quindi si rischia una catastrofe ogni volta che vengono accesi gli interruttori. Lui segnala più volte questi problemi ai suoi superiori, ma la risposta è sempre la stessa: mettere in sicurezza l’impianto ci costerebbe troppi soldi, quindi torna al lavoro e non dire a nessuno ciò che hai scoperto.
Allora Jack si rivolge alle uniche persone disposte a dargli ascolto: due giornalisti coraggiosi come lui, che sono pronti a tutto pur di far sapere al mondo cosa sta succedendo in quella centrale. La loro lotta per la verità e la giustizia li porta a venire messi nel mirino da persone molto potenti e pericolose, ma la fede nei loro ideali li porta ad andare avanti qualsiasi cosa succeda: con il passare dei minuti l’ammirazione dello spettatore nei loro confronti cresce a dismisura, e lo porta a sperare con tutte le sue forze che alla fine riescano a raggiungere il loro obiettivo. Ce la faranno? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere Sindrome cinese: ne sarete deliziati.

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