Un grande uomo

Pertini è uno dei politici più amati nella storia d’Italia. Le immagini della sua esultanza allo stadio di Madrid, estasiato per la vittoria degli azzurri al Mondiale dell’82, sono impresse nella memoria di tutti gli italiani, anche coloro che a quei tempi non erano ancora nati. E lo stesso vale per le sue battute, la sua espressione sorniona, la mitica pipa da cui non si separava mai: era un personaggio in tutti i sensi, un uomo davvero indimenticabile.
Tuttavia, pur riconoscendo che Pertini è stato un grande presidente della repubblica, io ho sempre preferito il suo successore: Francesco Cossiga. Lo amavo perché avrebbe avuto gli strumenti culturali per esprimersi in maniera indiretta e diplomatica, ma preferiva dire pane al pane e vino al vino, con una semplicità e una schiettezza rarissime nel mondo della politica (soprattutto allora). Inoltre, le sue critiche spesso coglievano nel segno, ed erano così inoppugnabili da disarmare totalmente le persone da lui bersagliate. Una figura come la sua manca moltissimo all’Italia di oggi.
Purtroppo conobbi Cossiga soltanto nei suoi ultimi anni di vita: era ormai un ottantenne, ma il furore indomito che l’aveva sempre animato non si era ancora spento, e aveva ancora l’energia per prendere a picconate tutti i politici che a suo giudizio svolgevano male il loro mestiere (soprattutto se lo facevano in malafede). E’ stato lui a farmi appassionare alla politica, a contagiarmi con il suo entusiasmo e il suo sincero attaccamento al proprio paese.
Per me Cossiga è stato una fonte d’ispirazione anche al di là della politica: infatti dopo averlo conosciuto ho abbracciato in pieno il suo modo di esprimersi semplice e diretto, che andava dritto al punto senza esitazioni né eufemismi. Certo, riconosco che talvolta un po’ di diplomazia è necessaria, ma ricorro ad essa solo quando mi rendo conto che parlando senza peli sulla lingua ferirei la sensibilità altrui: in tutti gli altri casi, seguo fedelmente gli insegnamenti del mio maestro Cossiga.
Di recente ho visto un film il cui protagonista è un uomo proprio identico a lui. Parla di un anziano signore appena arrivato in un paesino dimenticato da Dio, Black Rock: non ha nessuna prova concreta in mano, ma fin dal primo momento ha la netta sensazione che qualcosa non quadri, che in quel posto sia accaduto qualcosa di terribile di cui nessuno è disposto a parlare. Il vecchietto potrebbe tranquillamente lasciar perdere e farsi i fatti suoi, e invece comincia a investigare. Pone tante domande scomode, e lo fa in puro stile Cossiga, con delle parole dirette che mettono l’interlocutore con le spalle al muro. Ovviamente gli abitanti di quel paesino cominciano a vederlo come il fumo negli occhi, e a cospirare per ucciderlo: di conseguenza l’indagine del vecchietto diventa una vera e propria corsa contro il tempo, e lo spettatore comincia a desiderare con tutto se stesso che lui riesca ad arrivare alla verità prima che sia troppo tardi. Ma qual è la verità? Cosa è successo a Black Rock? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere Giorno maledetto: non ve ne pentirete.

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L’ho fatto per te

Qualche anno fa scoprii per puro caso che di lì a pochi giorni sarebbe uscito un film chiamato Codice 999. La pubblicità che avevo trovato su Internet mostrava soltanto la locandina, quindi non sapevo niente sulla trama, eppure avevo il presentimento che sarebbe stato un ottimo film. Così cercai le sale che lo programmavano, ed ebbi una sgradita sorpresa: nella mia zona lo proiettava soltanto un cinema, peraltro sperdutissimo nella campagna toscana.
A quel punto una persona normale avrebbe detto: un attimo, prima di fare questa scampagnata informiamoci un po’ sul film e vediamo se ne vale la pena oppure no. Io invece continuai a fidarmi della mia intuizione, e andai apposta in quel cinema in culo al mondo per un film di cui non conoscevo altro che la locandina. Fu una mossa spericolata, ma dannatamente azzeccata: Codice 999 si rivelò un poliziesco coi fiocchi, uno dei migliori che abbia mai visto (e ve lo dice uno cresciuto a pane e Charles Bronson).
Tra l’altro quel film ebbe il merito di lanciare tanti attori fino a quel momento semisconosciuti: ad esempio, appare in un piccolo ruolo una Gal Gadot ancora ignara del suo luminoso futuro come Wonder Woman.
Un altro attore che venne lanciato da Codice 999 è Aaron Paul. Potrei dirvi che sono andato a vedere Welcome home per la sua presenza, e invece a convincermi è stato un motivo molto più profondo, più psicologico, oserei dire perfino filosofico: LE POPPE DI EMILY RATAJKOWSKI. Intendiamoci, non che il resto del corpo sia da meno, ma le divine rotondità del suo seno sono l’ottava meraviglia del mondo, ma che dico l’ottava, L’UNICA meraviglia del mondo: le altre 7 si sono ritirate per manifesta inferiorità.
Così pur di ammirarle in tutto il loro splendore mi sono sorbito un altro viaggio in culo al mondo, con l’aggravante che stavolta c’era pure il caldo infernale di Luglio ad arrostirmi le chiappe. Ma per lei questo ed altro.
Il film si basa su una delle puttanate più gigantesche nella storia del cinema: Aaron Paul sta con Emily Ratajkowski, ma non riesce a soddisfarla perché è impotente. MA COME? Proprio lei, che mostrando mezza tetta farebbe rizzare anche la torre di Pisa, non riesce ad eccitare un uomo in carne e ossa? Non regge neanche l’ipotesi che lui sia gay, perché davanti al suo fisico scultoreo capitolerebbe anche Malgioglio.
Una volta appurato che con Aaron Paul non c’è trippa per gatti, cosa fa la nostra Emily? Si mette in mezzo a una strada e aspetta che si formi la fila per corteggiarla? No, resta in casa e cerca di rianimare il caro estinto che lui ha tra le cosce! Ovviamente nessuno penserebbe che è tutta una strategia per attirare in sala i suoi fan più guardoni… nessuno proprio…
Dopo essersi assicurata di aver mostrato alla telecamera ogni centimetro di pelle disponibile, la nostra eroina si rassegna: sotto la cintura Aaron Paul è morto, e non lo resuscita neanche Cicciolina. Per sua fortuna però le viene in soccorso il loro vicino di casa: lui comincia a provarci spudoratamente, e lei, sentendosi finalmente di nuovo apprezzata, si guarda bene dal respingere i suoi approcci da cascamorto. Il guaio è che lui è uno psicopatico, e questo avrà delle conseguenze imprevedibili per tutti e 3…
Come avrete intuito, Welcome home è un film nettamente diviso in 2 parti: inizia come un film erotico, poi fa un’inversione a U e diventa un thriller tesissimo, che tiene lo spettatore sul filo del rasoio fino all’ultimo minuto. È inutile dirvi che ho apprezzato soprattutto la prima parte, ma anche la seconda è davvero notevole, perché riserva dei colpi di scena uno più geniale dell’altro. Dove porteranno questi colpi di scena? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere Welcome home: non ve ne pentirete.

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In viaggio verso te

Tra tutte le storie che mi hanno raccontato da bambino, una delle mie preferite era senza dubbio l’Odissea. Non tanto per i mostri mitologici o le avventure di Ulisse: di quella storia mi piaceva soprattutto la determinazione del protagonista, che per vent’anni non perde mai la speranza di potersi riunire un giorno alla sua amata Penelope. Nel corso del suo lungo viaggio Ulisse ha avuto molte occasioni di dimenticarla mettendosi con donne più belle e più giovani di lei, ma lui non voleva sentir ragioni: lui voleva soltanto Penelope, e non l’avrebbe cambiata neanche con la più bella delle principesse.
A Dove succede un po’ la stessa cosa. La ragazza che ama si è trasferita di punto in bianco dal Texas a New Orleans: essendo uno spiantato, lui dovrebbe rassegnarsi all’idea di non potersi permettere un viaggio così lungo, e cominciare a progettare una vita senza di lei. Dove invece decide di non arrendersi, e di farsi quelle centinaia di chilometri in tutti i modi possibili: saltando al volo sui treni merci, facendo l’autostop, dormendo sull’erba senza neanche un sacco a pelo. E una volta arrivato a New Orleans, lo aspetta un’altra missione, ancora più difficile della prima: trovare la sua amata Hallie. Lui non ha nessun indizio su dove sia finita e New Orleans ha 400.000 abitanti, quindi è peggio che cercare un ago in un pagliaio. Come farà a rintracciarla? E se ci riuscirà, come andrà il loro incontro?
Come avrete intuito, Anime sporche è un film pieno di suspense. Lo spettatore segue con sempre più interesse e sempre più ammirazione i disperati tentativi di Dove di raggiungere la sua Hallie, e con il passare dei minuti comincia a sperare con tutto se stesso che i suoi sforzi vengano premiati, che la sua determinazione lo porti a riabbracciare la donna per cui rivolterebbe il mondo intero. Come andrà a finire? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere Anime sporche: non ve ne pentirete.

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Genio e sregolatezza

In tutti i campi ci sono delle persone che hanno un grande talento, ma per loro sfortuna non hanno l’intelligenza, la disciplina e l’autocontrollo necessari per sfruttarlo appieno. Sono quei talenti che sono croce e delizia, genio e sregolatezza, e ogni volta che li vedi non sai mai se combineranno un disastro o faranno qualcosa di meraviglioso.
Nonostante la loro indole distruttiva e autodistruttiva, spesso questi terremoti umani finiscono per starci molto più simpatici di tanti altri più perfettini, stabili ed equilibrati, e proprio per questo terribilmente noiosi. Ad esempio, sono convinto che molti di noi vorrebbero per la loro figlia un marito come John Elkann, ma se dovessero scegliere qualcuno per accompagnarli in vacanza o trascorrere una serata in allegria prenderebbero senza esitazione il suo fratellino Lapo.
Nel mondo del cinema, un esempio perfetto di attore genio e sregolatezza è Nick Nolte. Prendete uno qualsiasi dei suoi film e vedrete che probabilmente avrà i capelli unti, la barba sporca di nicotina e il colorito paonazzo di chi alle 10 del mattino si è già scolato la sua prima bottiglia. Ma nonostante la sua vita sregolata e gli effetti terribili che ha avuto sul suo fisico, quest’attore è dannatamente bravo. E quando è abbastanza lucido per dimostrarlo, il film in cui recita diventa sempre una perla di rara bellezza.
In Padre Nick Nolte interpreta uno sceriffo in pensione, che invece di godersi la vecchiaia in santa pace decide di mettersi all’inseguimento di un criminale con cui ha un misterioso conto in sospeso. Il film si basa soprattutto su questa caccia all’uomo, e nel giro di 90 minuti assume tutte le sfumature possibili e immaginabili: in certi momenti prevale la tensione, in altri la comicità, in altri ancora il puro divertimento. Il regista è bravissimo nel saltellare allegramente da un registro all’altro, e nell’intrattenere piacevolmente lo spettatore dal primo all’ultimo minuto. Ovviamente anche Nick Nolte ha dato il suo contributo: il suo è un grande personaggio, e lui lo interpreta con tutto il talento e la passione di cui è capace. Padre sarebbe stato un bel film anche con un altro attore? Sì. Ma con lui è tutta un’altra cosa.

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Combattere per un ideale

A tutti noi è capitato di lottare per una causa in cui credevamo. Poteva essere qualcosa di banale o di fondamentale, di piccolo o di enorme, ma ci ha comunque permesso di sentirci vivi, di venire infiammati dalla passione che proviamo quando difendiamo qualcosa che ci sta a cuore.
Oggi possiamo farlo più facilmente rispetto al passato: ognuno di noi può esprimere il proprio dissenso comodamente seduto sul divano, digitando qualche commento indignato su questo o quel social. Tuttavia, niente può sostituire l’euforia e l’adrenalina che ti scorrono dentro quando scendi in piazza, e ti riunisci insieme a qualcuno che come te ha mollato tutti i suoi impegni per essere lì. Magari non vi siete mai incontrati prima di allora e non vi vedrete mai più dopo quel giorno, ma in quel momento siete uniti come fratelli, e provate un senso di vicinanza che nessun social network potrà mai creare.
Esperienze come queste mi hanno insegnato che combattere per un ideale è una delle azioni più nobili e più esaltanti che un uomo possa compiere. Lo ha fatto anche Jack Godell: si è accorto che nella centrale nucleare in cui lavora non viene rispettata nessuna misura di sicurezza, e quindi si rischia una catastrofe ogni volta che vengono accesi gli interruttori. Lui segnala più volte questi problemi ai suoi superiori, ma la risposta è sempre la stessa: mettere in sicurezza l’impianto ci costerebbe troppi soldi, quindi torna al lavoro e non dire a nessuno ciò che hai scoperto.
Allora Jack si rivolge alle uniche persone disposte a dargli ascolto: due giornalisti coraggiosi come lui, che sono pronti a tutto pur di far sapere al mondo cosa sta succedendo in quella centrale. La loro lotta per la verità e la giustizia li porta a venire messi nel mirino da persone molto potenti e pericolose, ma la fede nei loro ideali li porta ad andare avanti qualsiasi cosa succeda: con il passare dei minuti l’ammirazione dello spettatore nei loro confronti cresce a dismisura, e lo porta a sperare con tutte le sue forze che alla fine riescano a raggiungere il loro obiettivo. Ce la faranno? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere Sindrome cinese: ne sarete deliziati.

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Povero ma felice

Una volta i miei genitori mi portarono al circo: riuscimmo a sederci in prima fila, quindi ebbi la fortuna di godermi lo spettacolo da una posizione privilegiata.
Tra tutti gli artisti che vidi quel giorno, uno in particolare mi rimase impresso: il domatore di coccodrilli. Entrò in scena con una di quelle bestione totalmente libera: il coccodrillo cominciò a camminare a passo veloce verso gli spettatori, ma bastò che il domatore facesse un rapido movimento delle dita davanti ai suoi occhi e l’animale si bloccò completamente, come se l’avessero congelato. L’artista ripeté lo stesso trucco più e più volte, e in una di quelle occasioni il coccodrillo si fermò proprio davanti a me: tra noi ci sarà stato al massimo mezzo metro di distanza, e non c’era nessuna barriera a proteggermi. Il bello è che, nonostante la situazione di estremo pericolo in cui mi trovavo, io mi sentivo totalmente al sicuro: infatti il domatore aveva l’aria di sapere perfettamente cosa stava facendo, e riusciva a trasmettere questa sua sicurezza anche al pubblico. E infatti non successe niente a nessuno: dopo averli ipnotizzati tutti il domatore batté le mani, i coccodrilli si risvegliarono dall’incantesimo e tornarono tutti da dove erano venuti.
Quel giorno imparai che il senso di sicurezza è profondamente contagioso. Se hai la certezza assoluta che qualcosa andrà bene, le persone intorno a te se ne accorgeranno, e tenderanno a condividere questo tuo ottimismo. Se hai fiducia in te stesso, probabilmente otterrai anche la fiducia degli altri. E’ un meccanismo irrazionale, ma l’ho visto succedere più e più volte dopo quel giorno al circo. Ad esempio, talvolta sono andato a dare un esame all’università con la certezza di essere preparato, il professore si accorgeva della sicurezza con cui rispondevo alle domande e quindi l’esame diventava quasi una formalità. In un certo senso, ero diventato anch’io un domatore di coccodrilli.
Come avrete intuito, quell’unica volta in cui sono stato al circo ha segnato profondamente la mia vita. Per questo motivo, non potevo assolutamente perdermi il biopic su colui che il circo l’ha praticamente inventato: The Greatest Showman.
Questo film mi ha conquistato fin dalla prima scena, perché dal punto di vista estetico è di una bellezza e di un’eleganza senza pari. In più c’è anche tanta sostanza: infatti oltre al tema principale (la fondazione del circo Barnum) ci sono anche tante sottotrame che arricchiscono moltissimo la storia, e permettono di affezionarsi a molti altri personaggi oltre al protagonista. A seconda del proprio carattere ogni spettatore tenderà ad identificarsi con un personaggio diverso, e quindi a seguire la storia da un diverso punto di vista. Io mi sono immedesimato proprio nel protagonista, e di lui ho apprezzato soprattutto la capacità di conservare un atteggiamento solare e positivo qualsiasi cosa succeda: P. T. Barnum è partito dal nulla e ci è tornato più volte, ma anche nei periodi di maggiore povertà non ha mai perso il suo talento nel trovare sempre un motivo per essere felice. C’è sempre bisogno di uomini come lui. E c’è sempre bisogno di film come The Greatest Showman.

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We are the Champions

Alla fine di ogni Inverno arriva la cerimonia degli Oscar. Di solito la fissano a Febbraio, ma in realtà inizia 2 mesi prima, quando le case cinematografiche fanno uscire tutti i film che secondo loro hanno più chances di agguantare la statuetta. Così già a Natale puoi farti un’idea chiara di chi potrebbe vincere, e di solito a Gennaio hai già trovato almeno 2 o 3 film per cui fare il tifo.
Quest’anno, più che per i film, io tifavo per alcuni artisti che troppe volte si erano visti sbattere la porta in faccia dall’Academy. Glenn Close era alla sua settima nomination, così come Bradley Cooper e Wes Anderson. Amy Adams era appena più dietro: questa era la sesta volta che si presentava alla consegna delle statuette, dopo aver già preso 5 sberle una più cocente dell’altra. Ciascuno di questi artisti ha dato moltissimo al mondo del cinema, e quindi speravo ardentemente che almeno uno di loro potesse finalmente ottenere ciò che gli spettava. Alla vigilia l’unica dei 4 che sembrava avere delle serie possibilità di vittoria era Glenn Close, e anche lei non poteva dormire sonni tranquilli, perché Olivia Colman era una rivale più che credibile. Alla fine tutti loro, lei compresa, si sono confermati degli eterni secondi: il dispiacere più grande l’ho provato proprio per Glenn Close, perché dei 4 è quella che recita più raramente in dei film da Oscar (e infatti 5 delle sue 7 nomination risalgono ai tempi dei Righeira).
Per quanto riguarda l’Oscar al miglior film, credo che succederà come nel 2017: in quell’occasione più che della vittoria di Moonlight si parlò della sconfitta di La La Land, oggi più che della vittoria di Green Book si parlerà della sconfitta di Roma. Sono rimasto molto sorpreso da questo verdetto: infatti, anche se ritengo Roma un film sopravvalutato, mi sembrava che avesse tutto ciò che serviva per vincere l’Oscar principale (e infatti era strafavorito). Evidentemente non abbiamo tenuto di conto che anche Green Book aveva delle ottime carte da giocare, considerando la risaputa passione dell’Academy per i film sul razzismo.
Analizzando le premiazioni nel complesso, mi fa piacere notare che non c’è stato nessun film “cannibale”: gli Oscar sono stati “spalmati” su un ampio numero di film, e infatti anche il più premiato (Bohemian Rhapsody) ha ottenuto solo 4 statuette. Approvo questa politica, perché ogni anno escono tanti ottimi film, ed è un peccato quando uno solo oscura tutti gli altri facendo incetta di premi. E poi, è irrealistico che un film sovrasti tutti gli altri in ben 10 o più categorie: quando succede, vuol dire che si è deciso di premiarlo a prescindere, e questo ridimensiona il suo valore anziché esaltarlo.
Dovrei provare grande amarezza per questi Oscar, perché quasi tutti gli attori per cui facevo il tifo hanno perso. E invece sono contentissimo, perché tifavo anche per Rami Malek, e alla fine almeno lui è uscito vincitore dall’incertissimo duello con Christian Bale. Lo ritengo un verdetto giusto: infatti Christian Bale ha già vinto un Oscar (e potrà vincerne altri 5 in seguito), per Rami Malek invece questa potrebbe essere la prima e ultima volta che sale su quel palco. Insomma, come nel caso di Benigni e Dujardin, la consapevolezza che per lui non ci sarebbe stata un’altra occasione può aver giocato un ruolo decisivo nella sua vittoria. Senza dubbio anche il fatto di aver interpretato un personaggio iconico e amatissimo come Freddie Mercury l’ha aiutato molto.
E voi cosa ne pensate di queste folli premiazioni?

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