Una vera amica

Burt, Harold e Valerie si sono conosciuti ad Amsterdam durante la guerra. Burt e Harold erano dei soldati, e Valerie era la dottoressa che li ha curati quando si sono infortunati entrambi: dato che erano degli infortuni piuttosto seri, Burt e Harold sono rimasti a lungo ricoverati in ospedale, e hanno avuto modo di stringere con Valerie un’amicizia a 3 più profonda che mai.
Poi la guerra è finita, e i 3 sono tornati in America. Burt e Harold sono rimasti amicissimi, Valerie invece li ha persi di vista: probabilmente perché li associava ad una fase piuttosto brutta della sua vita, e quindi voleva solo dimenticare. Poi però Burt e Harold vengono accusati ingiustamente di omicidio: a quel punto, siccome il vero amico si vede nel momento del bisogno, Valerie riemerge dal nulla, e si batte come una leonessa per trovare il vero colpevole. Ma chi è il vero colpevole? E come farà Valerie a stanarlo?
Come potete vedere, Amsterdam è molto più di un film giallo. Sì, la trama ruota attorno ad un delitto e l’indagine è molto coinvolgente, ma in realtà il film parla di amicizia, e a questo proposito lancia un messaggio splendido: se ci sono i tuoi amici ad aiutarti, niente è impossibile. Con la solidarietà, l’altruismo e la fiducia reciproca, anche l’impresa più disperata ha qualche possibilità di riuscita. Burt e Harold sembrano spacciati, perché tutte le prove puntano contro di loro; tuttavia hanno un’amica su cui contare, e questo cambia tutto, perché non c’è nulla di più potente di qualcuno che si batte per le persone a cui vuole bene.
Questo film sembra fatto apposta per me. Un po’ perché anch’io do un’enorme importanza all’amicizia, un po’ perché una delle mie più care amiche si chiama proprio Valeria (le ho anche dedicato un post anni fa). Tuttavia credo che ognuno di noi si possa identificare in questa storia, perché tutti prima o poi ci siamo fatti in 4 per tirare un amico fuori dai guai, e abbiamo desiderato che qualcuno ci tendesse la mano quando nei guai ci siamo finiti noi. Proprio per questo ho fatto un tifo sfegatato per Valerie, e ho sperato con tutto me stesso che alla fine lei riuscisse a trovare la chiave per risolvere il mistero. Le sue fatiche saranno premiate? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere Amsterdam: ne sarete deliziati.
P.S.: E voi? Qual è stata la prova di amicizia più bella che abbiate mai dato o ricevuto?

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8 uomini che hanno cambiato la storia

Se pensate a 5 città degli Stati Uniti, probabilmente nessuna di esse sarà Atlanta. Eppure quella metropoli è uno dei polmoni economici dell’America. E’ sempre stata piuttosto ricca, ma il boom vero e proprio l’ha avuto negli anni 40, per un motivo curioso: a quei tempi ad Atlanta non esisteva nessun sindacato, e quindi gli imprenditori americani, pensando che in quella città avrebbero avuto meno noie con gli operai, cominciarono ad aprire o spostare lì tutte le loro fabbriche (ancora oggi la Coca Cola ha la sua sede legale proprio ad Atlanta).
Ovviamente, quando cominciarono ad aprire tutte queste fabbriche, una gran fiumana di disoccupati americani si fiondò ad Atlanta, nella speranza di trovare finalmente lavoro. Tra quei disoccupati c’erano anche molti afroamericani, e lì cominciarono i guai: infatti Atlanta è situata nel profondo Sud degli Stati Uniti, una delle zone più razziste del mondo, e quindi la popolazione locale non vide certo di buon occhio l’arrivo di tutti questi neri dall’oggi al domani. Perfino il sindaco della città (William B. Hartsfield) disse chiaro e tondo che “La popolazione negra sta crescendo a passi da gigante, e sta rosicchiando sempre più territori ai bianchi di Atlanta”.
Questa difficile convivenza raggiunse il massimo della tensione nel 1948, quando la polizia di Atlanta assunse i primi poliziotti neri nella storia della città. Erano soltanto 8, e avevano dei poteri ristrettissimi: potevano lavorare soltanto nei quartieri neri e non gli era concesso fare indagini, soltanto arresti (a patto ovviamente che tali arresti riguardassero dei cittadini neri: un bianco non potevano toccarlo, neanche se lo vedevano commettere un reato con i loro occhi). 2 di loro (Boggs e Smith) inizialmente accettano senza problemi queste limitazioni: per loro è già un grande risultato e un grande orgoglio poter dire di essere dei poliziotti.
Poi una sera trovano il cadavere di una ragazza nera in mezzo ai rifiuti. Dato che non possono fare indagini, in teoria dovrebbero limitarsi ad informare i loro colleghi bianchi e dimenticarsi dell’accaduto; tuttavia, sapendo che ai loro colleghi bianchi non importa nulla di una ragazza nera morta in un vicolo, decidono di andare oltre i limiti del loro potere, e di mettersi in prima persona sulle tracce dell’assassino. Ma chi è quest’assassino? Chi ha ucciso Lily Ellsworth?
Come avrete capito, La città è dei bianchi di Thomas Mullen è più di un semplice giallo. Sì, la trama ruota attorno ad un delitto e l’indagine è molto coinvolgente, ma il vero obiettivo dell’autore è cogliere il momento esatto in cui l’America comincia a cambiare, passando dalla segregazione totale dei neri alla loro convivenza coi bianchi. Questo processo raggiunse l’apice negli anni 60 con Martin Luther King, ma il primo passo è stato nel 1948, quando la città di Atlanta (paradossalmente una delle più razziste d’America) permise a 8 cittadini neri di indossare l’uniforme della polizia. Partendo da questo fatto storico reale, Thomas Mullen ha scritto un libro dalla trama davvero geniale: leggetelo anche voi, non ve ne pentirete.

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Una scelta difficile

La vita di Kate Middleton cambiò per sempre nel 2001, quando incontrò il principe William. Entrambi avevano appena cominciato l’università, e il destino li aveva fatti finire nello stesso ateneo: William era certamente abituato alla bellezza, eppure notò ugualmente quella giovane ragazza inglese in mezzo a mille altri studenti, e cominciò da subito a corteggiarla. Qualcuno potrebbe pensare che Kate abbia avuto la classica “botta di culo”: io invece penso che abbia avuto in sorte, se non una condanna, quantomeno un fardello molto difficile da sopportare. Infatti, se è vero che accettando di fidanzarsi con William (e successivamente di farci una famiglia) si è assicurata soldi e fama, dall’altro ha dovuto rinunciare per sempre a qualcosa di molto più prezioso: la normalità. Se una donna si frequenta con un vip di altro tipo, come un politico o un calciatore, allora può comunque sperare di fare una vita relativamente normale, e invocare il proprio diritto alla privacy; tutto questo è impensabile se invece ti frequenti con il futuro re d’Inghilterra. A quel punto i paparazzi ti seguiranno in ogni dove, e i giornalisti andranno a scavare in ogni minima piega del tuo passato e del tuo presente. Non solo: se entri a far parte della famiglia reale, poi devi seguire una rigidissima e snervante procedura per fare qualsiasi cosa, quindi dovrai chiedere il permesso e avvisare con largo anticipo anche se vuoi solo andare a fare una passeggiata per strada. Una situazione logorante anche per chi ci convive da tutta la vita, figuriamoci per lei, che fino a quel momento aveva condotto una vita totalmente diversa. Kate Middleton infatti non era una ragazza abituata a navigare nell’oro e a frequentare le grandi metropoli: i suoi genitori erano dei normalissimi dipendenti di un aeroporto, e vivevano con lei e altri 2 figli in un paesino di 2.000 anime (Bucklebury). Passare di punto in bianco da una vita di provincia come questa all’estenuante vita di corte dev’essere stato uno scombussolamento enorme per lei: di conseguenza, se ha deciso di tenere botta e di rassegnarsi a sopportare a vita questo stress, a mio giudizio non l’ha fatto perché è una furbetta che ha visto un’opportunità e ci si è gettata a capofitto, ma perché amava così tanto William da essere disposta a sobbarcarsi tutto questo pur di stare con lui.
Ho pensato a lei quando ho visto un film che praticamente racconta la sua storia a parti invertite: Marry Me – Sposami. Nel film in questione una cantante di fama mondiale (nientemeno che Jennifer Lopez) intraprende una relazione con un uomo totalmente estraneo al mondo dello spettacolo, da lei incontrato casualmente ad un suo concerto. E’ quindi una circostanza molto simile a quella che vi ho descritto prima: tutti lo invidiano perché pensano che abbia avuto un gran colpo di fortuna, lui invece si accorge ben presto di aver firmato la sua condanna, abbracciando uno stile di vita molto meno piacevole di quel che si potrebbe pensare. Come andrà a finire questa storia? Lui saprà sopportare tutto questo per amore, oppure dimostrerà meno coraggio di Kate Middleton e tornerà volentieri a fare una vita normale? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere Marry Me – Sposami: vi farà ridere, commuovere e riflettere sull’amore, e quindi vi resterà dentro per sempre.

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Una brava ragazza

Sono un fan di Lodovica Comello. Per chi non la conoscesse, possiamo definirla un’artista a tutto tondo: ultimamente si è dedicata più che altro alla conduzione, ma in passato ha fatto sia l’attrice che la cantante, sempre con ottimi risultati.
Mi piace così tanto che sono andato per ben 2 volte ad un evento che la riguardava. La prima volta fu a Bologna, dove si teneva la première di un suo film (La principessa e l’aquila). Lei si comportò in modo davvero squisito: quando scese dalla macchina, anziché farci un rapido saluto e poi entrare nel cinema, Lodovica si fermò a firmare autografi e scattare foto con noi uno per uno, incurante della fila sterminata che si era formata davanti a lei. Fu lì che capii di trovarmi di fronte ad una persona fuori dall’ordinario non soltanto per il suo talento, ma anche per la sua personalità.
La seconda volta fu a Udine, dove si teneva un suo concerto. Avevo preso il biglietto più vicino al palco, e quindi anche il più caro: ne valse ampiamente la pena, perché quella sera era in forma strepitosa, e quindi mise in mostra tutto il suo talento. Tuttavia, non è tanto per la sua voce o per gli altri suoi talenti che noi fan la apprezziamo così tanto: noi amiamo Lodovica soprattutto per il suo modo di essere, per l’atteggiamento carino e gentile che ha nei nostri confronti, e quindi sul palco lei potrebbe anche stonare 10 volte o cantare Le tagliatelle di nonna Pina, noi la riempiremmo di affetto lo stesso.
Come vedete, ho girato letteralmente mezza Italia per Lodovica Comello, e questo la dice lunga su quanto io la apprezzi. Tuttavia, la mia passione ha dei limiti. Non mi permetterei mai di mandarle un messaggio osceno su Instagram, di appostarmi fuori da casa sua o di attentare alla vita di suo marito: sono insomma un fan equilibrato, che corre a vederla quando ne ha la possibilità, ma fa sempre attenzione a non diventare molesto o inquietante.
Purtroppo però non tutti sanno gestire in modo altrettanto misurato la propria passione per un vip. Le azioni da squilibrato che vi ho elencato prima potranno sembrarvi delle esagerazioni inverosimili, invece non esiste un solo vip al mondo che non abbia avuto un’esperienza di questo tipo. Parlo dei vip veri chiaramente, non quelli che vengono chiamati così solo perché sono apparsi per qualche giorno in un reality.
Kayleigh Towne è stata particolarmente sfortunata in questo senso, perché tra i suoi fan c’è uno stalker da manuale. Purtroppo lei non può fare nulla contro di lui, perché Edwin Sharp è un pazzo, ma un pazzo scaltro: sa benissimo come fare per invadere la vita della sua cantante preferita rimanendo sempre nei limiti del lecito, non facendo mai niente che possa portare a una denuncia o anche solo ad un ordine restrittivo.
Poi le persone intorno a Kayleigh Towne cominciano a morire assassinate, e ovviamente i sospetti si concentrano subito sul suo stalker. Ma la spiegazione è veramente così semplice? E’ stato davvero Edwin Sharp ad ammazzare i membri del suo staff, o qualcun altro ha approfittato della presenza di questo molestatore per fare di lui un capro espiatorio? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso soltanto consigliarvi di leggere Sarò la tua ombra di Jeffery Deaver: i suoi colpi di scena vi lasceranno senza parole.
P.S.: E voi? Quali sono i vostri vip preferiti, e qual è la cosa più pazza che avete fatto per loro?

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Un sogno da realizzare

All’interno di un alveare, tutte le api lavorano per l’ape regina: le costruiscono una cella più grande tutta per lei, e riservano a lei la parte più buona del miele (la cosiddetta pappa reale). Tuttavia, l’ape regina deve meritarsi questi privilegi: se si dimostra incapace di comandare l’alveare, a quel punto le api le fanno capire di aver scelto un’altra regina, cominciando a nutrire anche un’altra di loro con la pappa reale. Ovviamente l’ape regina vede come il fumo negli occhi la rivale che cerca di spodestarla, quindi tra le 2 si scatena un duello all’ultimo sangue: chi perde muore, chi vince diventa la leader incontrastata dell’alveare.
Tra gli uomini succede esattamente la stessa cosa. Può capitare che qualcuno venga scelto per ricoprire un ruolo di potere, ma questa persona non deve mai sentirsi arrivata: infatti se comincia a dare segni di squilibrio, a prendere decisioni scriteriate o a trattare male i suoi sottoposti, a quel punto questi ultimi si comporteranno come le api, scegliendo un nuovo leader e cospirando per farlo salire al potere. Queste dinamiche Winning Time le fa capire perfettamente.
Winning Time è una serie tv che si concentra su una delle squadre più forti di tutti i tempi: i Los Angeles Lakers degli anni 80. Se quella squadra è riuscita a entrare nella storia del basket, è stato grazie a una serie di personaggi davvero particolari: il presidente Jerry Buss, un visionario con un grande fiuto per gli affari e una mostruosa fame di vittoria; Magic Johnson, un giocatore pieno di talento e di energia; Kareem Abdul – Jabbar, che con la sua saggezza riusciva sempre a far capire ai suoi compagni qual era la cosa giusta da fare, sia dentro che fuori dal campo.
E poi ovviamente l’allenatore, Pat Riley. Quando Jerry Buss acquistò i Lakers l’allenatore era un altro (Jack McKinney), ma poi successe ciò che vi ho detto prima: Jack McKinney batté la testa in un incidente, a causa di questo perse la lucidità e cominciò a dare segni di squilibrio, inducendo l’intero ambiente dei Lakers a scaricarlo in favore di una nuova ape regina. La scelta cadde su Pat Riley: era un commentatore televisivo senza nessuna esperienza da allenatore, quindi sembrava una decisione molto azzardata, invece si rivelò un leader nato, grazie alla sua naturale capacità di creare un feeling unico con i suoi giocatori.
Oltre ai personaggi, un altro punto di forza di questa serie è l’adrenalina. In ogni singola partita si respira un’atmosfera epica, e quando si arriva a quelle più importanti le puntate diventano così avvincenti che ti sembra di essere in campo anche tu, a sudare insieme ai Lakers e a pregare che ogni loro tiro si infili nel canestro. E quando la partita va in pausa, tu vai avanti con il telecomando saltando l’esibizione delle cheerleaders, perché vuoi sapere il prima possibile come andrà a finire.
Come avrete capito, Winning Time è una serie corale, in cui viene dato spazio a tanti personaggi molto diversi tra loro. A seconda del proprio carattere, ogni spettatore tenderà ad identificarsi con un personaggio diverso, e quindi a seguire la storia da un diverso punto di vista: io mi sono identificato soprattutto con Kareem Abdul – Jabbar, perché mi ritrovo nella sua volontà di aiutare i suoi compagni, standogli accanto nei momenti difficili e dandogli dei consigli su come uscirne. Era un capitano perfetto per i Lakers, e la sua grandezza umana vi porterà a fare per lui un tifo smisurato. Riusciranno lui e i suoi compagni a vincere la NBA, o il loro resterà soltanto un sogno? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso soltanto consigliarvi di vedere Winning Time: ne sarete deliziati.

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Ti amo ancora Nova

Da molti anni viviamo in una sorta di gigantesco fast food. Intendo dire che, così come al McDonald’s avrai i tuoi panini 5 minuti dopo averli ordinati, allo stesso modo la nostra società è diventata così veloce che adesso siamo abituati a ottenere tutto e subito. Se devo comprare qualcosa, lo ordino su Amazon e il corriere me lo porta nel giro di 3 giorni; se ho bisogno di orientarmi, vado su Google Maps e scopro all’istante che percorso devo fare e tra quanto sarò a destinazione; se ho necessità di contattare qualcuno, gli scrivo su Whatsapp e lui potrebbe rispondermi subito anche se fosse dall’altra parte del mondo.
Tuttavia, esistono ancora dei traguardi per i quali dobbiamo aspettare a lungo, e anche sudare tanto. Ad esempio, per vincere il campionato di basket dell’NBA una squadra deve giocare prima le 82 partite della stagione regolare, poi una decina di partite per i playoff e infine altre 5 o 6 per le finali. E anche se superi tutti questi ostacoli e arrivi in fondo alla centesima partita, non hai nessuna garanzia che tutti i tuoi sacrifici siano serviti a qualcosa: infatti nelle finali NBA c’è sempre una squadra che vince e un’altra che perde, e tu puoi solo sperare di finire dalla parte giusta della barricata.
Tutto questo Maddox Lee lo sa bene, perché sta lottando per vincere l’NBA con i Golden State Warriors. E’ un giocatore perfetto per queste occasioni, perché ha la rara capacità di rimanere lucido anche quando è sotto pressione. L’importanza della partita, l’incitamento o l’ostilità del pubblico, la stanchezza fisica e mentale sono dettagli che possono mandare in crisi i suoi compagni, ma non lui: Maddox rimarrà sempre freddo e concentrato, qualsiasi cosa succeda.
I suoi compagni lo apprezzano molto per questa sua dote, e anche lui vuole molto bene a tutti loro. Proprio per questo non ha ancora trovato il coraggio di dargli la notizia: comunque vada a finire il campionato, quelle potrebbero essere le sue ultime partite con i Golden State Warriors. Vuole lasciare una delle squadre più forti dell’NBA per andare a giocare in una delle più deboli, una squadretta che non ha mai vinto un campionato in oltre trent’anni di storia: i Charlotte Hornets.
In questa scelta c’è di mezzo la sua ex ragazza, Nova. Quando si sono lasciati 6 anni prima, Maddox e Nova erano entrambi dei ragazzi normalissimi; poi lui è diventato un campione dell’NBA, lei invece fa la cameriera in un bar vicino allo stadio dei Charlotte Hornets. Quando Maddox lo scopre comincia a organizzare in gran segreto il suo trasferimento in quella squadra, pur sapendo che potrebbe essere tutto inutile: infatti lui e Nova si sono lasciati malissimo, e quindi non è affatto detto che la sua vecchia fiamma voglia ancora saperne di lui…
Come vedete, in questo romanzo c’è una suspense pazzesca. Il lettore vuole sapere come andrà a finire il campionato NBA, la trattativa per il trasferimento di Maddox ai Charlotte Hornets e soprattutto il suo tentativo di riconquistare Nova, la sola ragazza che lui abbia mai amato. Riuscirà a trasferirsi vicino a lei? E se anche ci riuscisse, cosa si diranno? Lei lo amerà ancora? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso soltanto consigliarvi di leggere Twenty – Four Seconds di Debora Ferraiuolo: ne sarete deliziati.

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Il mio anno a Tokyo

Da molti anni viviamo in una sorta di gigantesco flipper. Intendo dire che gli spostamenti di persone, merci e informazioni sono diventati così facili e veloci che ognuno di noi può andare da una parte all’altra del mondo con la stessa rapidità di una pallina da flipper: la mattina sei a Milano, la sera puoi essere già a New York. E non importa neanche sborsare chissà quali cifre: grazie ai voli low cost, fare il giro del mondo è diventato un obiettivo per tutte le tasche.
Un’ovvia conseguenza di questo fenomeno è la tendenza ad assomigliarci un po’ tutti. Quando le distanze erano incolmabili e gli scambi culturali erano ridotti al minimo, ogni popolo tendeva ad avere degli usi e costumi nettamente diversi l’uno dall’altro; adesso che invece il mondo è diventato un grande villaggio globale, uno spagnolo finisce per fare più o meno le stesse cose di un messicano, con pochissime variazioni.
Eppure anche in questo contesto ci sono dei popoli che riescono a mantenere una loro originalità. Sono quei popoli che hanno un’indole molto conservatrice, e quindi non aderiscono più di tanto a quest’omologazione totale degli stili di vita. Ad esempio, le città del Giappone a livello estetico sono quasi indistinguibili dalle metropoli americane, e quindi ci viene da pensare che anche i giapponesi siano diventati più o meno come noi; in realtà lo hanno fatto solo negli aspetti più superficiali (come appunto la costruzione di grattacieli), ma nell’indole continuano ad essere profondamente diversi.
Ad esempio, noi italiani siamo molto informali: se cominciamo a conoscere qualcuno, non ci sentiamo fuori luogo a porgergli una domanda personale; se qualcuno ci fa un favore, non ci verrebbe mai da fargli un inchino per ringraziarlo; se qualcuno ci porge un biglietto da visita, non penseremmo mai che prenderlo con una mano o con due faccia chissà quale differenza. Per i giapponesi invece queste regole di bon ton sono di un’importanza enorme, e se qualcuno non le osserva non fa una semplice gaffe, ma una vera e propria offesa. Ovviamente potrei fare mille altri esempi, ma questa differenza è una di quelle che balzano subito all’occhio, perché emerge già al momento delle presentazioni.
Proprio perché il Giappone continua ad essere un luogo unico al mondo e con regole tutte sue, gli stranieri fanno una fatica tremenda ad ambientarsi. Se ci vanno per turismo rimangono affascinati da tutte le piccole e grandi differenze che scoprono, ma se ci vanno per restare tendono a sentirsi dei pesci fuor d’acqua, e ad esasperarsi nel rendersi conto che anche per compiere l’azione più semplice devono adattarsi ad un modo di fare totalmente diverso rispetto a quello a cui erano abituati.
Hailey invece si è ambientata brillantemente. All’inizio la sua esuberanza è stata malvista dai compostissimi abitanti di Tokyo, ma con il tempo ha imparato a farsi benvolere, al punto che è riuscita a farsi assumere per un lavoro a contatto con il pubblico. E’ un lavoro un po’ particolare, che in Occidente non esiste: potremmo definirla una chiacchierona a pagamento. In alcuni pub giapponesi infatti gli uomini non vogliono soltanto bere, ma anche avere al proprio fianco una bella donna con cui fare conversazione, e che viene fornita direttamente dal pub in cambio di un sovrapprezzo sulla consumazione: Hailey è carina e la parlantina non le manca, quindi è perfetta per il ruolo.
Ovviamente il suo lavoro non è molto benvisto, perché agli occhi dei giapponesi (ma credo anche degli italiani) è una forma di prostituzione; lei però non si fa di questi problemi, perché in fondo non fa male a nessuno, e la cosa peggiore che può capitarle è di passare un’ora del suo tempo con un cliente noioso o cafone.
Poi una sera capita un cliente diverso dal solito. Non è il solito sfigato che ha bisogno di pagare per ottenere l’attenzione di una bella donna: è un giovane bello e posato, che potrebbe avere gratis tutte le donne che vuole, ma che per qualche motivo si è preso una cotta per Hailey. Ma quando i 2 cominceranno a conoscersi meglio, allora tutte le differenze di cui vi parlavo prima emergeranno con prepotenza, e non sarà facile trovare un punto d’incontro…
Per come ve l’ho descritto, il tema principale di Tokyo a mezzanotte di Mia Another potrebbe sembrare l’amore tra due persone appartenenti a civiltà totalmente diverse. In realtà questo è un tema secondario, perché il vero intento dell’autrice è farci conoscere il Giappone a tutto tondo, svelandoci tanti piccoli e grandi dettagli che si possono cogliere soltanto vivendo lì.
Probabilmente non andrò mai a Tokyo, e continuerò a passare l’Estate in Liguria per il resto dei miei giorni. Ma grazie a questo libro, per qualche giorno ho avuto l’illusione di esserci stato, e di averla conosciuta molto più di tanti turisti che ci sono andati davvero. Per questo motivo, lo consiglio caldamente anche a voi.

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Vi racconto tutto

Nella vita di tutti i giorni vediamo molte persone dire cose che non pensano in maniera credibile, e quindi ci viene da pensare “Guarda che falso questo qua, una performance da premio Oscar”. In realtà il talento per la recitazione è qualcosa di molto più complesso, perché non consiste solo nel saper fingere: devi anche provare delle emozioni, e devi provarle in modo così profondo ed evidente da emozionare anche chi ti sta guardando.
Alcuni attori oltre al talento hanno una dote ancora più rara: il magnetismo. Quando appaiono sullo schermo l’attenzione degli spettatori si concentra unicamente su di loro, e tutti gli altri attori è come se scomparissero dalla scena. Ad esempio, nel suo unico film da regista Marlon Brando condivide la scena con tanti ottimi attori, ma lo spettatore non li nota nemmeno, perché nessuno di loro era Marlon Brando.
Anche Evelyn Hugo è un’attrice magnetica. Potrebbe sembrare che gli spettatori si concentrino su di lei per il suo fisico esplosivo, ma non è soltanto questo il motivo per cui li attira come api al miele: in lei si percepisce anche un carattere indomito e carismatico, una forza d’animo che affascina e travolge al tempo stesso.
Non è un’impressione sbagliata, perché Evelyn Hugo ha dovuto fare molta strada per arrivare dov’è. E’ sempre stata una donna spregiudicata, quindi ha usato tutti i mezzi possibili e immaginabili per realizzare la sua scalata verso il successo. Ma adesso che è vecchia del successo non gliene importa più nulla: l’unica cosa che vuole è alleggerirsi la coscienza, e lasciare questo mondo libera dal peso di tutti i suoi segreti. Per questo motivo ha preso contatti con una giornalista, e le ha chiesto di aiutarla a scrivere la sua autobiografia. Inizialmente la giornalista crede che Evelyn Hugo voglia parlare solo della sua movimentata vita sentimentale, ma scoprirà presto che la vita di quell’attrice è stata molto più ricca e significativa di quel che pensava…
Come potete vedere, I sette mariti di Evelyn Hugo è un libro molto particolare, perché parla del mondo dorato di Hollywood da una prospettiva diversa dal solito: ne mostra non solo i lati più affascinanti (le copertine, i lussi da favola, la notte dei premi Oscar eccetera), ma anche i lati più nascosti, quelli che di norma vengono notati solo dagli addetti ai lavori. Leggendo questo libro vieni a conoscenza di quanti intrighi ci siano dietro la produzione di un film (che poi magari farà fiasco), di quanta distanza possa esserci tra l’immagine di un divo e la sua reale personalità, di quanto sia difficile arrivare in cima e facile cadere in basso. Evelyn Hugo lo sa bene, perché la sua carriera è stata costellata di alti e bassi, sia nel lavoro che nella vita privata, ma ha sempre trovato il modo di risorgere dalle proprie ceneri. Come ha fatto? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere I sette mariti di Evelyn Hugo: ne sarete deliziati.

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Una clamorosa rimonta

Quand’ero bambino, una delle videocassette che mettevo più spesso nel registratore era quella di Men in Black. I protagonisti di quel film erano 2 personaggi che non potevano essere più diversi: da un lato un anziano severo e rigido, dall’altro un giovincello scanzonato e indifferente a qualsiasi regola. I 2 erano degli agenti segreti costretti a lavorare insieme: contro ogni previsione il vecchio, anziché prendere a calci il giovane per l’esasperazione, finiva per sviluppare con lui una profonda amicizia, facendogli da maestro di vita prima ancora che da collega.
Come probabilmente sapete, l’agente anziano era interpretato da Tommy Lee Jones, e quello giovane da Will Smith. Quest’ultimo era già famoso prima di quel film (grazie alla mitica sit – com Willy il principe di Bel – Air), ma dopo Men in Black la sua carriera spiccò il volo, ed è riuscita a resistere nonostante i numerosi insuccessi al botteghino (da Wild Wild West a Gemini Man passando per Collateral Beauty). Tuttavia, alla sua carriera mancava ancora la ciliegina sulla torta: l’Oscar. L’avevano candidato già nel 2002 e nel 2007, ma in entrambi i casi era finito nella cinquina delle nomination come ultima ruota del carro, e quindi aveva pochissime possibilità di vittoria. Quest’anno la situazione era radicalmente diversa: non solo perché stavolta era il favorito, ma anche perché il film in cui ha recitato (Una famiglia vincente) è piaciuto parecchio, e quindi era logico ipotizzare che avrebbe ottenuto almeno un Oscar prestigioso.
Tutto è andato secondo i piani, e sono molto contento per lui. Non tanto perché Men in Black è una colonna portante della mia infanzia, ma perché come ho detto prima Will Smith ronzava attorno alla statuetta da vent’anni esatti: avendo provato anch’io più volte la frustrazione tremenda di arrivare a un passo dal traguardo per poi vederlo sfumare davanti ai miei occhi, mi fa molto piacere che dopo Di Caprio anche per lui si sia finalmente rotta questa maledizione.
Per quanto riguarda gli altri premi, non mi ha stupito che l’Oscar principale sia andato a CODA (da noi tradotto con lo zuccheroso titolo I segni del cuore), perché negli ultimi giorni diversi articoli avevano parlato di una sua clamorosa rimonta sui 2 titoli favoriti da mesi (Belfast e Il potere del cane). Probabilmente nessuno dei 2 aveva convinto fino in fondo i giurati dell’Academy, e quindi hanno deciso di votare per un altro film: è il caso di dire che tra i 2 litiganti il terzo gode. Tra l’altro CODA è il remake di uno dei miei film preferiti in assoluto, La famiglia Bélier: mi è piaciuto così tanto che l’ho inserito nella classifica dei migliori film dello scorso decennio. Nonostante questo, non l’ho visto e non lo vedrò, perché detesto i remake, reboot, sequel, prequel e tutte le varie rimasticature di roba già fatta: salvo rarissime eccezioni, un film o propone qualcosa di nuovo o non gli dedicherò un minuto del mio tempo. Ho l’impressione che anche il grande pubblico si sia stufato di questo continuo scopiazzare film già fatti: infatti non si contano più i remake che hanno fatto flop, da Robocop a Point Break passando per Ben Hur.
Non mi ha stupito neanche l’Oscar vinto da Il potere del cane, perché avevo intuito da tempo che sta avvenendo una rinascita del western: la si poteva cogliere non solo dai grandi successi come Il Grinta o Django Unchained, ma anche da altri film che, pur essendo meno celebrati, mi avevano comunque colpito con la loro folgorante bellezza (uno su tutti Sweetwater).
In compenso sono rimasto sbigottito quando non hanno premiato Don’t look up per la migliore sceneggiatura: non solo perché il film in questione era piaciuto molto a critica e pubblico, ma anche perché il suo autore (Adam McKay) è un beniamino dell’Academy dai tempi del geniale e divertentissimo La grande scommessa.
Analizzando le premiazioni nel loro complesso, ho l’impressione che l’Academy abbia tentato di gratificare il maggior numero di film possibile: Belfast, Il potere del cane, Una famiglia vincente, West Side Story… in pratica a parte Don’t look up tutti i film più quotati hanno avuto almeno un Oscar ciascuno, come se l’Academy si fosse premurata di non far rimanere nessuno a mani vuote. Questo l’ho apprezzato molto: odio quando un unico film si prende tutta la torta, e tutti gli altri restano a bocca asciutta. E poi, è irrealistico che un film sovrasti tutti gli altri in ben 10 o più categorie: quando succede, vuol dire che si è deciso di premiarlo a prescindere, e questo ridimensiona il suo valore anziché esaltarlo.
E voi cosa ne pensate di queste folli premiazioni?

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Un grande film

Il 2021 è stato un anno particolare. Non è stato tragico come il 2020, che ha sconvolto le nostre vite dall’oggi al domani e ci ha costretti a fare i conti con una pandemia che tuttora condiziona la nostra quotidianità; tuttavia non è stato neanche un anno “libero” come il 2022, perché l’abbiamo passato alternando continuamente periodi di aperture totali ad altri in cui era tutto chiuso. In questo contesto avevo terribilmente bisogno di qualcosa che mi infondesse speranza, che mi facesse capire che, nonostante tutto, la vita è proprio bella.
Proprio mentre ero in questa situazione, vidi un film intitolato Sognando a New York – In the Heights. Era esattamente ciò di cui avevo bisogno, perché quel film è un’autentica ventata di leggerezza e di ottimismo, e io venni letteralmente travolto dalla sua energia. L’ho inserito tra i migliori film del 2021, e secondo me finirà per diventare anche uno dei migliori film del decennio.
Quel film era stato ideato da Lin – Manuel Miranda, uno degli sceneggiatori più brillanti di Hollywood. Di conseguenza, sono STRAFELICE che un altro suo film (tick, tick… BOOM!) sia stato candidato agli Oscar in ben 2 categorie, e gli auguro di cuore di portarsi a casa almeno una statuetta. Possibilmente quella per il miglior attore, dato che il protagonista di quel film (Andrew Garfield) era stato bravissimo anche in Silence e La battaglia di Hacksaw Ridge.
Per quanto riguarda le altre nomination (annunciate proprio oggi), mi fa molto piacere che siano stati candidati i coniugi Javier Bardem e Penelope Cruz: lui lo adoro dai tempi di The Counselor, lei addirittura dai tempi di Tutto su mia madre. Tra l’altro anche stavolta l’hanno candidata per un film di Almodovar: non l’ho visto, ma dubito che sia bello quanto Julieta, a mio giudizio uno dei migliori che lui abbia mai fatto. Dubito anche che lei possa vincere: secondo me è favoritissima Kristen Stewart, sia perché l’Academy adora i biopic, sia perché spesso si tende a premiare più il personaggio che l’attore, e Lady Diana è stata un personaggio davvero straordinario.
Per quanto riguarda le altre categorie, a mio giudizio l’Academy cercherà di premiare il più possibile il suo beniamino Steven Spielberg. Il suo West Side Story è stato un disastro al botteghino (ha incassato 30 milioni contro un budget di 100), e solo facendo man bassa di Oscar può sperare di raggranellare qualche soldo in più: l’Academy lo sa benissimo, e quindi credo proprio che andrà in soccorso del suo pupillo. Tuttavia, secondo me le statuette più importanti andranno a Belfast: è il classico film d’autore che piace tanto all’Academy, e quindi ha “Oscar” scritto in fronte.
Per quanto riguarda me, tiferò non solo per tick, tick… BOOM!, ma anche per House of Gucci (l’unico film candidato che io abbia visto) e soprattutto per Kirsten Dunst, che merita l’Oscar dai tempi del divertentissimo Get over it. E voi? Per quali attori e quali film tiferete alla prossima notte degli Oscar?

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