Il mio anno a Tokyo

Da molti anni viviamo in una sorta di gigantesco flipper. Intendo dire che gli spostamenti di persone, merci e informazioni sono diventati così facili e veloci che ognuno di noi può andare da una parte all’altra del mondo con la stessa rapidità di una pallina da flipper: la mattina sei a Milano, la sera puoi essere già a New York. E non importa neanche sborsare chissà quali cifre: grazie ai voli low cost, fare il giro del mondo è diventato un obiettivo per tutte le tasche.
Un’ovvia conseguenza di questo fenomeno è la tendenza ad assomigliarci un po’ tutti. Quando le distanze erano incolmabili e gli scambi culturali erano ridotti al minimo, ogni popolo tendeva ad avere degli usi e costumi nettamente diversi l’uno dall’altro; adesso che invece il mondo è diventato un grande villaggio globale, uno spagnolo finisce per fare più o meno le stesse cose di un messicano, con pochissime variazioni.
Eppure anche in questo contesto ci sono dei popoli che riescono a mantenere una loro originalità. Sono quei popoli che hanno un’indole molto conservatrice, e quindi non aderiscono più di tanto a quest’omologazione totale degli stili di vita. Ad esempio, le città del Giappone a livello estetico sono quasi indistinguibili dalle metropoli americane, e quindi ci viene da pensare che anche i giapponesi siano diventati più o meno come noi; in realtà lo hanno fatto solo negli aspetti più superficiali (come appunto la costruzione di grattacieli), ma nell’indole continuano ad essere profondamente diversi.
Ad esempio, noi italiani siamo molto informali: se cominciamo a conoscere qualcuno, non ci sentiamo fuori luogo a porgergli una domanda personale; se qualcuno ci fa un favore, non ci verrebbe mai da fargli un inchino per ringraziarlo; se qualcuno ci porge un biglietto da visita, non penseremmo mai che prenderlo con una mano o con due faccia chissà quale differenza. Per i giapponesi invece queste regole di bon ton sono di un’importanza enorme, e se qualcuno non le osserva non fa una semplice gaffe, ma una vera e propria offesa. Ovviamente potrei fare mille altri esempi, ma questa differenza è una di quelle che balzano subito all’occhio, perché emerge già al momento delle presentazioni.
Proprio perché il Giappone continua ad essere un luogo unico al mondo e con regole tutte sue, gli stranieri fanno una fatica tremenda ad ambientarsi. Se ci vanno per turismo rimangono affascinati da tutte le piccole e grandi differenze che scoprono, ma se ci vanno per restare tendono a sentirsi dei pesci fuor d’acqua, e ad esasperarsi nel rendersi conto che anche per compiere l’azione più semplice devono adattarsi ad un modo di fare totalmente diverso rispetto a quello a cui erano abituati.
Hailey invece si è ambientata brillantemente. All’inizio la sua esuberanza è stata malvista dai compostissimi abitanti di Tokyo, ma con il tempo ha imparato a farsi benvolere, al punto che è riuscita a farsi assumere per un lavoro a contatto con il pubblico. E’ un lavoro un po’ particolare, che in Occidente non esiste: potremmo definirla una chiacchierona a pagamento. In alcuni pub giapponesi infatti gli uomini non vogliono soltanto bere, ma anche avere al proprio fianco una bella donna con cui fare conversazione, e che viene fornita direttamente dal pub in cambio di un sovrapprezzo sulla consumazione: Hailey è carina e la parlantina non le manca, quindi è perfetta per il ruolo.
Ovviamente il suo lavoro non è molto benvisto, perché agli occhi dei giapponesi (ma credo anche degli italiani) è una forma di prostituzione; lei però non si fa di questi problemi, perché in fondo non fa male a nessuno, e la cosa peggiore che può capitarle è di passare un’ora del suo tempo con un cliente noioso o cafone.
Poi una sera capita un cliente diverso dal solito. Non è il solito sfigato che ha bisogno di pagare per ottenere l’attenzione di una bella donna: è un giovane bello e posato, che potrebbe avere gratis tutte le donne che vuole, ma che per qualche motivo si è preso una cotta per Hailey. Ma quando i 2 cominceranno a conoscersi meglio, allora tutte le differenze di cui vi parlavo prima emergeranno con prepotenza, e non sarà facile trovare un punto d’incontro…
Per come ve l’ho descritto, il tema principale di Tokyo a mezzanotte di Mia Another potrebbe sembrare l’amore tra due persone appartenenti a civiltà totalmente diverse. In realtà questo è un tema secondario, perché il vero intento dell’autrice è farci conoscere il Giappone a tutto tondo, svelandoci tanti piccoli e grandi dettagli che si possono cogliere soltanto vivendo lì.
Probabilmente non andrò mai a Tokyo, e continuerò a passare l’Estate in Liguria per il resto dei miei giorni. Ma grazie a questo libro, per qualche giorno ho avuto l’illusione di esserci stato, e di averla conosciuta molto più di tanti turisti che ci sono andati davvero. Per questo motivo, lo consiglio caldamente anche a voi.

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Vi racconto tutto

Nella vita di tutti i giorni vediamo molte persone dire cose che non pensano in maniera credibile, e quindi ci viene da pensare “Guarda che falso questo qua, una performance da premio Oscar”. In realtà il talento per la recitazione è qualcosa di molto più complesso, perché non consiste solo nel saper fingere: devi anche provare delle emozioni, e devi provarle in modo così profondo ed evidente da emozionare anche chi ti sta guardando.
Alcuni attori oltre al talento hanno una dote ancora più rara: il magnetismo. Quando appaiono sullo schermo l’attenzione degli spettatori si concentra unicamente su di loro, e tutti gli altri attori è come se scomparissero dalla scena. Ad esempio, nel suo unico film da regista Marlon Brando condivide la scena con tanti ottimi attori, ma lo spettatore non li nota nemmeno, perché nessuno di loro era Marlon Brando.
Anche Evelyn Hugo è un’attrice magnetica. Potrebbe sembrare che gli spettatori si concentrino su di lei per il suo fisico esplosivo, ma non è soltanto questo il motivo per cui li attira come api al miele: in lei si percepisce anche un carattere indomito e carismatico, una forza d’animo che affascina e travolge al tempo stesso.
Non è un’impressione sbagliata, perché Evelyn Hugo ha dovuto fare molta strada per arrivare dov’è. E’ sempre stata una donna spregiudicata, quindi ha usato tutti i mezzi possibili e immaginabili per realizzare la sua scalata verso il successo. Ma adesso che è vecchia del successo non gliene importa più nulla: l’unica cosa che vuole è alleggerirsi la coscienza, e lasciare questo mondo libera dal peso di tutti i suoi segreti. Per questo motivo ha preso contatti con una giornalista, e le ha chiesto di aiutarla a scrivere la sua autobiografia. Inizialmente la giornalista crede che Evelyn Hugo voglia parlare solo della sua movimentata vita sentimentale, ma scoprirà presto che la vita di quell’attrice è stata molto più ricca e significativa di quel che pensava…
Come potete vedere, I sette mariti di Evelyn Hugo è un libro molto particolare, perché parla del mondo dorato di Hollywood da una prospettiva diversa dal solito: ne mostra non solo i lati più affascinanti (le copertine, i lussi da favola, la notte dei premi Oscar eccetera), ma anche i lati più nascosti, quelli che di norma vengono notati solo dagli addetti ai lavori. Leggendo questo libro vieni a conoscenza di quanti intrighi ci siano dietro la produzione di un film (che poi magari farà fiasco), di quanta distanza possa esserci tra l’immagine di un divo e la sua reale personalità, di quanto sia difficile arrivare in cima e facile cadere in basso. Evelyn Hugo lo sa bene, perché la sua carriera è stata costellata di alti e bassi, sia nel lavoro che nella vita privata, ma ha sempre trovato il modo di risorgere dalle proprie ceneri. Come ha fatto? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere I sette mariti di Evelyn Hugo: ne sarete deliziati.

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Una clamorosa rimonta

Quand’ero bambino, una delle videocassette che mettevo più spesso nel registratore era quella di Men in Black. I protagonisti di quel film erano 2 personaggi che non potevano essere più diversi: da un lato un anziano severo e rigido, dall’altro un giovincello scanzonato e indifferente a qualsiasi regola. I 2 erano degli agenti segreti costretti a lavorare insieme: contro ogni previsione il vecchio, anziché prendere a calci il giovane per l’esasperazione, finiva per sviluppare con lui una profonda amicizia, facendogli da maestro di vita prima ancora che da collega.
Come probabilmente sapete, l’agente anziano era interpretato da Tommy Lee Jones, e quello giovane da Will Smith. Quest’ultimo era già famoso prima di quel film (grazie alla mitica sit – com Willy il principe di Bel – Air), ma dopo Men in Black la sua carriera spiccò il volo, ed è riuscita a resistere nonostante i numerosi insuccessi al botteghino (da Wild Wild West a Gemini Man passando per Collateral Beauty). Tuttavia, alla sua carriera mancava ancora la ciliegina sulla torta: l’Oscar. L’avevano candidato già nel 2002 e nel 2007, ma in entrambi i casi era finito nella cinquina delle nomination come ultima ruota del carro, e quindi aveva pochissime possibilità di vittoria. Quest’anno la situazione era radicalmente diversa: non solo perché stavolta era il favorito, ma anche perché il film in cui ha recitato (Una famiglia vincente) è piaciuto parecchio, e quindi era logico ipotizzare che avrebbe ottenuto almeno un Oscar prestigioso.
Tutto è andato secondo i piani, e sono molto contento per lui. Non tanto perché Men in Black è una colonna portante della mia infanzia, ma perché come ho detto prima Will Smith ronzava attorno alla statuetta da vent’anni esatti: avendo provato anch’io più volte la frustrazione tremenda di arrivare a un passo dal traguardo per poi vederlo sfumare davanti ai miei occhi, mi fa molto piacere che dopo Di Caprio anche per lui si sia finalmente rotta questa maledizione.
Per quanto riguarda gli altri premi, non mi ha stupito che l’Oscar principale sia andato a CODA (da noi tradotto con lo zuccheroso titolo I segni del cuore), perché negli ultimi giorni diversi articoli avevano parlato di una sua clamorosa rimonta sui 2 titoli favoriti da mesi (Belfast e Il potere del cane). Probabilmente nessuno dei 2 aveva convinto fino in fondo i giurati dell’Academy, e quindi hanno deciso di votare per un altro film: è il caso di dire che tra i 2 litiganti il terzo gode. Tra l’altro CODA è il remake di uno dei miei film preferiti in assoluto, La famiglia Bélier: mi è piaciuto così tanto che l’ho inserito nella classifica dei migliori film dello scorso decennio. Nonostante questo, non l’ho visto e non lo vedrò, perché detesto i remake, reboot, sequel, prequel e tutte le varie rimasticature di roba già fatta: salvo rarissime eccezioni, un film o propone qualcosa di nuovo o non gli dedicherò un minuto del mio tempo. Ho l’impressione che anche il grande pubblico si sia stufato di questo continuo scopiazzare film già fatti: infatti non si contano più i remake che hanno fatto flop, da Robocop a Point Break passando per Ben Hur.
Non mi ha stupito neanche l’Oscar vinto da Il potere del cane, perché avevo intuito da tempo che sta avvenendo una rinascita del western: la si poteva cogliere non solo dai grandi successi come Il Grinta o Django Unchained, ma anche da altri film che, pur essendo meno celebrati, mi avevano comunque colpito con la loro folgorante bellezza (uno su tutti Sweetwater).
In compenso sono rimasto sbigottito quando non hanno premiato Don’t look up per la migliore sceneggiatura: non solo perché il film in questione era piaciuto molto a critica e pubblico, ma anche perché il suo autore (Adam McKay) è un beniamino dell’Academy dai tempi del geniale e divertentissimo La grande scommessa.
Analizzando le premiazioni nel loro complesso, ho l’impressione che l’Academy abbia tentato di gratificare il maggior numero di film possibile: Belfast, Il potere del cane, Una famiglia vincente, West Side Story… in pratica a parte Don’t look up tutti i film più quotati hanno avuto almeno un Oscar ciascuno, come se l’Academy si fosse premurata di non far rimanere nessuno a mani vuote. Questo l’ho apprezzato molto: odio quando un unico film si prende tutta la torta, e tutti gli altri restano a bocca asciutta. E poi, è irrealistico che un film sovrasti tutti gli altri in ben 10 o più categorie: quando succede, vuol dire che si è deciso di premiarlo a prescindere, e questo ridimensiona il suo valore anziché esaltarlo.
E voi cosa ne pensate di queste folli premiazioni?

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Un grande film

Il 2021 è stato un anno particolare. Non è stato tragico come il 2020, che ha sconvolto le nostre vite dall’oggi al domani e ci ha costretti a fare i conti con una pandemia che tuttora condiziona la nostra quotidianità; tuttavia non è stato neanche un anno “libero” come il 2022, perché l’abbiamo passato alternando continuamente periodi di aperture totali ad altri in cui era tutto chiuso. In questo contesto avevo terribilmente bisogno di qualcosa che mi infondesse speranza, che mi facesse capire che, nonostante tutto, la vita è proprio bella.
Proprio mentre ero in questa situazione, vidi un film intitolato Sognando a New York – In the Heights. Era esattamente ciò di cui avevo bisogno, perché quel film è un’autentica ventata di leggerezza e di ottimismo, e io venni letteralmente travolto dalla sua energia. L’ho inserito tra i migliori film del 2021, e secondo me finirà per diventare anche uno dei migliori film del decennio.
Quel film era stato ideato da Lin – Manuel Miranda, uno degli sceneggiatori più brillanti di Hollywood. Di conseguenza, sono STRAFELICE che un altro suo film (tick, tick… BOOM!) sia stato candidato agli Oscar in ben 2 categorie, e gli auguro di cuore di portarsi a casa almeno una statuetta. Possibilmente quella per il miglior attore, dato che il protagonista di quel film (Andrew Garfield) era stato bravissimo anche in Silence e La battaglia di Hacksaw Ridge.
Per quanto riguarda le altre nomination (annunciate proprio oggi), mi fa molto piacere che siano stati candidati i coniugi Javier Bardem e Penelope Cruz: lui lo adoro dai tempi di The Counselor, lei addirittura dai tempi di Tutto su mia madre. Tra l’altro anche stavolta l’hanno candidata per un film di Almodovar: non l’ho visto, ma dubito che sia bello quanto Julieta, a mio giudizio uno dei migliori che lui abbia mai fatto. Dubito anche che lei possa vincere: secondo me è favoritissima Kristen Stewart, sia perché l’Academy adora i biopic, sia perché spesso si tende a premiare più il personaggio che l’attore, e Lady Diana è stata un personaggio davvero straordinario.
Per quanto riguarda le altre categorie, a mio giudizio l’Academy cercherà di premiare il più possibile il suo beniamino Steven Spielberg. Il suo West Side Story è stato un disastro al botteghino (ha incassato 30 milioni contro un budget di 100), e solo facendo man bassa di Oscar può sperare di raggranellare qualche soldo in più: l’Academy lo sa benissimo, e quindi credo proprio che andrà in soccorso del suo pupillo. Tuttavia, secondo me le statuette più importanti andranno a Belfast: è il classico film d’autore che piace tanto all’Academy, e quindi ha “Oscar” scritto in fronte.
Per quanto riguarda me, tiferò non solo per tick, tick… BOOM!, ma anche per House of Gucci (l’unico film candidato che io abbia visto) e soprattutto per Kirsten Dunst, che merita l’Oscar dai tempi del divertentissimo Get over it. E voi? Per quali attori e quali film tiferete alla prossima notte degli Oscar?

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I 10 film più belli che ho visto nel 2021

Che anno è stato il 2021 per il cinema? Sicuramente un anno di rinascita, perché abbiamo potuto vedere buona parte dei titoli che erano stati rimandati nel 2020. Nonostante ciò, l’anno scorso ho visto pochi film per i miei standard: “solo” 83. I migliori 10 li ho elencati in questa classifica: spero che vi piaccia.

10) Diabolik: Tra tutti i cinecomics che ho visto negli ultimi anni, Suicide Squad e Venom sono di gran lunga quelli che mi sono piaciuti di più. Diabolik non sfigura in confronto ad essi, anche grazie alla presenza di un’attrice che mi fa venire gli occhi a cuoricino ogni volta che la vedo (Serena Rossi).

9) Il colore della libertà: La mia storia personale mi porta ad essere molto interessato a tutti i film sul razzismo, anche quelli che trattano l’argomento in maniera marginale. Qua invece il razzismo è proprio il cuore della storia, e il film riesce a trattarlo con una delicatezza e una sensibilità davvero commoventi.

8) Vita segreta di Maria Capasso: Hanno fatto benissimo a mettere il nome della protagonista nel titolo, perché è un personaggio davvero strepitoso. Se buca lo schermo in maniera così incisiva, buona parte del merito va senza dubbio alla sua interprete Luisa Ranieri (l’attrice nella foto).

7) I molti santi del New Jersey: Un ottimo film di mafia, impreziosito da un personaggio femminile davvero adorabile (quello interpretato dalla bravissima Michela De Rossi).

6) Frammenti dal passato – Reminiscence: Un film molto originale, che racconta una trama noir ambientata in un contesto fantascientifico. A me questa mescolanza di generi è piaciuta, a tutti gli altri evidentemente no, dato che ha incassato solo un terzo del suo budget (18 milioni contro 54 di spesa).

5) Wyatt Earp: Un ottimo film western, con un personaggio di contorno che lascia il segno (quello interpretato da Gene Hackman) e una colonna sonora più trascinante che mai.

4) Poveri ma belli: Adoro i film che riescono ad essere semplici e significativi allo stesso tempo, e Poveri ma belli rientra appieno in questa categoria.

3) Sognando a New York – In the Heights: Un inno di commovente bellezza alla speranza, alla musica, a New York e alla vita in generale. Il film perfetto da guardare quando ti va tutto storto, e proprio per questo hai bisogno di qualcosa che ti infonda ottimismo, che ti faccia capire che, nonostante tutto, la vita è proprio bella.

2) Prove apparenti: E’ un titolo perfetto per questo legal thriller, perché in questo film niente e nessuno è come sembra. E quando la verità si dipana davanti ai nostri occhi, lo sceneggiatore la svela in maniera così geniale da farti rimanere a bocca aperta per lo stupore più e più volte, fino allo splendido finale.

1) L’ultimo samurai: Creare un’atmosfera epica è uno degli obiettivi più ambiziosi e difficili che un regista possa prefissarsi. Edward Zwick l’ha centrato più volte nella sua carriera, e L’ultimo samurai è senza dubbio una delle sue gemme più splendenti.

E voi? Avete visto qualcuno di questi film? E quali sono i film più belli che avete visto nel 2021?

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Inseguire i propri sogni

Conosco personalmente 3 membri della famiglia Gucci. O meglio, li conoscevo: 2 li ho persi di vista da tempo, il terzo lo sento solo una volta ogni tanto. Sono tutti e 3 delle persone meravigliose, che mi hanno sempre trattato con grande affetto: un po’ perché è nel loro carattere, un po’ perché non ho mai cercato di ricavare un euro dal nostro rapporto. Se ho deciso di fare amicizia con loro è stato solo perché li stimavo come persone, e li avrei apprezzati allo stesso modo anche se non avessero avuto un centesimo in tasca: questo loro l’hanno capito benissimo, ed era questo a rendere la nostra amicizia così pura.
Voi mi direte: ma se avevi un rapporto così bello con loro, com’è che 2 su 3 li hai persi di vista? Molto banalmente, siamo cresciuti. Ci siamo conosciuti quando eravamo davvero piccolissimi, e con il passare degli anni abbiamo preso strade diverse. Nel mio caso letteralmente, dato che non bazzico più Firenze da ben 7 anni: vivo e lavoro in provincia, e vado in città solo una volta ogni tanto.
Nel 2006 Ridley Scott annunciò che aveva in mente di girare un film su di loro: a quei tempi aveva fatto da poco Il gladiatore, quindi i fiorentini erano elettrizzati all’idea che un regista all’apice del successo avesse deciso di dedicare un film a una delle loro famiglie simbolo. I Gucci invece erano molto irritati: affrontai l’argomento con uno di loro, e ricevetti come risposta un “Non ne voglio parlare” più gelido che mai. Mi sentii mortificato da quella freddezza così insolita per loro, ma me la meritavo: avrei dovuto immaginare che non avrebbero affatto gradito questo tipo di pubblicità. Sì, perché il film non si sarebbe concentrato sui capitoli più belli della loro storia, ma sul più funesto in assoluto: l’omicidio di Maurizio Gucci, commissionato dalla sua ex moglie Patrizia Reggiani.
All’inizio lui avrebbe dovuto essere interpretato da Leonardo Di Caprio, e lei da Angelina Jolie. Poi il film entrò nel cosiddetto development hell, ovvero cominciò ad avere dei problemi di produzione: talvolta cambiava il cast, talvolta lo sceneggiatore, talvolta perfino il regista. Sì, perché Ridley Scott ha sempre creduto fortemente in questo progetto, ma è stato a lungo indeciso se dirigere lui personalmente il film o limitarsi a finanziarlo. Alla fine ha scelto di fare entrambe le cose, ed è stata una decisione benedetta, considerato che le alternative erano dei registi di gran lunga peggiori.
Alla fine al posto di Leonardo Di Caprio e Angelina Jolie sono stati scelti Adam Driver e Lady Gaga: questo la dice lunga su quanto si sia ridimensionato il progetto col passare degli anni. Ma considerato che Ridley Scott inseguiva questo sogno da 15 anni senza mai riuscire a realizzarlo, è già una fortuna che il film sia andato in porto, anche se con dei nomi meno blasonati rispetto a quelli di cui si favoleggiava all’inizio. E poi troviamo lo stesso qualche attore prestigioso nei ruoli di contorno, come Al Pacino e Salma Hayek. Tra l’altro quest’ultima è sposata proprio con l’attuale proprietario di Gucci, François – Henri Pinault: sono convinto che non sia un caso, perché gli americani amano molto questo mescolarsi di realtà e finzione.
Come avrete intuito, aspettavo da 15 anni di vedere questo film, quindi vi potete immaginare con quanta euforia e quante aspettative io abbia deciso di vederlo. Ebbene, non sono rimasto deluso: lo sceneggiatore è al suo debutto assoluto, ma è riuscito lo stesso a cogliere la grandezza Shakespeariana di questa vicenda, e a renderla interessante anche per chi è lontanissimo dal mondo dorato dei Gucci. Ovviamente anche Ridley Scott ci ha messo del suo, creando tante scene davvero magiche: su tutte quella ambientata sulla neve di St. Moritz, così incantevole da far venire voglia di andarci anche a chi (come me) non ha mai amato quel tipo di viaggi. In fondo il film stesso è un viaggio, perché ci proietta all’interno di un mondo fatto di glamour, lusso, soldi, amore e morte. Una combinazione perfetta per il cinema: Ridley Scott l’aveva intuito già 15 anni fa, e ha fatto benissimo ad insistere così a lungo su quest’idea. Con questo film ci ha insegnato non soltanto la storia dei Gucci, ma anche l’importanza di inseguire sempre i propri sogni.

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I 10 film che ho visto con quattro gatti, vol. 3

Quando vado al cinema, la prima cosa che faccio appena entro in sala è contare il numero degli spettatori. Lo faccio nella convinzione che la gente non è stupida, e quindi più la sala è affollata, più è probabile che il film sia di buona qualità.
Questa mia teoria è stata smentita innumerevoli volte. A vedere The Master eravamo un centinaio, ma faceva schifo; a vedere Ipotesi di reato eravamo in due, ma era un bel film. In linea generale, però, il ragionamento funziona.
Essendo un cinefilo accanito, mi è capitato molte volte di vedere un film in un cinema quasi deserto: non a caso ho scritto 2 post sull’argomento (uno nel 2016 e uno nel 2018), in cui elencavo tutti i film che avevo visto con meno di 10 persone in sala. Nei 3 anni passati dal secondo post mi è capitato con altri 10 film: ecco quali.

10) La truffa dei Logan (8 spettatori): Channing Tatum è uno degli attori più amati dal pubblico femminile, quindi la sua sola presenza avrebbe dovuto portare in sala un bel po’ di spettatrici. Anche per noi maschietti c’era di che rifarsi gli occhi, vista la presenza nel cast di Hilary Swank. Eppure, nonostante la bellezza dei suoi attori, La truffa dei Logan ce lo siamo visto tra pochi intimi: è un vero peccato, perché è un film pieno di trovate intelligenti e di personaggi fighissimi.

9) Brave ragazze (8 spettatori): Chi pensa che il cinema italiano non sappia più sfornare prodotti di qualità guardi questo film, cambierà idea all’istante.

8) I molti santi del New Jersey (7 spettatori): Un ottimo film di mafia, impreziosito da un personaggio femminile davvero adorabile (quello interpretato dalla bravissima Michela De Rossi). E’ uscito al cinema giusto ieri: andate a vederlo, non ve ne pentirete.

7) The New Mutants (7 spettatori): Lo sceneggiatore ha scritto un film a metà tra il cinecomic e l’horror, nella speranza di attirare in sala i fan di entrambi i generi e fare un boom di incassi. Insomma, voleva piacere a tutti e non è piaciuto a nessuno (me compreso).

6) Dolor y gloria (6 spettatori): La maggior parte degli spettatori va al cinema per divertirsi, o almeno per passare un po’ di tempo in maniera piacevole: di conseguenza, se metti la parola “dolore” nel titolo del film, il flop è inevitabile. Anche se ti chiami Almodovar.

5) Dog Days (6 spettatori): Che poi sono diventati 4, perché io e mio padre siamo usciti dal cinema all’intervallo. Non l’avevamo mai fatto, e questo la dice lunga su quanto fosse pietoso questo film.

4) Frammenti dal passato – Reminiscence (5 spettatori): Un film molto originale, che racconta una trama noir ambientata in un contesto fantascientifico. A me questa mescolanza di generi è piaciuta, a tutti gli altri evidentemente no, dato che ha incassato solo un terzo del suo budget (18 milioni contro 54 di spesa).

3) Welcome home (3 spettatori): Vidi questo film in un teatro, quindi c’era una valanga di posti in platea più tutti quelli nei loggioni e in galleria. E pensare che sarebbe bastato il divano di casa mia per contenerci tutti.

2) La casa in fondo al lago (2 spettatori): Ovvero io e una mia amica. A lei è piaciuto, secondo me invece questo film non meritava di vendere neanche quei 2 biglietti.

1) Bent – Polizia criminale (2 spettatori): Questo film ha un finale da urlo, e anche prima di esso ci sono tante scene una più bella dell’altra: se non l’avessero fatto uscire in piena Estate, sarebbe sicuramente diventato un cult.

Una precisazione: 4 dei film elencati (I molti santi del New Jersey, The New Mutants, Frammenti dal passato – Reminiscence e La casa in fondo al lago) hanno l’attenuante di essere usciti durante la pandemia. Tuttavia, ritengo che questo c’entri fino a un certo punto con il loro flop: sia perché quando li ho visti i contagi erano bassissimi (altrimenti i cinema non sarebbero stati aperti), sia perché nello stesso periodo sono usciti altri film che hanno avuto un successo strepitoso (penso ad esempio a Free Guy, uscito in contemporanea a Frammenti dal passato – Reminiscence).
Cosa ne pensate dei film che ho elencato? E soprattutto, quali sono i film che voi avete visto con quattro gatti?

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Una brava ragazza

Quand’ero bambino, il momento più bello della giornata era quando finivo di fare i compiti: infatti da quel momento potevo accendere Italia 1, e godermi un cartone animato dietro l’altro fino all’ora di cena. Anzi, QUASI fino all’ora di cena: infatti dalle 19 in poi Italia 1 riprendeva a programmare roba da adulti, e quindi per noi bambini finiva la pacchia. Per farla ricominciare dovevamo spostarci sui canali locali, dove con un po’ di fortuna potevamo beccare qualche cartone altrettanto figo (uno su tutti il mitico Ken il guerriero).
Tra tutti i cartoni che ho scoperto facendo zapping tra i canali locali ricordo con piacere anche Ranma 1/2. In quel cartone il protagonista maschile divideva la scena con 3 sorelle: l’irascibile Akane, la furbetta Nabiki e poi Kasumi, la più grande e la più dolce delle 3. Quest’ultima era il mio personaggio preferito, perché era sempre gentile e premurosa con tutti, e sembrava assolutamente incapace di fare del male a qualcuno. Anche nella vita reale sono affascinato dalle donne come lei, e non escludo che questo sia dovuto proprio al mio amore infantile per Kasumi: essendo cresciuto con quel modello femminile in testa, poi ho finito per cercarlo anche nelle mie esperienze sentimentali.
L’anno scorso ho lavorato con una collega che mi ricordava molto la dolcezza di Kasumi. Fisicamente non era bellissima, era soltanto carina, ma si comportava in modo così squisito con tutti noi che finì per esercitare su di me un fascino irresistibile. Purtroppo questa mia attrazione non è mai sfociata in un flirt, perché era fidanzata: per altri questo non sarebbe stato un problema, ma per me era un impedimento morale fortissimo, che mi imponeva di “guardare ma non toccare”, starle vicino ma senza mai iniziare un vero corteggiamento. Era almeno la terza volta che mi capitava una situazione del genere, e forse è stata in assoluto la rinuncia più dolorosa. Comunque sto continuando a sentirla anche adesso che non lavoriamo più insieme: è sempre un piacere avere nella propria vita una persona speciale come lei, anche solo come amica.
Anche Jennifer è una ragazza così. Oltre ad essere una persona speciale è anche un’appassionata di football, così quest’anno ha deciso di concedersi uno sfizio niente male: guardare dal vivo tutte le partite del Superbowl. Tra l’altro lo farà da una posizione privilegiata, perché ha preso i biglietti per la tribuna d’onore, e quindi può vedere i giocatori da una distanza davvero minima. Il guaio è che anche loro vedono lei, e ne rimangono subito affascinati: infatti Jennifer è una ragazza così bella e dolce che fa sciogliere dalla tenerezza tutti i giocatori che la incontrano, un po’ come i calciatori della nostra serie A quando vedono a bordocampo Diletta Leotta.
Ovviamente si invaghiscono di lei i 2 giocatori più forti del torneo: da un lato il quarterback dei Philadelphia Eagles (Logan Wilson), dall’altro il quarterback dei New England Patriots (Nathan Collins). Tra questi 2 moderni gladiatori si scatena una lotta senza quartiere dentro e fuori dal campo, con in palio ben 2 trofei da conquistare: sul campo il Superbowl, fuori dal campo il cuore della bella Jennifer. Chi vincerà il torneo? E soprattutto, chi vincerà in amore?
La carta vincente di questo libro è la scelta di mischiare 2 argomenti che raramente incontriamo nello stesso romanzo: lo sport e i sentimenti. Senza lo sport sarebbe stato un semplice romanzo rosa, peraltro basato su un cliché piuttosto stantio (il triangolo amoroso); con l’aggiunta dello sport assume tutto un altro sapore, perché così la rivalità tra Logan e Nathan diventa ancora più accesa, e la trama diventa molto più trascinante. E poi l’autrice potrebbe fare la giornalista sportiva: infatti quando racconta le partite del Superbowl crea un’atmosfera più epica che mai, e ti manda l’adrenalina a mille come se fossi anche tu lì sul campo a giocarti il campionato punto su punto. Io ho tifato per Logan fin dal primo momento: ho puntato sul cavallo vincente? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso soltanto consigliarvi di leggere Diabolico incontro di Debora Ferraiuolo: ne sarete deliziati.

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Ricordi di scuola

Sono cresciuto negli anni 90, e quello è stato semplicemente il decennio di Beverly Hills 90210. Il successo di questo iconico telefilm si spiega non soltanto con la qualità delle sceneggiature (davvero ottima, almeno all’inizio), ma anche con il fatto che per la prima volta dopo la chiusura di Happy Days una serie tv poneva gli adolescenti al centro della scena, e si focalizzava soltanto su di loro e sul loro mondo. Fino a quel momento (salvo rarissime eccezioni) in tutte le serie tv erano gli adulti gli unici protagonisti, e gli adolescenti erano soltanto dei comprimari che apparivano di sfuggita in qualche episodio qua e là: Beverly Hills 90210 ribaltava questo schema, e ritraeva il mondo degli adolescenti con un’efficacia e un’esattezza davvero impressionanti.
Questa serie tv è finita da vent’anni, e da allora sono sempre alla ricerca di qualcosa che me la ricordi. Qualsiasi libro, film o serie tv che sia ambientato nei licei americani mi attira come una calamita, e mi manda quasi sempre in brodo di giuggiole. E’ andata così anche con La mia meta di Roberta Damiano.
In realtà questo libro non è ambientato in un liceo americano, ma in un’università. Anche questa è un’ambientazione molto affascinante, perché è totalmente diversa dai nostri atenei: prima di tutto perché lì i ragazzi restano anche a dormire, e poi perché allo studio viene affiancata un’intensa attività sportiva. Nei campus americani se vuole uno studente di ingegneria può giocare nella squadra di basket dell’università, oppure in quella di football, di baseball, di pallavolo… le università americane sono efficientissime da questo punto di vista, non esiste un solo sport di squadra per il quale non siano attrezzate. E i match che organizzano non sono delle partitelle da 2 soldi, ma dei veri e propri campionati studenteschi, dai quali verranno fuori quasi tutti i campioni del futuro.
La mia meta descrive questo mondo in ogni suo aspetto, puntando i riflettori su un gruppo di ragazzi molto diversi tra loro: c’è Alexandra, che deve rimanere in pari con gli esami a tutti i costi per non perdere la sua borsa di studio; c’è Thomas, un campione di football perdutamente innamorato di lei; c’è Sarah, una cheerleader che sfrutta la sua bellezza per ottenere tutto ciò che vuole; c’è Chris, che è un bravo ragazzo, ma fa molta fatica a giostrarsi tra gli esami, il basket e le sue faccende di cuore…
Esattamente come in Beverly Hills 90210, il libro riesce a gestire con grande equilibrio questi personaggi, dando a ognuno il giusto spazio e intrecciando le loro storie in maniera davvero brillante: in questo modo ciascuno di loro assume un certo spessore, e il lettore ha modo di affezionarsi ad ogni membro del gruppo. A seconda del proprio carattere ciascun lettore tenderà ad identificarsi con un personaggio diverso, e ad eleggerlo come suo preferito: io ovviamente ho scelto il bravo ragazzo Chris, ma ho guardato con simpatia anche alla femme fatale Sarah, senza dubbio il personaggio più conturbante di tutto il romanzo.
Non ho mai visitato un campus americano, e probabilmente non lo farò neanche in futuro. Ma grazie a questo libro ho potuto respirare per qualche giorno l’atmosfera incantevole di quel luogo, e appassionarmi alle vicende di alcuni ragazzi che non dimenticherò mai. Proprio come i ragazzi di Beverly Hills 90210.

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Una storia d’amore

Anna Senese era una ragazza napoletana: abitava nel quartiere Miano, che sta proprio nel mezzo tra 2 delle zone più difficili della città (Scampia e Secondigliano). Erano gli anni della seconda guerra mondiale, quindi per la città passavano molti soldati americani. Anna si innamorò di uno di loro, e non uno qualsiasi: era un afroamericano, James Smith. Il loro amore durò poco: alla fine della guerra lui decise di tornare in patria, e dato che a quei tempi c’era ancora la segregazione razziale sarebbe stato impensabile per lei seguirlo e vivere insieme a lui negli Stati Uniti. Per quanto possa sembrare ridicolo dirlo oggi, la cosa non era semplicemente inaccettabile, era proprio illegale.
Così Anna rimase a Napoli, a crescere da sola il figlio nato da quell’amore. Il piccolo Gaetano aveva nelle vene il sangue dei neri d’America, e i segni di quest’eredità non tardarono a manifestarsi: quando aveva solo 10 anni sentì al juke – box una canzone di Little Richard, e ne rimase folgorato. Quel brano conteneva una parte suonata con lo strumento per eccellenza della musica nera, il sassofono: su Gaetano ebbe l’effetto di una scarica elettrica, perché capì subito che in qualche modo quella musica era legata a lui, scorreva nel suo sangue e in quello di tutti i neri d’America.
Gaetano voleva imparare a suonarlo, quindi convinse sua madre a comprargliene uno. E qua la storia assume dei contorni eroici, perché a quella madre coraggio, che aveva cresciuto da sola un bambino nero in un quartiere difficilissimo di Napoli, era appena stato chiesto di acquistare uno strumento che ancora oggi costa migliaia di euro. Ma lei spese quei soldi, e ne spese degli altri ancora affinché un maestro privato insegnasse a Gaetano come si suonava il sassofono.
Quell’investimento le sarà costato dei sacrifici inimmaginabili, ma si rivelarono soldi ben spesi. Perché Gaetano era bravo, e con il suo nome d’arte (James Senese) cominciò a diventare sempre più conosciuto nell’ambiente di Napoli. Era anche generoso, perché accolse nella sua band un ragazzo che non aveva i soldi neanche per comprarsi il basso, glielo comprò lui con i suoi soldi e gli fece da maestro sia di musica che di vita: quel ragazzo un giorno sarebbe diventato Pino Daniele.
James Senese non è mai diventato famoso come Pino Daniele, ma è comunque molto contento di com’è andata la sua carriera. Lo percepisci dalla passione con cui parla di musica nelle sue interviste, che sono sempre molto piacevoli: infatti riesce a dire cose significative senza mai diventare complicato o intellettuale, ma anzi parlando con la semplicità di chi è cresciuto in un quartiere difficile e non l’ha mai scordato (né tantomeno rinnegato).
La sua storia mi è tornata in mente quando ho visto Miracolo a Sant’Anna. Questo film si apre subito con un giallo: senza alcuna ragione apparente, un impiegato delle Poste di New York ha preso una pistola da sotto il bancone e ha sparato a uno dei clienti in fila. Poi scavando nella vita dell’impiegato un giornalista scopre che ha combattuto la seconda guerra mondiale in Italia, all’interno di una compagnia formata interamente da soldati afroamericani: la soluzione del mistero potrebbe trovarsi proprio in quei lontani giorni passati nel nostro paese, e in particolare in un paesino chiamato Sant’Anna di Stazzema…
Come potete vedere, Miracolo a Sant’Anna è un film – puzzle: mette davanti allo spettatore tante tessere, e lo sfida a farle incastrare l’una con l’altra fino a creare un disegno chiaro e nitido. E quando alla fine vengono tirate le fila della storia ti accorgi che torna tutto alla perfezione, che lo sceneggiatore ha creato un’opera davvero perfetta. Un miracolo appunto. Come le canzoni di James Senese.

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