Bella e maledetta

Ogni film mira ad attirare una fetta di pubblico ben precisa. I film romantici vogliono far colpo sulle donne, i film d’azione sugli uomini, i cinecomics sui ragazzi… gli esempi sarebbero infiniti.
Talvolta un film è fatto talmente bene che, pur essendo rivolto ad un target ben specifico, poi finisce per piacere anche a degli spettatori che in teoria non avrebbero dovuto filarselo neanche di striscio. Ad esempio, Il club delle prime mogli è un film super femminista, quindi gli uomini avrebbero dovuto rimanere perfino infastiditi nel vederlo; invece è un film così divertente e ben fatto che finì per piacere moltissimo a uomini e donne, incassando 6 volte tanto il suo budget.
Lo stesso discorso vale per Le ragazze di Wall Street. Racconta la storia di alcune spogliarelliste che sfruttano la loro avvenenza per truffare gli uomini: li fanno bere fino a scoppiare, li depredano delle loro ricchezze e poi li abbandonano lì dove sono, confidando che tanto non verranno mai denunciate. Perché? Ma per orgoglio, è ovvio: infatti per quegli uomini è troppo imbarazzante ammettere di essersi fatti fregare da una donna, quindi piuttosto che andare alla polizia preferiscono stare zitti e incassare il colpo. E’ escluso anche che si mettano da soli alla ricerca di chi li ha derubati, perché in quel momento erano troppo ubriachi per ricordare dove e con chi erano. Insomma, è la truffa perfetta.
Il guaio è che la truffa perfetta non esiste. Se ti metti a fare truffe compulsivamente e su larga scala, presto o tardi pesterai i piedi alla persona sbagliata, e a quel punto il tuo piano criminale comincerà a crollare come un castello di carte. Resta solo da capire in che modo crollerà, chi ne uscirà con le ossa rotte e chi invece riuscirà a cascare in piedi.
Come nel caso de Il club delle prime mogli, Le ragazze di Wall Street è chiaramente un film femminista: in teoria gli uomini dovrebbero odiarlo perché li fa passare per dei fessacchiotti che non capiscono più niente davanti a un bel paio di tette (il che è perfettamente vero), le donne invece dovrebbero adorarlo, perché soddisfa il loro desiderio di rivincita su tutti quegli uomini che trattano le donne (spogliarelliste e non) come meri oggetti sessuali. E invece gli uomini, anziché identificarsi con le vittime e odiare le furbette che li hanno truffati, cominciano incredibilmente a tifare per queste ultime. Le ragazze di Wall Street sono delle canaglie troppo simpatiche per volergli male: di conseguenza, anche se ciò che fanno è sbagliato e si meriterebbero di finire tutte in galera, in cuor tuo speri che invece riescano a cavarsela con poco, e che vadano a festeggiare tutte insieme in un bel cocktail bar. Andrà a finire così, o invece Le ragazze di Wall Street avranno un destino diverso? Non posso dirvelo, chiaramente. Posso solo consigliarvi di vedere questo film: non ve ne pentirete.
P.S.: Anche a voi è capitato di guardare un film in cui facevate il tifo per il cattivo?

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Amore a scoppio ritardato

Un mio amico ha l’hobby dei combattimenti medievali. Intendo dire che, quando viene organizzata una festa medievale, lui e alcuni suoi amici ci vanno per inscenare dei duelli molto simili al wrestling: infatti non ci si fa male davvero ed è stabilito fin dall’inizio chi vincerà, ma i duellanti sono così bravi a combattere con la spada che danno l’illusione di stare assistendo ad un duello vero e proprio, e non diresti mai che è tutta una messinscena.
Quest’hobby gli ha permesso di trovare anche una fidanzata: lei faceva parte di una compagnia di sbandieratori, quindi capitava spesso che si incrociassero alle feste medievali. Per Andrea fu amore a prima vista, per lei nient’affatto: infatti, quando lui le si avvicinava, lei lo respingeva in malo modo dicendogli che aveva il ciclo e non aveva voglia di parlare con nessuno. Gli diceva ogni volta la stessa scusa, per fargli capire in modo ancora più chiaro che non aveva nessuna possibilità.
Poi un giorno fu lei ad andare da lui, perché aveva bisogno di un favore ed era sicura che lui non gliel’avrebbe rifiutato. In quell’occasione Andrea sfoderò l’ironia tipica dei toscani, dicendo che stavolta era lui ad avere il ciclo e a non voler parlare con nessuno. Lei scoppiò a ridere, e questo fece scoccare la scintilla tra loro. Oggi stanno insieme da 5 anni, e a breve andranno a convivere.
La morale di questa storia è che non sempre ci si innamora fin dal primo giorno. Talvolta ci capita di incontrare una persona a cui non daremmo una lira, o che magari ci sta perfino antipatica, e soltanto in seguito ci rendiamo conto di averla sottovalutata.
A me è capitata una cosa simile con Michael Connelly. La prima volta che lessi un suo romanzo (L’ultimo giro della notte) ricordo che mi piacque, ma non così tanto da voler approfondire la conoscenza di questo scrittore. Misi il libro su uno scaffale, e mi dimenticai totalmente del suo autore addirittura per 3 anni.
Poi quest’Estate ero in vacanza in Liguria, mancava ancora qualche giorno al mio ritorno a casa e io avevo già finito i libri da leggere: di conseguenza, andai in una libreria per fare rifornimento. L’unico romanzo promettente che trovai era uno di Michael Connelly (La notte più lunga), quindi lo presi e cominciai a leggerlo il giorno stesso. Ebbene, ne rimasi folgorato: l’indomani l’avevo già finito, e tornai in quella libreria per comprare tutti gli altri libri di Michael Connelly che avevano disponibili. Ad oggi ne ho letti più di 10.
Se dovessi consigliarvi un solo romanzo di quest’autore punterei proprio su La notte più lunga, perché presenta uno dei suoi personaggi più belli, la detective Renée Ballard. Io me la sono immaginata con le fattezze di Sofia Vergara, che considero la donna più bella del mondo. Non solo per il suo fisico: la adoro anche per il suo carattere solare e spumeggiante, per l’allegria contagiosa che trasmette ogni volta che appare sullo schermo. Quando mi sento male fisicamente o moralmente, mi basta guardare un suo film per ricordarmi che nel mondo c’è anche tanta bellezza, e può bastare davvero poco per poterla toccare con mano. Talvolta basta un libro di Michael Connelly.

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Io e Bianca

La prima media fu uno degli anni scolastici più duri della mia vita. Non perché facessimo cose particolarmente difficili, ma perché capitai in una classe di ragazzi che si conoscevano quasi tutti fin dalle elementari o addirittura dall’asilo, mentre io invece non conoscevo nessuno. In pratica mi ritrovai davanti a un gruppo già formato da anni, e quindi non molto disponibile ad accogliere nuovi membri al suo interno.
Tra i pochi compagni che si dimostrarono un po’ più aperti nei miei confronti la più simpatica era senza dubbio Bianca. Avete presente la scena di Forrest Gump in cui tutti gli impediscono di sedersi sul bus accanto a loro, finché alla fine Jenny si accorge di lui e gli fa posto? Ecco, tra me e lei andò esattamente così: mentre tutti gli altri si relazionavano solo con i loro compagni storici, Bianca invece era incuriosita da me e dagli altri nuovi arrivati, e faceva di tutto per conoscerci meglio.
Tra me e lei si creò una splendida amicizia fin da subito, per un motivo molto semplice: entrambi sapevamo tenere la bocca chiusa. Quando confidavamo un segreto a qualcuno dei nostri compagni, ci accorgevamo con grande disappunto che la cosa finiva sulla bocca di tutti nel giro di pochissimo, e questo ci causava un forte imbarazzo: tra noi 2 invece questo problema non si poneva, perché io non avrei mai rivelato un suo segreto e lo stesso valeva per lei. Questo creò un legame fortissimo tra noi, che sopravvisse anche quando andammo ognuno ad un liceo diverso.
Poi arrivarono i tempi dell’università, e in quel contesto Bianca non riuscì proprio ad ambientarsi. Al liceo i professori la costringevano a studiare con continui compiti e interrogazioni, e quindi lei sentendosi incalzata riusciva a studiare in maniera costante; all’università invece i professori lasciavano in pace gli alunni fino agli esami invernali ed estivi, e questo le dava la sensazione che anche stando un mese senza aprire libro ce l’avrebbe potuta fare lo stesso. Aveva fatto male i suoi calcoli: infatti, se rimani a lungo a grattarti la pancia e poi provi a studiare solo a ridosso dell’esame, il tuo cervello dovrà assimilare troppe informazioni tutte insieme e non riuscirà a memorizzare praticamente nulla. Le cose andarono esattamente così, e quindi nel suo primo anno universitario Bianca non combinò granché.
Lei reagì malissimo a questo fallimento, e cominciò a lasciarsi totalmente andare anche al di fuori della scuola. Iniziò ad andare in discoteca 7 notti su 7, e passava il resto della giornata a letto o nei bar con le amiche. Io invece facevo una regolare vita da studente universitario: al mattino seguivo le lezioni in facoltà, al pomeriggio studiavo e la notte dormivo. Come potete vedere, eravamo diventati delle persone troppo diverse, e quindi la nostra amicizia finì.
Di recente ho letto un libro che mi ha fatto ripensare a lei. Racconta la storia di un ragazzo (Carter) e una ragazza (Woden) che sono amici fin dall’infanzia, ma crescendo si sono allontanati un po’: infatti Carter è diventato uno dei ragazzi più popolari della scuola, mentre Woden è rimasta un po’ nelle retrovie, un po’ per il suo carattere riservato e un po’ perché è una vera e propria nerd. Ad ogni modo, i due sono motivatissimi a mantenere in vita la loro amicizia, e quindi fanno un patto: almeno una volta a settimana continueranno a vedersi e ad aggiornarsi sulle rispettive vite. La cosa va a gonfie vele finché lei non si fidanza con un ragazzo: a quel punto Carter ha una crisi di gelosia, e capisce che forse per lui Woden non è soltanto un’amica…
Ho comprato questo libro solo perché ultimamente ho letto molti gialli, e quindi avevo voglia di una lettura un po’ più leggera. Ebbene, Siamo amici solo il mercoledì di Tania Paxia è senza dubbio un libro leggero, ma allo stesso tempo è anche acuto, perché riesce a dire cose profondissime sull’amicizia, sull’amore e sui rapporti umani in generale. Anche gli sviluppi della trama sono intelligenti, e molto meno scontati di quel che potreste pensare. Come andrà a finire la storia di Carter e Woden? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere questo libro: non ve ne pentirete.

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Un sogno da realizzare

Quando siamo bambini, anche i sogni più impossibili ci sembrano sempre a portata di mano.
Ad esempio, quand’ero piccolo divoravo tutti i fumetti di supereroi che riuscivo a trovare, ed ero sinceramente convinto che un giorno sarei arrivato a scriverne qualcuno anch’io. Avevo perfino messo nero su bianco una storia dei Fantastici Quattro, e pensavo che bastasse spedirla alla Marvel per vederla pubblicata nel giro di pochissimo. Toccò a mia madre aprirmi gli occhi, e farmi capire che potevo anche risparmiare i soldi del francobollo.
Un mio amico d’infanzia invece era un patito del wrestling: di conseguenza era convintissimo che con qualche ora di palestra sarebbe diventato abbastanza muscoloso da salire sul ring con i suoi wrestler preferiti e stenderli tutti a suon di cazzotti. Oggi fa l’avvocato.
Tuttavia, c’è qualcuno che i suoi sogni d’infanzia riesce a realizzarli davvero. È il caso di Claudio, Ricky e Johnny: si conoscono fin da piccoli, e il loro sogno è sempre stato quello di sfondare nel mondo della musica. Il loro sogno inizia a prendere forma quando aprono un pub con musica dal vivo, e quel locale diventa in breve tempo il luogo di ritrovo di tutti i giovani senesi; poi la loro fama oltrepassa i confini di Siena, e cominciano a fioccare i concerti in tutta Italia.
Ovviamente la loro musica li porta a conoscere anche tante ragazze. Ricky si innamora di Jessy, che suona il basso ed è l’unica donna della band; Claudio si innamora di Jolanda, che lui stesso aveva assunto per fare la barista nel suo pub; Johnny si innamora di Milena, una fan che non si perderebbe un concerto della band per niente al mondo, ma purtroppo è già fidanzata con un altro…
Come potete vedere, Verrà il tempo per noi di Gianni Gardon è un libro molto ricco. Parla di amore, di musica, di sogni da realizzare… più in generale parla della vita, e lo fa con una passione che ti conquista ad ogni pagina. Come andranno a finire le avventure sentimentali e musicali di questi 3 ragazzi? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso soltanto consigliarvi di leggere questo libro: non ve ne pentirete.

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Una vacanza memorabile

Quando partiamo per un viaggio, lo facciamo sempre per lavoro o per piacere. La prima motivazione è abbastanza ovvia; la seconda invece è più ambigua, perché il piacere di un viaggio varia da persona a persona. Ci sono quelli a cui piacciono le vacanze rilassanti, e allora prenoteranno un agriturismo o un albergo con spa incorporata in mezzo alle montagne; ci sono altri che preferiscono le vacanze movimentate, e allora sceglieranno di scatenarsi in mezzo alla movida romagnola; ci sono quelli che vogliono esplorare il mondo, e allora partiranno con lo zaino in spalla e i sandali ai piedi.
Robert Lomax non corrisponde in pieno a nessuna di queste categorie di viaggiatori. Ha scelto di andare in vacanza a Hong Kong, ma non l’ha fatto soltanto per la voglia di scoprire una località esotica: l’ha fatto anche per mettere alla prova se stesso, e vedere se riuscirà ad ambientarsi in un luogo così diverso dalla sua America. Proprio per questo ha evitato volutamente di alloggiare nel quartiere chic: lì è pieno di occidentali come lui, e quindi è come abitare nel centro di New York. Per entrare in contatto con la vera Hong Kong, Robert ha preferito andare al mercato del pesce, e prendere una stanza nel primo albergo che si è trovato di fronte.
Com’era prevedibile, quell’albergo si rivela essere un bordello. Tuttavia, a Robert questa scoperta non dispiace più di tanto: infatti una delle prostitute che alloggiano lì è molto carina e molto simpatica, e appena la vede in lui scatta un vero e proprio colpo di fulmine. Tuttavia, conquistarla si rivela essere un’impresa più difficile del previsto: infatti, proprio perché è una prostituta, Suzie ha un’opinione abbastanza negativa degli uomini, e non è affatto facile convincerla che per Robert lei è qualcosa di più di un semplice oggetto sessuale. In più, lei nasconde un importante segreto, che è destinato ad influenzare moltissimo il loro rapporto…
Come avrete intuito, il tema principale de Il mondo di Suzie Wong è l’amore tra due persone appartenenti a civiltà totalmente diverse. Come vi ho già raccontato in un altro post, sono figlio di una coppia interrazziale, quindi l’argomento mi interessa moltissimo. Tuttavia, andando avanti nella visione del film mi sono reso conto che chi lo ha realizzato non voleva parlare soltanto di questo, ma anche dell’importanza di cogliere la vera essenza del paese che visitiamo. Cerco di spiegarmi meglio.
Gli americani hanno una visione abbastanza stereotipata dei paesi esteri. Ad esempio, hanno di noi italiani un’immagine ferma a quando vennero a liberarci dai tedeschi: di conseguenza sono sinceramente convinti che qua in Italia gli uomini hanno tutti i baffoni, le donne portano tutte i vestiti a fiori e abbiamo tutti un mandolino in casa che ci divertiamo a strimpellare nel tempo libero. La verità è che i baffoni continuano a portarli soltanto in Lucania e in Sicilia, le donne cominciano a indossare i vestiti a fiori soltanto dai 70 anni in su e il mandolino lo usano solo gli artisti di strada a Napoli. Ma questo gli americani non lo impareranno mai, perché sono troppo affezionati agli stereotipi con cui sono soliti identificarci. Ne Il mondo di Suzie Wong questo non succede: al contrario, è evidente la volontà di ritrarre l’Asia nel suo lato più sincero e meno turistico, andando a cogliere tanti aspetti che nessuna agenzia di viaggi metterebbe mai nelle proprie brochures.
Guardando Il mondo di Suzie Wong non assistiamo soltanto a una storia d’amore coinvolgente e imprevedibile, ma scopriamo anche una cultura della quale conosciamo molto poco, e che ci affascina sempre di più con il passare dei minuti. Probabilmente non andrò mai a Hong Kong, e continuerò a passare l’Estate in Liguria per il resto dei miei giorni. Ma grazie a questo film, per 2 ore ho avuto l’illusione di esserci stato, e di averla conosciuta molto più di tanti turisti che ci sono andati davvero. Per questo motivo, lo consiglio caldamente anche a voi.

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Una brava persona

Qualche anno fa avevo appena ottenuto la laurea triennale, e dovevo immatricolarmi nuovamente all’università per potermi iscrivere ad un corso di laurea specialistica.
Ebbene, quest’immatricolazione si rivelò un’impresa titanica: infatti era necessaria un’enorme quantità di documenti perché la domanda venisse accolta, e ogni volta che andavo in segreteria c’era sempre un foglio che non avevo presentato, era compilato male o comunque non aveva tutto ciò che doveva avere. Talvolta mancava un timbro, talvolta una marca da bollo, talvolta la firma di un professore difficilissimo da rintracciare.
Ogni volta che mi presentavo in segreteria loro mi segnalavano una lacuna, io tornavo da loro dopo aver risolto l’intoppo e loro puntualmente trovavano qualcos’altro che non andava bene. Sorgeva sempre un problema nuovo: proprio per questo, ad un certo punto era nato in me il timore che non ce l’avrei mai fatta ad arrivare in fondo a questa cosa. Se non ce l’avessi fatta avrei perso un intero anno universitario, e sarei andato fuori corso.
Alla fine invece ce la feci. E non per merito mio, ma grazie a una segretaria dal cuore d’oro: lei si era accorta dell’angoscia che provavo, e le feci così tanta tenerezza che decise di prendersi a cuore il mio caso, dandomi tanti consigli assolutamente fondamentali. Se non fosse stato per lei, non sarei mai riuscito a uscire dalla selva oscura della burocrazia italiana.
Quella donna ha fatto tutto questo per puro altruismo, senza chiedere niente in cambio: infatti, quando le dissi che avrei fatto in modo di sdebitarmi, lei mi rispose che non voleva regali di nessun tipo, e che se gliene avessi fatto uno lei l’avrebbe rifiutato. Qualcuno potrebbe trovarla una risposta un po’ scontrosa: io invece capii che aveva detto quelle parole perché era sinceramente convinta di aver fatto soltanto il proprio dovere, e di non meritare nessuna ricompensa per questo.
Ho pensato a lei quando ho visto l’ultimo film di Clint Eastwood, Richard Jewell: infatti come lei il protagonista del film ha un forte senso del dovere, e questa qualità lo porta a compiere delle azioni che ad alcuni potrebbero sembrare eroiche, ma a lui sembrano ordinaria amministrazione, niente per cui valga la pena di premiarlo o anche solo elogiarlo. Perfino quando salva alcune persone da un attentato lui non cerca riconoscimenti, e insiste nel dire che non ha fatto nulla di speciale.
Tuttavia, come sempre succede alle persone troppo buone, ad alcuni viene il dubbio che sia tutto finto, e che lui sia una persona ben diversa da quella che vuol far credere. Così una giornalista avvia una campagna mediatica contro di lui, volta ad insinuare che in realtà è stato lui stesso ad organizzare l’attentato, per poterlo poi sventare e diventare l’eroe del giorno. Come potrebbe fare il protagonista per smentire questa teoria? E soprattutto, ce la farà a smentirla? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere Richard Jewell: non ve ne pentirete.

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Il mio primo amore

Con il mio primo amore avevamo un’abitudine: quando dovevamo farci un regalo, invece di farcelo a sorpresa ce lo facevamo programmato, nel senso che per non sbagliare ci chiedevamo l’un l’altro cosa avremmo voluto ricevere.
Una volta lei mi chiese la colonna sonora del film Il fantasma dell’opera di Joel Schumacher. Ovviamente non era una cosa facile da trovare: sono pochi i negozi di cd che tengono le colonne sonore, e tra quei pochi non era affatto scontato che almeno uno avesse proprio il cd che stavo cercando.
Dopo aver girato a vuoto qualche negozio, decisi di attaccarmi al telefono e chiamare tutti gli altri che non avevo ancora visitato, nella speranza che almeno uno ce l’avesse. Quando alla fine lo trovai, ero così contento e incredulo che non riuscivo a parlare, così mormorai un “Grazie” e riagganciai.
Poi, riacquistata un po’ di lucidità, guardai mio padre e gli dissi: “Porca miseria, non me lo sono fatto mettere da parte!” Lui mi rispose: “Ragiona: secondo te, quante possibilità ci sono che qualcuno entri in quel negozio e compri proprio quel cd?” Aveva ragione: era praticamente impossibile che qualcuno me lo soffiasse. Tuttavia, nella mia testa quel cd era diventato una sorta di Santo Graal, e quindi anche il minimo rischio di vedermelo sfuggire bastava per mandarmi nel panico. Era una paura irrazionale, così come era irrazionale ed esagerata la foga con cui mi ero messo a cercare quel cd.
Alla fine ci fu il lieto fine: io comprai il cd, il regalo fu molto apprezzato e il nostro periodo d’oro continuò. Si sarebbe interrotto l’anno dopo, per lasciare spazio ad un periodo di crisi irreversibile che alla fine ci portò a dirci addio.
Spero che lei abbia conservato quel cd. Non perché vorrebbe dire che in un certo senso continuo a far parte della sua vita (di questo non mi importa), ma perché quel cd è stato ottenuto a seguito di una lenta e paziente ricerca, che soltanto una persona spinta dall’amore si sarebbe sobbarcata, e quindi è diventato un oggetto simbolico, è la prova di quanto fosse profondo il mio amore per lei.
Non pensavo a quel cd da anni, finché qualche giorno fa ho visto un film che mi ha ricordato quell’esperienza. Anche in quel caso infatti c’era un uomo pazzo d’amore per la sua donna, e disposto a tutto pur di realizzare il suo sogno d’amore con lei. Il film in questione è I guardiani del destino: se non l’avete visto, ve lo consiglio caldamente.

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Un amore proibito

“Io ero solo un ragazzo, quando arrivai nella valle di mister Roddock. Ma quando ripartii, non lo ero più”.
Con questa frase fulminante si apre uno dei film più belli che abbia visto quest’anno. Racconta la storia di Steve, un ragazzo che vaga per le campagne alla ricerca del suo posto nel mondo. Ad un certo punto capita per puro caso nella valle di mister Roddock, un grande proprietario terriero che lo prende subito in simpatia: lo ospita nella sua tenuta, gli offre un lavoro e gli dà tante lezioni di vita, trattandolo come il figlio che non ha mai avuto.
Tuttavia, la vita non è tutta rose e fiori in quella tenuta: i furti di cavalli sono frequenti, e mister Roddock reagisce a ognuno di essi con estrema ferocia, inseguendo i ladri e impiccandoli sul posto. Di conseguenza Steve comincia a temere il suo benefattore, perché si rende conto che è capace di compiere sia grandi gentilezze che grandi atrocità, e nessuno può prevedere i suoi comportamenti.
La situazione si complica quando Steve si innamora della fidanzata di mister Roddock. Lei ricambia il suo sentimento, ma non sa se mettersi con lui o meno: infatti anche lei teme la reazione del suo compagno, e anche lei ha un grosso debito di gratitudine nei suoi confronti. Questo triangolo amoroso si sviluppa tra mille colpi di scena assolutamente imprevedibili, che non vi anticipo per ovvi motivi.
Ho guardato La legge del capestro perché aveva nel cast Irene Papas, l’attrice che interpretò Penelope nel famoso telefilm dell’Odissea. Come potete vedere dalla foto, lei non aveva bisogno di una scollatura o di una minigonna per irretire gli uomini: le bastava posare su di loro il suo sguardo magnetico, e a quel punto avrebbe potuto convincerli anche a buttarsi da un ponte se avesse voluto. Era una donna più affascinante che bella, e ha illuminato con la sua presenza tanti splendidi film. La legge del capestro è uno dei più belli.

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Un uomo coraggioso

Viviamo in un’epoca piena di grandi divi. C’è George Clooney, che alla bellezza aggiunge anche un bel po’ di savoir faire e devozione alle cause umanitarie; c’è Leonardo Di Caprio, che con i suoi occhioni blu fa sospirare le spettatrici da oltre vent’anni; c’è Joaquin Phoenix, che irretisce le donne con la sua aria da uomo tormentato che non sorriderebbe neanche se Margot Robbie gli scrivesse il suo numero sul petto. E sono solo i primi nomi che mi sono venuti in mente.
Questi attori sono riusciti a diventare dei divi e a restare tali non soltanto per la loro bellezza, ma anche per la loro intelligenza: ognuno di loro si sceglie i copioni con oculatezza, e difficilmente sbaglia. Tuttavia, a Hollywood c’è un divo che è riuscito a rimanere tale pur avendo sbagliato decine di film, perché nessun flop riuscirà mai a scalfire lo status di icona pop che si è guadagnato fin da giovanissimo. Quell’attore è John Travolta.
La carriera di quest’attore è stata una vera e propria montagna russa: partì a razzo negli anni 70 con Grease e La febbre del sabato sera, passò gli anni 80 lavorando poco e male, resuscitò negli anni 90 con Pulp Fiction, e da allora è stato un continuo alternarsi di moderati successi e flop clamorosi. Insomma, probabilmente non vincerà mai l’Oscar alla carriera, ma lui non ha bisogno della statuetta per entrare nella storia del cinema: il suo Oscar lo vince ogni volta che esce di casa, e si accorge che per strada c’è un ragazzino con la maglietta di Pulp Fiction o l’acconciatura di Tony Manero.
Tra tutti i suoi film, il mio preferito è uno che non conosce quasi nessuno: Nella valle della violenza. In quel film lui non è neanche il protagonista, ma quei pochi minuti in cui appare sullo schermo gli sono bastati per lasciare il segno più di tutti gli altri attori messi insieme. Perché loro sono dei bravi attori, ma lui è John Travolta.
Dopo aver visto Nella valle della violenza, pensai che con quel film lui avesse raggiunto la cima della montagna: a mio giudizio non avrebbe più trovato un personaggio così gigantesco, e non sarebbe mai riuscito a recitare meglio di così. Sono tuttora di quest’opinione, ma anche Speed Kills è senza dubbio un’altra perla della sua filmografia.
Questo film ruota attorno ad un imprenditore semplicemente geniale, Ben Aronoff. E’ partito vendendo motoscafi, ma poi con la sua intelligenza è riuscito a creare un vero e proprio impero, e adesso le sue barche sono le più eleganti di tutta Miami. Il problema è che i soldi per partire glieli ha dati la mafia: di conseguenza i suoi vecchi amici vogliono una fetta della torta, e pretendono anche di usare le sue barche per trasportare la droga via mare. Ben si rifiuta ostinatamente di scendere a patti con loro: non tanto per onestà, quanto piuttosto perché è uno spirito libero, e non sopporta di dover sottostare ai loro ordini.
La polizia conosce perfettamente questi dettagli, e offre a Ben la possibilità di liberarsi da questi scocciatori testimoniando contro di loro ad un processo. Lui accetta: questa decisione innesca una reazione a catena piena di eventi spettacolari e imprevedibili, che non vi riassumo per ovvi motivi.
Come avrete intuito, il punto di forza di Speed Kills è senza dubbio il suo protagonista: la sua genialità di imprenditore, il carattere con cui tiene testa ai mafiosi senza farsi intimidire e il coraggio con cui sceglie di testimoniare contro di loro sono qualità che colpiscono profondamente lo spettatore, e lo portano a fare per lui un tifo sfegatato. Come andrà a finire il suo braccio di ferro con la mafia? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere Speed Kills: non ve ne pentirete.

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Provaci ancora Margot

Alla notte degli Oscar spesso non vengono premiati i film migliori, ma quelli che sono piaciuti di più in quel momento. Ad esempio, tra i film del 2016 Silence era mille volte più bello di Moonlight, ma per motivi misteriosi quest’ultimo piacque di più: così Silence si ritrovò la miseria di una candidatura (peraltro per la fotografia, sai che roba…), mentre invece Moonlight arraffò addirittura l’Oscar per il miglior film.
E’ andata così anche quest’anno, com’era evidente fin dalle nomination: in quell’occasione si era deciso di dare ampio risalto a dei filmetti come Joker e C’era una volta a… Hollywood, e di candidare soltanto in poche categorie delle opere di gran lunga migliori (Bombshell, Harriet, Le Mans ’66 e Richard Jewell). Proprio Bombshell è il film che mi ha amareggiato di più, perché Margot Robbie stramerita di vincere l’Oscar fin dai tempi di Suicide Squad. Mi consolo pensando che almeno è stata battuta da Laura Dern, alla quale mi sono affezionato da quando l’ho vista recitare nel delizioso Rosa Scompiglio e i suoi amanti.
Mi è dispiaciuto anche che sia rimasto a mani vuote The Irishman, ed è una decisione davvero clamorosa: sia perché aveva ottenuto la bellezza di 10 nomination, sia perché era senza dubbio uno dei film più belli dell’anno. Probabilmente è stato penalizzato dalla sua durata (molti giurati dell’Academy saranno stati troppo pigri per guardarlo fino in fondo), e anche dal fatto di essere targato Netflix: sappiamo bene che a Hollywood sono in tanti a non sopportare questa casa di produzione, perché ha tolto i film dalle sale per spostarli nei salotti. Scorsese non deve avere rimpianti comunque, sia perché ormai i suoi premi li ha già vinti, sia perché se non avesse accettato l’offerta della Netflix non avrebbe mai trovato nessun altro disposto a distribuire un film di quella durata.
Tuttavia, il verdetto più clamoroso della serata è stato senza dubbio la vittoria di Parasite: sia perché 1917 sembrava essere il classico film “da Oscar”, sia perché non era affatto scontato che un popolo super patriottico come quello americano avrebbe premiato con l’Oscar più importante un film interamente made in Korea. Sono contento che le cose siano andate così: non tanto per il film in sé (che non ho visto), ma perché l’imprevedibilità dei verdetti è uno dei motivi per cui amo così tanto la notte degli Oscar, e quindi delle decisioni come questa non fanno altro che aggiungere fascino e suspense ad uno degli eventi più emozionanti che ci siano. Ovviamente sono contento anche per Joaquin Phoenix, perché anche lui avrebbe meritato di vincere l’Oscar già molto prima (più precisamente dai tempi di Two Lovers).
E voi, cosa ne pensate di queste folli premiazioni?

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