Non la dimenticherò mai

Giovedì 5 Ottobre ho preso un treno che andava da Pisa a Genova. Appena sono entrato nella mia carrozza ho visto una ragazza che piangeva: le ho chiesto che cosa fosse successo, e lei mi ha spiegato il motivo in inglese. Lei stava camminando per Pisa con i suoi compagni di viaggio, e siccome era l’unica ad avere con sé una valigia pesante tutto il gruppo era costretto a procedere a passo di lumaca per colpa sua: di conseguenza i suoi amici si sono spazientiti e le hanno detto “Vai per conto tuo, ci rivediamo sul treno per Genova”. Poi quando il treno è partito lei si è resa conto che i suoi amici l’avevano perso, e quindi si ritrovava a dover viaggiare da sola in un paese che non conosceva: questo l’aveva fatta andare nel panico, e si era sfogata piangendo.
Io l’ho rassicurata dicendole che è meglio stare soli che male accompagnati: infatti i suoi amici erano stati decisamente cafoni a lasciarla da sola soltanto perché rallentava il gruppo, e quindi ben gli stava che loro avessero perso il treno e lei no. Lei ha sgranato gli occhi, come se avesse realizzato solo in quel momento quanto fossero stati cattivi i suoi amici: questo mi ha fatto capire che mi trovavo davanti ad un’anima così pura da non saper riconoscere il male neanche quando se lo trova davanti in tutta la sua evidenza.
Dato che parlo bene l’inglese, sempre per tranquillizzarla ho cominciato a chiacchierare con lei, e ho scoperto che questa ragazza aveva alle spalle una storia molto interessante. Era un’ebrea nata e cresciuta a New York, ma negli ultimi 5 anni è vissuta in Israele; poi ha deciso di tornare a New York, un po’ perché Israele non le piaceva, un po’ perché aspira ad entrare nel mondo del cinema, e da questo punto di vista l’America è il posto migliore in assoluto. Prima di tornare a New York ha deciso di fare una vacanza in Europa con i suoi amici: erano partiti dall’Italia, la tappa successiva era la Francia, e una volta lì avrebbero deciso se proseguire a Ovest verso la Spagna o a Est verso la Germania.
Voi mi direte: lei tra poco se ne torna a New York, tu invece abiti in Italia, quindi avrai perso interesse per questa ragazza. E invece no: anche se ero consapevole che di lì a poco si sarebbe trasferita definitivamente dall’altra parte del mondo, Lihi era così bella dentro e fuori che ho continuato a tenerle compagnia fino a quando siamo arrivati a Genova. Inoltre, prima di separarci ci siamo scambiati il numero di telefono, l’indirizzo e – mail e il profilo Instagram: come vedete le ho chiesto tutti i contatti che mi sono venuti in mente, perché ci tenevo a restare in contatto con lei.
2 giorni dopo in Israele ci sono stati gli attentati terroristici di Hamas. Lei li ha evitati perché era partita solo pochi giorni prima, e quindi in pratica la decisione di fare una vacanza nel nostro paese le aveva salvato la vita. Ovviamente le ho subito scritto per chiederle se i suoi cari stavano bene: lei mi ha risposto che i suoi parenti erano tutti al sicuro, ma tra i suoi amici e conoscenti c’erano state diverse vittime. Poi ho virato la discussione verso argomenti più leggeri, e ne è venuta fuori un’altra chiacchierata molto piacevole.
Onestamente non so come andrà a finire questa mia conoscenza con Lihi. Forse smetterà di rispondermi molto presto. Forse continuerà a rispondermi quando la contatto, ma non ci vedremo più in vita nostra. Poi c’è l’ipotesi più bella ma anche più improbabile, quella per cui non solo continueremo a sentirci, ma troveremo anche il modo di rivederci (come è successo con Elisa). In ogni caso è stato uno di quegli incontri folgoranti in cui scatta da subito un feeling particolare, ed è per questo che ho tentato in ogni modo di dargli un seguito, anche quando lei mi ha dato la notizia scoraggiante per cui tra poco se ne torna a New York.
Anche a Lucky è capitato un incontro così. Mentre era in un bar ha conosciuto una donna, hanno bevuto insieme e poi hanno proseguito la serata a casa di lui. Prima di separarsi lui le ha detto che frequenta quel bar ogni Lunedì e Mercoledì, nella speranza che lei si ripresentasse lì per un secondo appuntamento. E invece Sunny non è mai più tornata in quel bar, facendogli capire che per lei era stata soltanto l’avventura di una notte. Lucky è un campione di football, quindi se volesse potrebbe rimpiazzarla con tutte le donne che vuole; invece si è fissato proprio su Sunny, e vuole a tutti i costi riallacciare i rapporti con lei. Riuscirà a rincontrarla? E anche ponendo che ci riesca, lei avrà voglia di stabilire con lui una vera relazione?
Se ho apprezzato così tanto Lucky di Carina Adams è perché racconta una situazione profondamente realistica. Come testimonia la mia esperienza con Lihi, a molti di noi capita di incontrare casualmente qualcuno che ci colpisce per qualche motivo, e da quel momento nasce in noi la volontà fortissima di mantenere vivo il rapporto con quella persona, di fare in modo che non si dimentichi di noi da lì a poco. Io di sicuro non mi dimenticherò mai di Lihi, e neanche di questo libro: è uno di quei romanzi che ti restano dentro per sempre.
P.S.: E a voi è mai capitato un incontro così folgorante?

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Scoprirò la verità

Non ho mai avuto intuito nel giudicare le persone. A prima vista mi sembrano tutte a posto, e soltanto se fanno qualcosa di clamorosamente sbagliato comincio a pensare che forse hanno un’indole squilibrata o malvagia. Mia madre invece ha una vista a raggi X: se chi le sta davanti ha qualcosa che non quadra, lei lo fiuta all’istante, e non sbaglia mai.
Talvolta ci risulta così difficile cogliere la natura malevola di una persona non solo perché pochi hanno un intuito infallibile come quello di mia madre, ma anche perché alcuni sanno nascondere benissimo la propria vera personalità. Hanno un carattere socievole, una faccia sorridente e la battuta sempre pronta, e tutti questi elementi ti ispirano simpatia e fiducia; tuttavia, in realtà non è affatto detto che a questi pregi corrisponda un’effettiva nobiltà d’animo. Anzi, la vita mi ha insegnato che più una persona cerca di presentarsi come brillante e spigliata, più è probabile che lo faccia per camuffare un’indole marcia fin nel midollo.
Questo è esattamente il caso dei coniugi Harris. Nella mentalità comune gli anziani sono inoffensivi e gli insegnanti sono saggi e assennati: di conseguenza i coniugi Harris, essendo entrambi dei professori in pensione, vengono reputati le persone più innocue e limpide sulla faccia della terra. Inoltre, loro hanno un atteggiamento sempre cortese e alla mano, e questo rafforza la convinzione generale che siano più affidabili che mai.
Quest’impressione non potrebbe essere più sbagliata, perché sono una coppia di serial killer. Il loro modus operandi è sempre lo stesso: osservano chi passa abitualmente davanti a casa loro, e una sera gli chiedono di aiutarli a risolvere una finta emergenza. La vittima vedendo che sono 2 anziani si precipita ad aiutarli, e a quel punto loro lo attirano in casa propria per poi ucciderlo.
Sono furbi non solo nel modo di presentarsi, ma anche nella scelta della vittima: è sempre qualcuno che era in cattivi rapporti con la famiglia o comunque insoddisfatto della propria vita, quindi agli occhi della polizia è verosimile che possa aver deciso di allontanarsi volontariamente. Inoltre, le vittime sono molto diverse tra loro e tra le loro sparizioni passa sempre un lungo periodo di tempo, quindi è difficile capire che sono collegate. In pratica l’unico collegamento è la zona in cui sono sparite, ma è un legame così debole che nessun poliziotto lo ritiene significativo.
Poi un giorno la madre di una ragazza scomparsa decide di assumere un’investigatrice privata, Holly Gibney. A differenza della polizia, lei capisce che quell’unico collegamento tra le vittime potrebbe essere la chiave per risolvere il mistero, quindi si mette fin dall’inizio sulla pista giusta. Ma anche i coniugi Harris non sono degli stupidi, e appena si accorgono che Holly è sulle loro tracce cominciano subito a preparare le contromosse…
Generalmente i gialli sono di 2 tipi: quelli in cui l’assassino rimane sconosciuto fino alla fine e quello in cui invece è noto fin dal principio. In quest’ultimo tipo di gialli si innesca una vera e propria partita a scacchi tra lui e il detective, e l’interesse sta nel capire come farà quest’ultimo ad incastrare un avversario apparentemente inafferrabile. Chiaramente non posso dirvi se e come i coniugi Harris verranno incastrati. Posso solo consigliarvi di leggere Holly di Stephen King: vi lascerà a bocca aperta.

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Misteri e segreti

Ognuno di noi sogna di vivere in un Paradiso in terra. Nel nostro immaginario collettivo quel Paradiso è formato non solo da una bella casa, ma anche da una bella macchina, un bel quartiere, dei vicini simpatici e tutti i comfort possibili e immaginabili.
Alice e Jack l’hanno trovato davvero un posto così: è un paesino in mezzo al deserto dove il mondo sembra essersi fermato agli anni 50, e i residenti sembrano far parte di un’unica grande famiglia. Inizialmente sono entrambi entusiasti di essersi trasferiti lì; poi però Alice comincia a notare che qualcosa non quadra. In primo luogo, da quelle parti tutto sembra ruotare intorno a un solo uomo: Frank possiede l’unica industria nei dintorni, dà lavoro a tutti gli abitanti del paese e ognuno di loro sembra considerarlo il suo migliore amico. Non è un semplice imprenditore, sembra più il leader di una setta.
Inoltre, Alice nota che qualsiasi fatto spiacevole viene ostinatamente rimosso e negato. Ad esempio, un giorno lei vede con i suoi occhi una donna che si suicida buttandosi da un tetto, ma quando ne parla con i suoi compaesani tutti insistono a dire che è caduta accidentalmente mentre puliva una finestra.
Infine, Alice nota che le coppie sposate di quel paesino si sono conosciute tutte allo stesso modo. Tutte le mogli avevano preso un treno per Boston, a tutte quante è caduto il biglietto per terra e un gentiluomo si è chinato a raccoglierlo al posto loro: poco dopo quel gentiluomo è diventato il loro marito.
Quando tutte queste stranezze cominciano ad accumularsi, Alice capisce che quel paesino non è affatto un Paradiso in terra, e inizia a indagare per venire a capo di tutti i suoi misteri. Ma qual è la chiave di questi misteri? Cosa sta succedendo da quelle parti?
La trama del film Don’t worry darling non è del tutto originale. Anzi, possiamo dire che per molti versi ricalca quella di The Truman Show: anche lì infatti il protagonista viveva in un mondo apparentemente paradisiaco, ma poi comincia a notare delle incongruenze e scopre tutto il marcio che si nasconde dietro quella finzione di cartapesta. Tuttavia, anche se per 3/4 della sua durata il film scopiazza spudoratamente The Truman Show, poi nell’ultima parte se ne distacca, spiegando le stranezze notate da Alice in maniera diversa, e tirando fuori un colpo di scena davvero geniale. In che cosa consiste? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere Don’t worry darling: vi lascerà a bocca aperta.

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Un amore contrastato

Da 3 anni a questa parte la Corea del Sud è il paese con meno nascite al mondo. Per risolvere questo problema il governo coreano ha trovato una soluzione davvero geniale: produrre una marea di serie tv romantiche, e programmarle a getto continuo su tutti i canali disponibili. In questa maniera gli spettatori più e meno giovani scoprono quanto è bello l’ammore, gli viene voglia di provarlo anche in prima persona e appena spengono il televisore vanno subito in cerca dell’anima gemella.
Queste serie tv sono state create con il solo scopo di indurre i coreani ad accoppiarsi come conigli, ma sono fatte talmente bene che hanno fatto innamorare il mondo intero: infatti Netflix le ha caricate quasi tutte sulla propria piattaforma, facendo scoprire a tutti il meraviglioso mondo dei k – drama e facendoli diventare un fenomeno mondiale.
Tra tutti i k – drama presenti su Netflix, il più bello in assoluto è senza dubbio Venticinque e ventuno; tuttavia, anche Something in the rain è davvero qualcosa di speciale.
Questa serie tv parla di un ragazzo di 25 anni (Jun-hui) che si innamora di una donna di 35 (Jin-a). Nella società occidentale questo non sarebbe un problema, perché da noi una 35enne viene vista ancora come una ragazzina; nella società coreana invece una donna di quell’età è considerata una vecchia decrepita, e quindi nessuno capisce come faccia questo ragazzo a trovarla attraente.
Anche la madre di lei disapprova la relazione: infatti in Corea il marito ideale deve avere un bel pacco di soldi, e quindi il povero Jun-hui, pur essendo un bravissimo ragazzo, viene visto come un cattivo partito perché è un semplice programmatore di videogiochi.
Tuttavia, i 2 si amano così tanto che decidono di portare avanti la loro storia d’amore nonostante tutti questi ostacoli. Ed è proprio questo che ci permette di identificarci così profondamente in loro. Perché a molti di noi è capitato di non piacere ai genitori o agli amici della persona che amavamo, magari per motivazioni stupide come quelle che ho appena citato: quando ci siamo trovati in quella situazione abbiamo pregato che l’altra persona non si facesse condizionare da chi provava a mettere zizzania, e avesse la forza di restare con noi a dispetto di tutti. Jun-hui e Jin-a questa forza la dimostrano in ogni episodio: questo ti porta a fare per loro un tifo sfegatato, e a sperare con tutto te stesso che alla fine il loro amore trionfi su ogni avversità. Andrà così? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere Something in the rain: ne sarete deliziati.

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Un’amicizia speciale

Oggi se dobbiamo comunicare con qualcuno gli mandiamo un messaggio su Whatsapp. Tuttavia, un tempo le cose non erano così semplici, soprattutto se la persona che volevi sentire abitava fuori città: non potevi telefonarle perché le chiamate interurbane costavano un occhio della testa, e anche comunicare via messaggio era costoso, perché spendevi 10 centesimi per ogni sms che inviavi. Di conseguenza, l’unico modo per non perderla di vista era prendere carta e penna e scriverle una lettera. Io l’ho fatto molto spesso da giovane, e infatti in casa ho un cassetto pieno di tutte le lettere che ho scambiato con le amiche e i piccoli amori della mia giovinezza. E’ molto bello per me rileggerle a distanza di tempo, perché mi fanno riaffiorare degli episodi che avevo totalmente rimosso, e mi aiutano a capire meglio il ragazzo che ero allora, quali erano le sue priorità, le sue passioni, il suo carattere e quanto di lui è rimasto in me oggi.
Purtroppo ho perso di vista quasi tutte le persone con cui ho scambiato quelle lettere. Ma grazie alla mia decisione di conservarle una parte di loro è ancora qui con me, e quindi il tempo che loro mi hanno dedicato non è andato sprecato, ne è rimasta una traccia che io non disperderò mai.
Anche Ryen ha vissuto un’esperienza come la mia. Fa la cheerleader nel suo liceo, quindi è una delle ragazze più belle e popolari della scuola; tuttavia, questo ruolo è anche una dannazione per lei, perché molti credono che le cheerleader siano delle ragazze belle ma frivole, capaci soltanto di ridacchiare tra di loro e fare gli occhi dolci agli atleti più bravi. L’unico ragazzo che la ritiene speciale è Misha: l’ha conosciuto molti anni prima, quando la sua maestra delle elementari assegnò a ciascuno dei suoi alunni un amico di penna (scelto a caso tra i bambini di un’altra scuola). La loro amicizia epistolare è partita così, ed è proseguita fino agli anni del liceo. Dato che Ryen e Misha vivono in un mondo pre – social, non si sono mai visti di persona, e quindi non sanno neanche che faccia abbia l’altro: a Ryen va benissimo così, perché Misha è forse l’unica persona che sia attratto dalla sua bellezza interiore, e non dal suo bel faccino o dal suo fisico da cheerleader.
Poi un giorno Misha smette di scriverle. Lei inizialmente non si preoccupa, perché tra i 2 è sempre stata lei quella che scriveva di più; poi però i mesi passano, Misha continua a non farsi sentire, e a quel punto Ryen capisce che dev’essere successo qualcosa di grosso. Ma cosa è successo a Misha? E come farà lei a scoprirlo?
Come potete vedere, Punk 57 di Penelope Douglas è un romanzo molto avvincente. Il lettore muore dalla voglia di sapere cosa è successo a Misha, e soprattutto non vede l’ora che arrivi il momento del fatidico incontro tra lui e Ryen: io non ci ho dormito la notte, perché anche dopo cena mi mettevo a divorare una pagina dietro l’altra nella speranza di arrivare il prima possibile a quel punto. Come andrà quell’incontro? Non posso dirvelo, ovviamente. Posso soltanto consigliarvi di leggere Punk 57: ne sarete deliziati.

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Per mio padre era un mito

Quand’ero bambino, Kim Basinger era considerata la donna più bella del mondo. Mio padre andava pazzo per lei, e aveva tutti i suoi film in videocassetta (tra l’altro mia madre le somiglia abbastanza: evidentemente a mio padre piacciono le bionde, e a dispetto di quel che dice il proverbio ne ha anche sposata una).
Dato che da piccoli siamo portati a imitare i nostri genitori, anch’io consideravo Kim Basinger la donna più bella del mondo, e anch’io guardavo spesso i suoi film (tranne quelli non adatti a un bambino, come 9 settimane e 1/2). Tra tutti i suoi film, ce n’era uno in particolare che mi aveva conquistato: Batman. Infatti negli anni in cui ero bambino spopolava un cartone animato dedicato proprio a questo supereroe, quindi per me vederlo in un film in carne e ossa, per di più accanto alla donna per cui andava pazzo mio padre, era davvero il massimo della vita.
Quel film mi era rimasto impresso non soltanto per la fenomenale accoppiata Batman + Kim Basinger, ma anche per il suo cattivo, il Joker. Fino a quel momento, in tutte le storie che mi avevano raccontato il cattivo agiva sempre per un motivo razionale: la strega avvelena Biancaneve perché vuol essere la più bella del reame, il lupo inganna Cappuccetto Rosso perché vuole mangiarsela eccetera. Joker invece si comportava in modo cattivo senza un vero perché, per pura e semplice follia: questo lo rendeva assolutamente imprevedibile, e anche molto inquietante ai miei occhi di bambino.
Insomma, Batman aveva un protagonista fighissimo, la donna più bella del mondo a fargli da spalla e un personaggio molto riuscito a fargli da antagonista: era un film perfetto, e infatti ebbe un successo strepitoso non solo in casa mia, ma in tutto il mondo.
Questo successo consolidò la fama di Kim Basinger (che infatti qualche anno dopo vinse l’Oscar), ma finì per schiacciare l’attore che interpretava Batman, ovvero Michael Keaton. Del resto, dopo che hai interpretato un personaggio così iconico è difficile trovare altri ruoli all’altezza. E infatti lui non li ha trovati fino al 2014, quando girò un film su un attore decaduto che tenta disperatamente di allontanarsi dal ruolo che lo ha reso celebre, il supereroe Birdman: praticamente interpretava se stesso. Siccome gli americani adorano questo mescolarsi di realtà e finzione, Birdman fu il film più premiato dell’anno, e permise a Michael Keaton di tornare sulla cresta dell’onda.
Dato che il suo Batman è stato un pilastro della mia infanzia, potete immaginare come sono andato in estasi quando ho saputo che Michael Keaton avrebbe interpretato di nuovo questo personaggio. Stavolta il protagonista sarebbe stato un altro supereroe (Flash), e Batman sarebbe apparso soltanto per fargli da spalla; tuttavia, per me la sola idea di vederlo di nuovo in quei panni bastava a mandarmi in brodo di giuggiole, perché mi riportava a quand’ero bambino, e mi chiedevo se per lui fosse più eccitante indossare il mantello di Batman o spupazzarsi Kim Basinger. Probabilmente la seconda.
Adesso che l’ho visto, posso dirvi che The Flash ha superato le mie aspettative. Credevo che mi sarebbe piaciuto solo per quei pochi minuti in cui sarebbe apparso Batman, invece quella è solo la ciliegina sulla torta, perché il film ha tanti altri motivi di interesse. Potrei elencarveli uno per uno, ma vi rovinerei il piacere della visione: di conseguenza preferisco limitarmi a dire che è uno dei cinecomics più belli che abbia mai visto, e ve lo raccomando ad occhi chiusi.
P.S.: E voi? Qual è stato il film simbolo della vostra infanzia?

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Una ragazza deliziosa

Sono cresciuto negli anni 90, e quello è stato semplicemente il decennio di Beverly Hills 90210. Per chi non la conoscesse, è stata una delle primissime serie tv ad avere come protagonisti non gli adulti, ma un gruppo di adolescenti, dei quali veniva raccontata la vita scolastica e sentimentale. In quegli anni ero ancora uno studente e sperimentavo i miei primi interessi amorosi, quindi per me l’identificazione con i personaggi fu totale. In particolare mi sentivo legato al personaggio di Brandon: era il classico bravo ragazzo, l’amico che tutti vorremmo avere e il fidanzato che ogni genitore vorrebbe per le proprie figlie. Se oggi sono diventato la persona che sono lo devo non soltanto all’educazione dei miei genitori, ma anche al fatto di essere cresciuto con questo modello morale, e questo la dice lunga sull’influenza culturale che ha avuto Beverly Hills 90210.
Questa serie tv è finita da vent’anni, e da allora sono sempre alla ricerca di qualcosa che me la ricordi. Qualsiasi libro, film o serie tv che sia ambientato nei licei mi attira come una calamita, e mi manda quasi sempre in brodo di giuggiole. E’ andata così anche con Heartbreak High.
Questa serie tv è ambientata in un liceo australiano, e anch’essa si focalizza sulle vicende scolastiche e sentimentali di un gruppo di adolescenti. Tuttavia, il tono è molto più estremo rispetto a Beverly Hills 90210. Ad esempio, anche in quella serie i personaggi facevano sesso tra di loro, ma quel rapporto sessuale avveniva a seguito di un lungo e solido fidanzamento, non è che 2 liceali si incontravano per caso a una festa e la sera stessa decidevano di consumare. In Heartbreak High invece molti personaggi sembrano avere il sesso come unico pensiero e obiettivo, e pur di soddisfare le proprie voglie saltellano da un letto all’altro con grande leggerezza.
Inoltre, anche in Beverly Hills 90210 si parlava di omosessualità, ma il tema era trattato con delicatezza e con garbo (del resto erano gli anni 90, e il tema veniva percepito ancora come scabroso). In Heartbreak High invece c’è un personaggio che ostenta la propria omosessualità nella maniera più plateale possibile, è un Malgioglio in versione teen ager per intenderci.
Nonostante questi difetti, Heartbreak High è stata una visione molto piacevole per me. Perché anche se gli sceneggiatori hanno esagerato in qualche punto, hanno il merito di aver creato un personaggio davvero adorabile, quello di Amerie. Questa ragazza è in pratica la versione femminile di Brandon: commette qualche errore, ma è comunque buona come il pane, e ognuno di noi vorrebbe averla come amica. Lei è quella ragazza che vorresti chiamare quando ti va tutto storto, e proprio per questo hai bisogno di qualcuno che si sieda accanto a te e ti tiri su il morale con la sua sola presenza. Episodio dopo episodio mi affezionavo sempre di più a lei, e speravo con tutto me stesso che alla fine della serie lei sarebbe arrivata a realizzare tutti i suoi sogni. Andrà davvero così? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere Heartbreak High: ne sarete deliziati.

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Io e Linda

Nel condominio in cui abitavo da piccolo c’erano soltanto 2 bambini: io e la mia amica Linda. Lei aveva uno stereo in casa, e io no: di conseguenza quando volevo ascoltare la musica prendevo il cd con le sigle dei cartoni di Cristina D’Avena, le suonavo il campanello e le chiedevo se potevo metterlo sul suo stereo. Lei non mi diceva mai di no, anzi era sempre contentissima di vedermi. Anche i suoi non erano infastiditi dal fatto che io gli piombassi in casa senza alcun preavviso, perché i nostri genitori erano amicissimi tra loro, e quindi eravamo un’unica grande famiglia.
Purtroppo questa situazione non durò a lungo, perché quand’ero ancora un bambino i miei genitori cambiarono casa. E di Linda ho perso le tracce per quasi vent’anni.
Poi nel 2014 abbiamo partecipato entrambi ad un concorso pubblico. Quando ci siamo presentati alla prova scritta lei mi ha riconosciuto, è venuta a salutarmi e da allora la nostra amicizia è ripartita. Ricordo ancora con molto piacere il giorno in cui ci siamo ritrovati, perché si è riaperta una bella pagina del mio passato, ed era una pagina che ricordavo con grande tenerezza.
A Na Hee – Do è successa una cosa simile. Sua figlia ha ritrovato i diari che lei aveva scritto vent’anni prima, e al loro interno non erano annotati dei fatterelli qualsiasi: su quelle pagine Na Hee – Do ha parlato del suo primo amore, delle sue amicizie più care e del percorso che l’ha portata a diventare una campionessa di scherma. Ognuno di questi aspetti mi ha regalato profonde emozioni: mi sono sciolto dalla tenerezza quando Na Hee – Do ha dato il suo primo bacio, mi sono divertito come un matto quando lei e i suoi amici sono andati insieme al mare, sono rimasto con il fiato sospeso ogni volta che doveva affrontare una gara importante.
Se i diari di Na Hee – Do mi hanno coinvolto così tanto, è stato perché quelle pagine sono piene di amore. L’affetto di cui è capace questa ragazza non conosce limiti, e lei lo dona senza risparmio a tutti coloro che la circondano: non solo il suo fidanzato, ma anche i suoi amici e la sua allenatrice di scherma. E quest’affetto lei non lo dimostra in maniera sdolcinata, ma con gesti toccanti e significativi: ad esempio, quando batte la sua migliore amica in una gara importante scoppia a piangere insieme a lei, perché il dispiacere di averla sconfitta supera la gioia di aver vinto una medaglia d’oro. E’ questo il senso della vera amicizia: mettere il bene degli altri davanti al proprio.
Di tutti i filoni narrativi presenti nel diario di Na Hee – Do, quello che mi ha coinvolto di più è quello relativo al suo primo amore. Le parti più belle della sua storia ruotano tutte intorno al suo fidanzato, e anch’esse non scivolano mai nel melenso: pur essendo molto giovane, Na Hee – Do è già capace di amare in modo profondo e maturo, e lo stesso vale per il suo ragazzo. Il titolo della serie tv (Venticinque e ventuno) fa riferimento alla loro differenza d’età, ed è un titolo ingannevole, perché fa pensare che questa serie parli soltanto della loro relazione. In realtà parla anche di tanto altro, e lo fa in modo così coinvolgente che non riuscivo a staccarmi dallo schermo. Ho passato pomeriggi e serate intere a guardare un episodio dietro l’altro, e anche dopo averla vista tutta ci ho pensato sopra per giorni e giorni, commuovendomi ogni volta a ripensare alle scene più belle.
Dopo aver scoperto Venticinque e ventuno non sono più la stessa persona, perché vederla mi ha cambiato in meglio. Adesso do ancora più importanza e più affetto alle persone che mi stanno accanto, e lotto con ancora più determinazione per inseguire i miei sogni. E se ha avuto quest’effetto su di me che sono un adulto, immaginate quanto potrà essere di ispirazione per chi ha la stessa età della protagonista, e sta vivendo le stesse esperienze che racconta lei nel suo diario.
Quando ho iniziato a vedere Venticinque e ventuno, la prima persona a cui l’ho consigliata è stata proprio la mia amica Linda. La migliore amica di Na Hee – Do le somiglia abbastanza come carattere, quindi sono convinto che questa serie le piacerebbe moltissimo. Guardatela anche voi: vi resterà dentro per sempre.

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Lo scandalo Michelle Yeoh

Fino al 2006 la notte degli Oscar si svolgeva in un modo ben preciso: c’era un film che era piaciuto più di tutti gli altri, quindi quel film si prendeva quasi tutte le statuette e agli altri restavano soltanto le briciole.
Poi, appunto nel 2006, la notte degli Oscar andò in modo diverso. C’era un film che era piaciuto più di tutti gli altri (I segreti di Brokeback Mountain), ma i giurati dell’Academy, tradizionalmente piuttosto conservatori, proprio non ne volevano sapere di riempire d’oro un film che parlava di 2 cowboy gay. Così optarono per una soluzione innovativa: dare i 4 Oscar più “appariscenti” (miglior film, miglior regia, miglior attore e miglior attrice) a 4 film diversi, in maniera tale da non far risaltare nessun film rispetto ad un altro.
Quella che nel 2006 era un’innovazione con il tempo è diventata un’abitudine: se escludiamo il 2009 (anno in cui vinse tutto The Millionaire), l’Academy da allora ha sempre cercato di dare gli Oscar a più film possibile, evitando di premiarne solo uno e lasciare a bocca asciutta tutti gli altri. Questo anche perché nel frattempo è entrato in vigore il politicamente corretto, e quindi lasciare a zero premi un film ha cominciato a venire vista come una mossa offensiva (di questo passo diventerà offensivo anche dire Ciao senza aggiungere Come stai).
Poi è arrivato Everything everywhere all at once. Per la prima volta dai tempi di The Millionaire, un film ha fatto letteralmente impazzire sia il pubblico che la critica, e quest’amore è stato così travolgente da rivoluzionare le regole non scritte dell’Academy, facendola tornare al passato: come succedeva una volta, c’è stato un film pigliatutto che ha conquistato tutte le statuette più importanti, lasciando a zero dei film che pure erano piaciuti tantissimo alla critica (come Elvis, The Fabelmans e Gli spiriti dell’isola).
Di tutti gli Oscar che ha vinto, mi ha lasciato sbigottito in particolare quello a Michelle Yeoh, perché quando commentai le nomination ero sicuro al 100% che avrebbe vinto Ana de Armas. Non tanto per lei, quanto piuttosto perché era l’ultima possibilità per Hollywood di dare una sorta di Oscar indiretto e postumo al suo mito Marilyn Monroe. Tra l’altro, così come l’anno scorso l’Oscar di Will Smith è stato in bilico per la brutta faccenda dello schiaffo, quest’anno l’Oscar di Michelle Yeoh è in bilico per uno scandalo social: 4 giorni fa lei ha condiviso su Instagram un articolo che invitava a votare lei anziché Cate Blanchett, e così facendo ha violato l’articolo 11 dell’Academy, che vieta ai nominati di farsi promozione presentando il proprio film o la propria prestazione come migliori rispetto agli altri candidati. Forse la grazieranno perché le votazioni per gli Oscar si sono svolte tra il 2 e il 7 Marzo, e lei ha condiviso l’articolo su Instagram il 9, quando tutti i giurati dell’Academy avevano già espresso il loro voto.
Comunque vada a finire, questo è già il secondo anno di fila che un attore si rovina la festa da solo: mi dispiace per Will Smith e per Michelle Yeoh, l’Academy invece probabilmente si frega le mani, perché queste polemiche riaccendono l’attenzione attorno alla notte degli Oscar, che prima di questi incidenti aveva cominciato a venire seguita da sempre meno spettatori. Io invece non ho mai smesso di vederla in diretta e di commentarla, e non me ne sono mai pentito, neanche negli anni in cui hanno perso tutti quelli per cui tifavo. Anche quest’anno è andata così: tifavo per Brendan Gleeson e The Batman, e purtroppo sono rimasti entrambi a bocca asciutta.
E voi per chi tifavate? E cosa ne pensate di queste folli premiazioni?

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Una scelta difficile

L’America è considerata la terra delle opportunità, e per certi versi lo è davvero. Ad esempio, in Italia se vuoi laurearti devi studiare tanto ed essere intelligente: se manca uno di questi presupposti, puoi già ritenerti fortunato se riesci a strappare un diploma. In America invece hai un’altra carta da giocare: lo sport. Perché lì non importa se sei stupido come una capra e non hai mai aperto un libro in vita tua: se sei bravo in uno sport, allora le porte dell’università si spalancheranno davanti a te, e la tua marcia trionfale verso la laurea è praticamente assicurata. Non solo: gli studenti più bravi nello sport dopo la laurea diventano degli atleti professionisti, a patto ovviamente che una squadra sia disposta a metterli sotto contratto.
Questo è esattamente ciò che è successo a Tristan Turner. Gioca a basket in un’università di Los Angeles, e in effetti una squadra interessata a lui ci sarebbe: i Washington Wizards. Venire ingaggiati da una squadra dell’NBA è come vincere alla lotteria, quindi ci aspetteremmo che lui faccia i salti di gioia, e si imbarchi a gambe levate sul primo volo per Washington. Invece la questione non è così semplice, perché Washington e Los Angeles distano più di 4.000 km, e quindi se lui firmasse il contratto dovrebbe abbandonare per sempre tutto: famiglia, amici e fidanzata.
Alla luce di questo, Tristan deve fare una scelta difficile: giocare nell’NBA perdendo tutto ciò che ha costruito fino a quel momento, oppure rinunciare al successo per rimanere accanto a tutti i suoi affetti. Cosa sceglierà di fare?
Il motivo principale per cui ho apprezzato così tanto la storia di Tristan è il fatto che sia profondamente realistica. Perché nella vita reale succede davvero che la nostra vita lavorativa finisca per condizionare la nostra esistenza, portandoci a prendere delle decisioni per certi versi vantaggiose, ma anche dolorose dal punto di vista affettivo. Io stesso ho dovuto fare una scelta di questo tipo, quando il lavoro mi portò a trasferirmi dalla sera alla mattina in un paese a 350 km da casa mia. Certo, erano 350 e non 4.000, ma ho comunque avvertito quella sensazione di smarrimento che provi quando ti rendi conto che abiterai in un posto dove non conosci nessuno, e dovrai ricostruire la tua vita da zero. Tristan farà la mia stessa scelta, o invece preferirà rimanere dov’è e continuare la vita di sempre? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso soltanto consigliarvi di leggere Million Dollar Boyfriend di Connie Furnari: ne sarete deliziati.

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