Nessuno come lui

winner-242Adoro i feel good movies. Sono quelle commedie che non contengono nessuna battuta portentosa, ma con la loro atmosfera incantevole ti trasmettono una sensazione di profondo benessere dal primo all’ultimo minuto. Sono quei film che guardi quando ti va tutto storto, e proprio per questo hai bisogno di qualcosa che ti infonda ottimismo, che ti faccia capire che, nonostante tutto, la vita è proprio bella.
Di norma queste commedie hanno una forte vena romantica (penso ad esempio a Pretty Woman), ma ogni tanto capita qualche film che riesce a cambiare le carte in tavola, e ad intrattenere lo spettatore con una tattica meno scontata. Lo stagista inaspettato è uno di questi film.
La trama ruota attorno a Ben, un anziano annoiato dalla pensione che riesce a farsi assumere in una ditta di e – commerce. All’inizio tutti lo trattano come l’ultima ruota del carro, convinti che in un’azienda così tecnologica lui ci stia come il cavolo a merenda. Con il tempo tuttavia lui riesce non soltanto a ritagliarsi il suo spazietto, ma addirittura a diventare un punto di riferimento per l’intera azienda: e non tanto per il suo cervello, quanto piuttosto per la sua sensibilità, che lo porta a diventare un secondo padre per tutti i suoi colleghi.
Tra tutti i suoi compagni di avventura, quella che ha più bisogno del suo aiuto è la sua boss: la sua vita privata e professionale sta andando a rotoli, e soltanto un uomo con la sua saggezza può aiutarla a mettere le cose a posto. Basteranno i suoi sforzi per risolvere tutto? E in che modo potrebbe riuscirci? Non posso dirvelo, naturalmente.
Soltanto Robert De Niro avrebbe potuto interpretare questo ruolo. Nessuno come lui infatti sa entrare in un film in punta di piedi, talvolta anche in un ruolo secondario, e rubare la scena a tutti in men che non si dica. L’ha fatto anche ne Lo stagista inaspettato: all’inizio sembra destinato a fare da spalla alla sua boss, e invece diventa lui il vero trascinatore, l’unico e solo protagonista del film.
Dietro a Lo stagista inaspettato si coglie anche la mano di Nancy Meyers, che ormai è una vera esperta dei feel good movies: prima di questo film infatti ci aveva già regalato What Women Want e L’amore non va in vacanza. Avrebbe potuto continuare sul filone delle commedie romantiche, e invece ha scelto di farci stare bene parlando di un altro argomento: la bellezza di far parte di una squadra, e di stare in un ambiente dove ci si aiuta l’un l’altro come un’unica grande famiglia. Lo stagista inaspettato è quindi un film sull’altruismo, e sul benessere che provi quando ti accorgi che le tue azioni hanno avuto effetti positivi sulle persone a cui vuoi bene. C’è sempre bisogno di film così. E c’è sempre bisogno di Robert De Niro.

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Febbre da concerto

Andare ad un concerto è una delle esperienze più belle che si possano fare. Di norma l’eccitazione comincia a scorrerti dentro già la mattina, quando parti in macchina con i tuoi amici, e vedendo i loro occhi che brillano già cominci a pregustare la splendida serata che passerai con loro.
Il viaggio stesso è un’altra goduria, perché per prepararvi all’evento mettete su le canzoni del cantante che andrete a sentire, e cominciate a cantarle a squarciagola per una buona metà del percorso. L’altra metà la passate a chiacchierare, e anche quelle conversazioni hanno un sapore diverso dal solito, perché le fate con la leggerezza di chi ha come unico pensiero il lieto evento al quale state per assistere.
Quando il viaggio finisce, inizia la febbrile attesa davanti ai cancelli. E quando finalmente arriva qualcuno ad aprirli, il suono stridulo e metallico con cui si schiudono a voi sembra la melodia più dolce del mondo.
A quel punto parte un’altra febbrile attesa, quella per l’arrivo del cantante. E quando alla fine si palesa, il boato che scuote l’intera platea aumenta ulteriormente il tuo entusiasmo, e da solo basterebbe a ripagarti di tutti i sacrifici che hai fatto per essere lì.
Soltanto dopo tutto questo parte il concerto. E raramente ti delude, perché conosci il cantante come le tue tasche, e sai bene che anche nella sua serata peggiore saprà comunque tirarti fuori un’emozione.
Quest’esperienza l’ho provata diverse volte, ma confesso di non essermi mai immaginato l’evento dall’altra parte della barricata. Come vivono tutto questo i cantanti? L’ho scoperto di recente, leggendo L’ultima tournée di Sally O’Hara di Michele Mingrone.
Questo romanzo ruota attorno ad una cantante che si è da tempo ritirata (Sally O’Hara appunto): è proprio la nostalgia dei concerti che la fa tornare in pista, e le fa decidere di mettere su una nuova band. Prova a riallacciare i contatti con i suoi vecchi musicisti, ma tutti loro rifiutano o sono disposti a pensarci solo in cambio di un pacco di soldi. Insomma, Sally è costretta a ripartire da zero.
Alla fine riesce a trovare alcuni ragazzi disposti a suonare con lei per passione, e non per tirar su due spicci. Ovviamente sono tutti inesperti, ma è proprio questo il bello del romanzo: il fatto che parli di una band “casereccia”, che magari non suonerà mai a San Siro, ma nel suo piccolo riesce comunque a creare arte e a donarla al mondo.
Sally prende i ragazzi sotto la sua ala protettrice, e diventa per loro una maestra di vita oltre che di musica. Il libro è meraviglioso anche per questo: non soltanto per l’atmosfera che si respira quando l’autore descrive i concerti della band, ma anche per il profondo affetto che lega tra loro i vari personaggi.
Capitolo dopo capitolo anche il lettore si affeziona profondamente a loro, ed è sempre più curioso di sapere dove li porterà la loro avventura: riusciranno a togliersi le loro soddisfazioni, o gli resterà solo il piacere di essersi conosciuti e di aver fatto qualcosa di bello? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere L’ultima tournée di Sally O’Hara: ne sarete deliziati.

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Ci sposeremo, te lo prometto

Sono figlio di una coppia interrazziale. Di conseguenza ho sempre vissuto secondo regole, principi e mentalità agli antipodi del razzismo. Per me il razzismo è sempre stato qualcosa di innaturale e inspiegabile, come l’acqua che va in salita o il fuoco che non brucia. Proprio per questo motivo, ho sempre guardato con interesse i film su questo tema: dapprima con la speranza che mi aiutassero a capire, poi per la gioia di poter vedere che alla fine i razzisti ricevono (quasi) sempre una gran bella musata.
In questo sono stato anche molto fortunato, perché sul tema gli americani hanno costruito una filmografia da urlo. Due anni fa, quando vidi Non predicare… spara!, pensai che avevo raggiunto la cima della montagna: il regista (che non a caso era proprio Sidney Poitier, quello di Indovina chi viene a cena?) aveva parlato del razzismo con una profondità, con una delicatezza, con una poesia che ero certo non potessero più essere eguagliate. Loving non le eguaglia, ma ci va molto vicino.
Questo film parla di una storia normale e straordinaria allo stesso tempo. E’ normale perché i due protagonisti, Richard e Mildred, sono due persone molto semplici, come è semplice il sentimento che li lega e la naturalezza con cui lo vivono; è straordinaria perché sono stati capaci di coltivare e proteggere questo amore pur essendo un bianco e una nera nell’America degli anni 50, una società che riteneva perfino criminale un’unione come la loro.
Ai due tocca quindi portare un fardello del quale potrebbero liberarsi in qualsiasi momento, semplicemente prendendo delle direzioni diverse. Ma loro sono troppo legati per lasciarsi andare, e quindi sono pronti ad affrontare qualsiasi difficoltà pur di rimanere insieme.
Queste difficoltà puntualmente arrivano, ma non sono quelle che lo spettatore si aspetta in un film di questo tipo. Non ci sono i tizi incappucciati del Ku Klux Klan che gli incendiano la casa, o un passante per strada che gli lancia un pomodoro: i razzisti che vivono intorno a loro sono troppo vigliacchi per delle azioni così eclatanti, e quindi gli mettono i bastoni tra le ruote con la burocrazia, con le leggi, perfino con le credenze religiose. Tutto questo con un fine ben preciso: impedire ai Loving di essere legalmente sposati nel loro stato. Riusciranno Richard e Mildred a superare tutti questi ostacoli? Non posso dirlo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di andare a vedere Loving: non ve ne pentirete.

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Oscar 2017: l’impossibile è diventato realtà

Come ho confessato in un mio vecchio post, sono cresciuto guardando film d’azione. E sin da quando ero adolescente, ho maturato la consapevolezza che quei film, per quanto fossero ben diretti, ben interpretati e ben sceneggiati, non avrebbero mai avuto alcuna chance di vincere l’Oscar. Quelle porte gli venivano sbarrate a prescindere, perché i giurati dell’Academy preferivano dei film più eleganti, più raffinati, in una parola: più da Oscar. Di conseguenza, potete immaginare la gioia che ho provato quando ho visto che questo tabù è finalmente caduto: Suicide Squad, uno dei film d’azione più tamarri degli ultimi anni, ha vinto l’Oscar per il miglior trucco. E’ stato un evento secondario nella notte delle premiazioni, che molti non avranno notato o avranno accolto con irritazione, ma per me è stata davvero una bellissima sorpresa.
Altri due film per cui facevo il tifo erano Silence e La battaglia di Hacksaw Ridge. Il primo è rimasto a mani vuote, ma il secondo è riuscito a strappare due Oscar a La La Land, e quindi direi che ha ottenuto il miglior risultato possibile.
Proprio La La Land è stato il grande sconfitto della serata. Sembrava che potesse battere addirittura il record di Oscar ottenuti da un singolo film, invece ne ha ottenuti “solo” 6, e soprattutto ha mancato quello per il miglior film, che sembrava assolutamente scontato. Tra l’altro quella statuetta gli è stata soffiata in modo decisamente controverso: il premio lo consegnavano Warren Beatty e Faye Dunaway, ai quali era stata consegnata la busta sbagliata (c’era scritto Emma Stone for La La Land, quindi era quella per la miglior attrice). Di conseguenza loro hanno letto quella, e soltanto in un secondo momento, mentre i produttori di La La Land stavano già facendo il discorso di ringraziamento, è saltato fuori il clamoroso errore: aveva vinto Moonlight. Insomma, una figuraccia epica.
So che sto per esprimere un parere impopolare, ma onestamente non mi strappo i capelli per la mancata vittoria di La La Land, perché a mio giudizio è un film sopravvalutato. Certo non quanto altri titoli premiati negli ultimi anni (La teoria del tutto, The Danish Girl e soprattutto Mad Max), ma sempre di apprezzamento esagerato si tratta.
E forse è proprio il troppo amore per questo film che ha tarpato le ali a La La Land: l’Academy ha voluto dimostrare di non essere schiava dei gusti del pubblico, e ha scelto di premiare apposta qualsiasi altro film fuorché quello.
Per quanto riguarda gli altri premi, l’unico che mi è balzato agli occhi è quello a Viola Davis: un’attrice straordinaria che meritava il premio da molti anni, e che finalmente è riuscita a coronare il suo sogno. Ma è inevitabile che la sua favola, in un contesto di grande delusione per La La Land, passerà assolutamente in secondo piano.
Insomma, tutto sommato la notte degli Oscar mi ha soddisfatto, e probabilmente sarò uno dei pochi appassionati di cinema a poterlo dire. E voi, cosa ne pensate di queste folli premiazioni?

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Benedetto il giorno che ti ho incontrato

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Quando vidi Andrew Garfield per la prima volta, eravamo entrambi dei ragazzini. Con la differenza che io ero ancora un semplice studente universitario, mentre lui stava già tentando la scalata al successo con il suo primo ruolo importante: interpretava il protagonista in The Amazing Spider – Man. Quel film gli ha cambiato la vita, in tutti i sensi: ha lanciato la sua carriera e gli ha fatto conoscere il suo primo amore, l’ora famosissima Emma Stone.
Cinque anni dopo la loro storia è finita, ma la carriera di Andrew continua ad essere in piena ascesa. Anzi, i successi professionali sembrano andare di pari passo con le delusioni amorose: nel 2015 si è lasciato con la sua fidanzata, nel 2016 ha recitato da protagonista con Martin Scorsese e Mel Gibson. E per un curioso gioco del destino, come se le loro vite continuassero ad essere inseparabilmente legate, anche Emma Stone ha raggiunto l’apice della carriera l’anno scorso, ottenendo il ruolo principale nell’acclamatissimo La La Land.
Ma torniamo al nostro Andrew. Quando l’ho visto recitare in Silence, pensai che probabilmente non avrebbe mai fatto un altro film così bello, né avrebbe mai fornito un’altra interpretazione così profonda e intensa. Continuo a pensarlo, ma anche La battaglia di Hacksaw Ridge è senza dubbio qualcosa di speciale.
Che sia un film di Mel Gibson lo intuisci fin dal primo minuto, perché questo regista ha una dote riservata a pochissimi: l’abilità nel creare un’atmosfera epica. E il bello è che ci riesce non soltanto nelle scene di guerra, ma anche quando affronta dei temi di vita quotidiana, come l’amore, la famiglia e l’amicizia. Anzi, le scene ambientate fuori dal campo di battaglia sono le migliori, perché ci fanno capire che Desmond Doss (l’uomo che ha ispirato il film) non era straordinario soltanto quando indossava una divisa, ma in ogni aspetto della sua vita, e ha illuminato con la sua sconfinata umanità tutte le persone che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Storie come la sua ci colpiscono nel profondo, e ci spingono a diventare delle persone migliori: è uno degli obiettivi più importanti e più difficili che un film si possa prefiggere, e La battaglia di Hacksaw Ridge l’ha centrato in pieno.

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Inseguire un sogno

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Uno dei regali più belli che possa farci la vita è quello di donarci un sogno da inseguire. Perché quando hai una motivazione forte che ti guida, dentro di te scopri una determinazione che non pensavi di avere, e scopri anche che grazie ad essa puoi superare tutta una serie di ostacoli che ritenevi assolutamente insormontabili.
Tuttavia, la strada per realizzare un sogno non è mai facile. Anche se hai talento, anche se meriti di ottenere le tue soddisfazioni, dovrai sempre fare i conti con la sfortuna, con gli incidenti di percorso, con tutti gli intoppi che non avevi calcolato o che non potevi prevedere.
Proprio per questo, quando alla fine il tuo desiderio si realizza, sulla felicità prevale sempre un senso di sollievo e di liberazione. E’ più la fine di un incubo che la realizzazione di un sogno.
Tutto questo l’ho provato personalmente, e quindi so bene come si deve essere sentito Martin Scorsese quando alla fine, dopo 19 anni di tentativi, è riuscito a realizzare il suo sogno di girare Silence.
Proprio perché teneva molto a questo film, Scorsese l’ha curato nei minimi dettagli, e infatti dal punto di vista estetico Silence è un piacere per gli occhi: ogni singolo fotogramma potrebbe essere un quadro da appendere in uno dei più bei musei del mondo.
E ovviamente, essendo il film di un grande regista, è anche ricco di sostanza: la storia è molto profonda e coinvolgente, e gli attori la interpretano con un’intensità trascinante, come se il regista avesse infuso dentro di loro tutta la passione che aveva per questo progetto.
Naturalmente questa passione si trasmette anche allo spettatore: non a caso, quando ho intuito che Silence si stava avviando alla conclusione, ho sentito dentro di me quella malinconia che provi quando ti rendi conto che una bella esperienza sta giungendo al termine, e passerà un bel po’ di tempo prima che tu possa rivivere qualcosa di simile.
Ma in fondo quell’esperienza non è finita, perché Silence è un film indimenticabile, e quindi resterà sempre con me. E anche con voi, se avrete la fortuna di vederlo.

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Una sorpresa dietro l’altra

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Oggi hanno annunciato le candidature agli Oscar 2017, e direi proprio che non sono mancate le sorprese.
La più gradita è stata la candidatura di un film italiano: il nostro Fuocoammare ha strappato una nomination nella categoria miglior documentario. E se avessimo avuto la furbizia di candidare Perfetti sconosciuti come miglior film straniero, probabilmente avremmo fatto doppietta.
Sorprende in negativo invece la scelta di lasciare sostanzialmente ignorato Sully, che pure sembrava destinato a raccogliere una vagonata di nomination. E’ andata a finire che glien’hanno data soltanto una, e vista la categoria in cui concorre (miglior montaggio sonoro…) suona quasi come una presa per il sedere.
Un’altra grossa sorpresa è stata Hell or high water, che ha ottenuto addirittura la candidatura come miglior film: a questo punto i distributori italiani si staranno mangiando le mani per averlo fatto uscire direttamente sulla pay tv (più precisamente Netflix). Sapevo che era tra i film papabili, ma il thriller non è tra i generi prediletti dall’Academy, e quindi sono rimasto comunque stupito da tutte le nomination che ha ricevuto. In particolare quella per Jeff Bridges: la sua interpretazione non è da Oscar, e non lo è neanche il suo personaggio, che è sfacciatamente copiato da quello di Tommy Lee Jones in Non è un paese per vecchi. Comunque, ad un film thriller si chiede soprattutto di intrattenere, e questo compito Hell or high water lo svolge in maniera più che adeguata.
Sempre nella categoria miglior attore non protagonista, mi dispiace che sia rimasto fuori Liam Neeson (candidabile per Silence): quest’attore merita l’Oscar da almeno vent’anni, ed è anche invecchiato come il vino, dato che ultimamente ha recitato in degli autentici filmoni come Run all night e Third person.
Sorprende anche l’esclusione dalla categoria miglior attrice di Amy Adams, che pure ha un ruolo da protagonista in un film quotatissimo come Arrival. Ormai possiamo definirla una Leonardo Di Caprio in gonnella, dato che ha ricevuto 5 nomination e altrettante musate al momento della premiazione. Stavolta per non correre rischi non l’hanno nemmeno candidata, e anche qua viene spontaneo il paragone con Leo: in più occasioni infatti l’Academy l’ha snobbato fin dalle nomination, anche quando concorreva per film fortissimi come Titanic e The Departed.
A questo punto, con la Adams fuori gioco, mi viene naturale tifare per Natalie Portman: di norma non mi piace che diano l’Oscar a chi l’ha già vinto, ma quest’attrice ha recitato divinamente in Jane got a gun, uno dei film più belli che abbia visto l’anno scorso.
Sempre nella categoria miglior attrice hanno candidato Ruth Negga per Loving: fino a qualche mese fa questo film sembrava destinato ad ottenere grandi riconoscimenti, e invece si è ritrovato con poco e niente in mano, come spesso accade con i titoli che vengono celebrati con troppo anticipo sulle nomination. Ad ogni modo, la mia curiosità per Loving rimane alle stelle, perché gli americani quando fanno i film sul razzismo riescono a tirar fuori dei veri capolavori. Per lo stesso motivo non vedo l’ora di vedere un altro film sullo stesso tema, Barriere.
Adesso che Loving è stato messo in un angolo, salgono nettamente le probabilità che La La Land si riveli il film pigliatutto. Lo si può intuire già dal numero spropositato di nomination: era successo solo altre due volte che un film ne raccogliesse 14 (con Eva contro Eva e Titanic), e in entrambi i casi sappiamo com’è andata a finire.
Arrival non ha nessuna chance di superare La La Land, perché l’Academy è notoriamente ostile a premiare troppo i film di fantascienza. Di conseguenza, l’unico vero rivale mi sembra Manchester by the sea: da quel che ho visto mi sembra il classico film autorale e tristone che piace tanto ai giurati dell’Oscar, e quindi sono convinto che darà filo da torcere al favoritissimo musical di Damien Chazelle.
Sorprendente e coraggiosa anche la scelta di nominare Mel Gibson: un regista a mio parere fenomenale, ma per il quale le porte di Hollywood sembravano chiuse per sempre dopo i vari scandali degli anni passati. E invece, come nella migliore tradizione del sogno americano, l’Academy gli ha concesso una seconda possibilità.
Non ho ancora citato la sorpresa più clamorosa: la candidatura di Suicide Squad (nella categoria miglior trucco). Come ricorderete, io questo film l’ho adorato alla follia, e quindi sono saltato sulla sedia appena hanno annunciato la sua nomination. Non soltanto per la gioia, ma anche per lo stupore: per la sua infinita tamarraggine infatti Suicide Squad è l’esatto opposto dei film eleganti e raffinati che tanto piacciono all’Academy.
Analizzando le candidature nel loro complesso, noto la volontà di non lasciar fuori nessuno dei film più visti e discussi della stagione: non soltanto Suicide Squad, ma anche Animali notturni, Rogue One, Captain Fantastic, Ave Cesare, Passengers… anche l’anno scorso l’Academy fece la stessa scelta, arrivando a candidare perfino 50 sfumature di grigio. Personalmente la reputo una cosa positiva, perché è proprio questo che rende gli Oscar più amati e seguiti degli altri premi cinematografici: i giurati dell’Oscar prediligono i film “da critici”, ma lasciano la porta aperta anche ai titoli che piacciono al pubblico, e in questo modo tutti gli appassionati di cinema trovano sempre un film per cui tifare. E voi, per chi tiferete?

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