I mitici anni 80

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L’anno scorso vi ho confessato che Tutto può cambiare è l’unico film riuscito nell’impresa di farmi piangere. E non perché fosse triste: al contrario, era un inno di commovente bellezza alla speranza, alla musica, a New York e alla vita in generale.
Di conseguenza, quando ho saputo che il regista di quel capolavoro stava per sfornare un nuovo film, ho fatto i salti di gioia come se avessi fatto un terno al lotto. Ma all’euforia iniziale si è presto accompagnato il timore di rimanere deluso: dopo aver azzeccato il film della vita infatti è sempre molto difficile ripetersi. E poi stavolta John Carney non girava a New York, non era finanziato da Hollywood e soprattutto non poteva più contare su Keira Knightley e Mark Ruffalo, la cui alchimia era stata fondamentale per la buona riuscita di Tutto può cambiare.
Come ha fatto il buon Carney a fare centro un’altra volta nonostante tutto questo? Semplice: ha scritto un film sulla musica degli anni 80.
Sing Street ruota attorno ad un gruppo di liceali con la passione per la musica, che hanno la fortuna di assistere in tempo reale alla maturazione di alcune delle migliori band di sempre: gli Spandau Ballet, i Duran Duran, i Genesis, i Cure… i ragazzi cominciano ad ascoltare ossessivamente i loro vinili e le loro musicassette, e piano piano danno origine ad una musica tutta loro, che prende spunto da ognuna delle loro band preferite. Come in Tutto può cambiare, il regista ci dà modo quindi di assistere al miracolo della musica che prende forma, partendo dagli spunti più banali e arrivando poi a livelli elevatissimi di qualità.
E come nel suo precedente film, John Carney non bada soltanto alla musica, ma anche alla storia. Sing Street infatti si concentra anche sulle vicende private dei ragazzi, e dà spazio a un sacco di comprimari davvero irresistibili: il fratello fricchettone del cantante, la ragazza che lui vorrebbe conquistare, il serioso preside della scuola… ciascuno di loro, pur essendo esterno alla band, finisce per influenzarne pesantemente la crescita musicale e umana, perché è proprio dalle loro esperienze di vita che i ragazzi tirano fuori i loro pezzi migliori.
Dopo aver visto Sing Street sono uscito con il sorriso sulle labbra, canticchiando quelle canzoni per tutta la strada dal cinema a casa mia. Sono convinto che farebbe lo stesso effetto anche a voi.

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Ti amo ancora Wendy

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Da bambino, una delle mie prime cotte infantili fu Wendy Windham. Era la classica biondona californiana, alla quale Madre Natura aveva donato anche un sorriso contagioso e due seni grossi come meloni. Come se non bastasse, Wendy era anche simpatica: stava al gioco quando Bonolis la prendeva in giro per il suo accento americano o il suo fisico da pin-up, e anzi era lei la prima a scherzarci sopra, dimostrando un’autoironia che me la faceva amare ancora di più.
Oltre che la soubrette faceva anche l’attrice, e arrivò a recitare nel telefilm più popolare che ci fosse allora, Un medico in famiglia: probabilmente Lino Banfi avrà rimpianto di non averla conosciuta quando faceva ancora le commedie sexy. E a posteriori, vi dirò che questo peso sul cuore ce l’ho anch’io.
Ma tutte le cose belle devono finire. Così, dopo qualche anno di amore a senso unico, Wendy lasciò me e tutti gli italiani per andare a cercar fortuna. E porca miseria se l’ha trovata: si è sposata con un miliardario di Miami, e adesso sono 15 anni che lei e i suoi soldi (pardon, suo marito) vivono felici e contenti.
Saranno quasi vent’anni che non la vedo in televisione, ma Wendy ce l’ho stampata in testa come se l’avessi vista stamattina in coda dal fornaio. Perché lei è stata la bionda per eccellenza degli anni 90, come Natalia Estrada è stata la mora: se allora fosse esistito Twitter, le schermaglie scherzose tra il #teamWendy e il #teamNatalia si sarebbero sprecate. E invece il dibattito filosofico su chi fosse più gnocca rimase confinato ai peggiori bar dello Stivale, all’interno dei quali, se una delle due fosse entrata anche solo per comprare le sigarette, si sarebbe registrato un tasso di infarti da far invidia ad un ospizio.
Come avrete intuito, per me esistono poche bellezze al mondo in grado di reggere il confronto con Wendy: una di queste è senza dubbio January Jones. E’ soprattutto per la sua presenza che ho deciso di vedere Sweetwater.
Questo film parte subito in quarta. All’interno di un piccolo paesino di frontiera, un predicatore sfrutta il suo carisma per dettare legge su tutto e su tutti: un piccolo proprietario terriero (marito della nostra January) si ribella ai suoi soprusi, e ovviamente finisce ammazzato.
Peccato che il morto in questione avesse una moglie con i controfiocchi. Questa donna dal carattere indomito non si rassegna a lasciare invendicata la morte del marito, anzi fa di tutto perché il predicatore paghi le sue colpe. E non è l’unica ad avere quest’intenzione: l’ha messo nel mirino anche il nuovo sceriffo del paese (un gigantesco Ed Harris), che ha un profondo senso di giustizia e quindi farà di tutto perché la verità venga alla luce. Il guaio è che i due perseguono lo stesso fine con mezzi diversi: la vedova vuole una vendetta sanguinosa, lo sceriffo vuole una punizione che resti nei confini della legge. Si crea così una sorta di triangolo della morte, dagli esiti semplicemente imprevedibili: chi trionferà alla fine, la vedova, lo sceriffo o il male?
Ritengo che uno dei migliori cattivi di sempre sia Big Jim. Questo personaggio è stato creato da Stephen King per il romanzo The Dome, dal quale è poi stata tratta la famosa serie tv Under the Dome. Il predicatore di Sweetwater lo ricorda molto, perché ha tutto ciò che rendeva Big Jim il diavolo in persona: l’arroganza, la mancanza di scrupoli, la capacità di fiutare le debolezze altrui e di usarle per piegare gli altri al proprio volere. Con il passare dei minuti l’odio dello spettatore per questo personaggio cresce in modo smisurato, e allo stesso modo aumenta sempre di più la nostra ammirazione per i due che hanno avuto il coraggio di sfidarlo.
Certo, ciascuno di noi a seconda del proprio carattere si schiererà dalla parte di un personaggio diverso: i più sanguinari dalla parte della vedova, i più garantisti da quella dello sceriffo. Uno dei due riuscirà a centrare l’obiettivo? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di vedere Sweetwater: è uno dei film più potenti che abbia visto negli ultimi anni.

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Io e Valeria

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Quando cominciai a lavorare, entrai in confidenza fin dai primi giorni con una collega in particolare. Fisicamente era carina, ma il suo fascino dipendeva da un altro fattore: il suo straordinario portamento. Era molto giovane quando la conobbi, ma era già una vera signora, sprizzava classe da tutti i pori. Io invece ero un tamarro, ma sul lavoro mi davo un tono e quindi la differenza tra noi due passava quasi inosservata.
Erano tante le cose che mi piacevano del mio rapporto con Valeria: la libertà con cui parlavamo di tutto, la facilità con cui ogni conversazione assumeva una piega divertente, la nostra capacità di calmarci a vicenda quando uno dei due attraversava un periodaccio… insomma, eravamo davvero una bella squadra.
So cosa starete pensando: che ad un certo punto ci siamo innamorati. E invece no: il bello del nostro rapporto era proprio l’assenza di risvolti sentimentali. Quando una persona ti piace, inevitabilmente cerchi di fare su di lei un’impressione più positiva possibile, e quindi il rapporto diventa meno spontaneo; se invece vi frequentate soltanto come amici, allora tu sei libero di essere te stesso fino in fondo, e non senti il bisogno di nascondere i difetti sotto al tappeto o di esaltare al massimo le tue qualità.
Preferivo mantenere il nostro rapporto su un piano puramente amichevole anche per un altro motivo: quando la conobbi soffrivo ancora a causa di un’altra donna, e quindi non mi sentivo pronto a buttarmi di nuovo in pista. Perché alla fine la vita è tutta una questione di tempismi: spesso la differenza tra un finale e l’altro la fa soltanto il momento in cui due persone si incontrano. Third person questo concetto lo fa capire perfettamente.
Questo film corale descrive le vicende di 3 personaggi: un riccone che rimorchia una bellona in un bar, un marito indeciso tra la moglie e l’amante, una donna separata che cerca di ottenere la custodia congiunta del figlio. Tutte e 3 le storie sono molto avvincenti, ma ciò che rende questo film davvero geniale è il modo in cui queste vicende si intrecciano: un biglietto che passa casualmente di mano in mano, un ascensore che si chiude al momento giusto, una telefonata che arriva nel momento sbagliato… sono questi piccoli dettagli a far precipitare le cose o a farle andare nel miglior modo possibile, e i personaggi non possono farci niente: possono soltanto sperare che la ruota della fortuna giri per il verso giusto. Come è successo a me quando ho conosciuto Valeria.

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Suicide Squad

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Se dovessi dirigere un cinecomic, gli darei un tono da film d’azione esageratissimo in puro stile Mercenari. Lo riempirei di attori con più muscoli che anima, li armerei tutti fino ai denti e poi gli ordinerei di spararsi l’un l’altro come se non ci fosse un domani.
Poi ovviamente, in mezzo a questo mucchio selvaggio di tamarri, ci piazzerei anche qualche attore di talento: chi potrei prendere? Beh, Will Smith fa vendere un sacco di biglietti, e Jared Leto è carismatico al punto giusto per fare il ruolo del “cattivo più cattivo che mai.”
E la donna del film chi la fa? Perché in ogni action movie degno di questo nome c’è una figona che solletica i bassi istinti del popolo nerd, senza di lei il flop è assicurato. E naturalmente, dato che ho a disposizione un gran bel budget, non ho bisogno di andare a prendere un’attrice caduta in disgrazia come Annalynne McCord: posso puntare più in alto, e aggiudicarmi nientepopodimeno che Margot Robbie.
Ma non mi accontento. Non mi bastano le mille sparatorie, 5 o 6 attori truzzi e la bellona del momento a fare la femme fatale: voglio anche una colonna sonora da urlo, e quindi metterò una canzone cult in ogni momento topico del film. Ovviamente anche nella scelta dei brani rivelerò la mia anima tamarra: in un film che trasuda testosterone come il mio, il rap di Eminem ci sta come il cacio sui maccheroni.
Insomma, come avrete capito il regista di Suicide Squad (David Ayer) ha fatto esattamente tutto ciò che avrei fatto io. E non è la prima volta che dimostra di conoscere alla perfezione le regole dei film d’azione: già in precedenza ne aveva firmato uno, Sabotage, che qualsiasi fan di Arnold ricorderà sicuramente con affetto.
Certo, qualche errore l’ha fatto anche lui: ad esempio, non puoi strombazzare in lungo e in largo la presenza del Joker e far credere che sia il protagonista del film, se poi lo fai apparire per un quarto d’ora in tutto. Questo trucchetto è l’ormai famigerato stunt – casting, e gli spettatori lo odiano alla follia: non a caso Suicide Squad ha avuto un passaparola molto negativo, al punto che negli USA gli incassi sono calati quasi del 70% dalla prima alla seconda settimana di programmazione.
Se vogliamo c’è anche un altro errore abbastanza grossolano. In ogni sceneggiatura che si rispetti ogni personaggio ha un ruolo più o meno importante: qua invece Capitan Boomerang è necessario quanto una sciarpa in pieno Agosto. Insomma, Ayer non si è accorto di aver inserito un personaggio inutile: una gaffe come questa la perdono ad una maestra che organizza una recita delle elementari, non ad un regista navigato come lui. Forse ha deciso di mettere Capitan Boomerang perché, con un nome ridicolo come quello, dava al film quel tocco trash che non manca mai negli action movies, neanche in quelli ad alto budget come questo.
Poi certo, Ayer è stato anche baciato dalla fortuna: sono convinto che abbia preso Margot Robbie soltanto per la sua bellezza, e lei invece in questo film dimostra di essere anche spaventosamente brava. E’ la vera anima della Suicide Squad, e sono convinto che, se continuerà a lavorare per Scorsese, vincerà sicuramente l’Oscar da qui a qualche anno.
Vi siete accorti che finora non ho detto nemmeno una parola sulla trama di Suicide Squad? Del resto, non ce n’è bisogno: andare a vedere un film d’azione e sperare di trovarci una trama è come andare dal paninaro e sperare che abbia del caviale. Se vuoi un film con una bella trama, guarda Pelle di serpente. Se invece sei in vena di emozioni forti e vuoi fare il pieno di adrenalina, guarda Suicide Squad. : )

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Un film che ti entra dentro

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Sono molto legato ad Almodovar, per un motivo molto personale: una delle sue opere più riuscite, Volver, è stato il primo film che ho visto da maggiorenne. Del suo cinema mi ero innamorato già prima, quando vidi il bellissimo Tutto su mia madre, e ne rimasi innamorato anche in seguito. Finché, come in quasi tutte le storie d’amore, avvenne un episodio spiacevole che ci allontanò: mi riferisco a Gli abbracci spezzati, un film deludente, sbagliato, insalvabile, che mi portò ad evitare i successivi film di Almodovar.
Poi, due mesi fa, la mia amica Koredititti mi disse di aver visto Julieta. Non mi disse se le era piaciuto o meno: soltanto che l’aveva visto. È stato come quando incontri un tuo amico e lui ti dice di aver visto una tua ex: magari erano anni che non pensavi a lei, ma dopo che lui te l’ha nominata vieni sopraffatto dalla curiosità, e quindi gli chiedi come l’ha trovata, che cosa si sono detti eccetera. Anch’io, dopo che Koredititti mi ha nominato Almodovar, avevo una gran voglia di sapere come stava. E avevo solo un modo per saperlo: andare a vedere Julieta.
Come in tutti i film di Almodovar, le situazioni inverosimili si sprecano. Come in tutti i film di Almodovar, la trama strappa così tante lacrime da poterci riempire una tinozza, una grossa come quella che usa la mì nonna per fare il bagno al cane. Come fa il film ad essere bello nonostante tutto questo? La risposta è semplice: è bello perché Almodovar ci mette tutta la sua sconfinata umanità, e riesce a farci affezionare alle sue donne come se le conoscessimo da sempre, come se facessero parte della nostra vita reale. Quando guardi un suo film la distanza tra finzione e realtà si annulla, perché tu entri dentro al film e il film entra dentro di te. Con Julieta Almodovar ha dimostrato di avere ancora il suo tocco magico, ha recuperato la sua innata capacità di conquistare il pubblico fin dalla prima inquadratura. È stato bello abbandonare l’arena estiva con questa consapevolezza, e con la sensazione di aver ritrovato un vecchio amico. Spero che non mi deluda un’altra volta, ma se anche accadesse non gli serberei rancore: in me prevarrà sempre la gratitudine e l’ammirazione per un regista che ormai amo in modo totalmente incondizionato.

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Chiudiamo in bellezza

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Ognuno di noi ha una serie tv che l’ha accompagnato per tutta la sua crescita, e che gli fa scaldare il cuore soltanto a sentirla nominare. La mia è Beverly Hills 90210: è stato il primo telefilm pensato per un pubblico di adolescenti, e io ho avuto la fortuna sfacciata di poterlo vedere proprio mentre facevo il liceo.
Da quando è finito, sono continuamente alla ricerca di film e serie tv ambientati nei licei americani. Soltanto a vedere un corridoio con gli armadietti ai lati mi sciolgo dalla nostalgia e dalla commozione. E’ stato soprattutto per questo che ho guardato quell’autentico gioiellino che è Get over it.
I protagonisti di questo film sono i ragazzi di una classe all’ultimo anno di liceo. Stanno per andare all’università, ma prima di allora ci sono diverse cose da fare: una di queste è la recita di fine anno, una versione moderna del Sogno di una notte di mezza Estate di Shakespeare.
Il film ruota soprattutto attorno alla preparazione di quest’evento, al quale i ragazzi tengono moltissimo: non tanto per il voto in letteratura, quanto piuttosto perché vogliono chiudere in bellezza, e lasciare il liceo con l’orgoglio di aver fatto qualcosa di bello.
Piano piano lo spettatore conosce sempre meglio i vari attori della commedia, e si affeziona sempre di più ad ognuno di loro: in particolare il film si concentra su Berke e Kelly, due ragazzi che nella recita hanno una parte di contorno, e che cominciano ad innamorarsi l’uno dell’altra senza neanche accorgersene, con la spontaneità tipica di quegli anni.
Il momento più bello del film è senza dubbio quello in cui tutti i ragazzi cantano e ballano sulle note di September degli Earth, Wind & Fire: in quel momento è tangibile l’affiatamento che c’è tra di loro, e che senza dubbio c’era anche tra i veri attori del film.
Un altro grande pregio di Get over it è il suo irresistibile umorismo: la trama è ricca di scene comiche riuscitissime, che impreziosiscono ancora di più un film già di per sé adorabile.
Ho guardato Get over it aspettandomi di vedere una stupida commedia americana, e invece ho scoperto che l’unico stupido ero io. Chiedo scusa ai ragazzi di Get over it, e li ringrazio per aver realizzato un film che mi è davvero rimasto nel cuore.

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I 10 film che ho visto con quattro gatti

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Quando vado al cinema, la prima cosa che faccio appena entro in sala è contare il numero degli spettatori. Lo faccio nella convinzione che la gente non è stupida, e quindi più la sala è affollata, più è probabile che il film sia di buona qualità.
Questa mia teoria è stata smentita innumerevoli volte. A vedere The Master eravamo un centinaio, ma faceva schifo; a vedere Ipotesi di reato eravamo in due, ma era un bel film. In linea generale, però, il ragionamento funziona.
Ma bando alle ciance: ecco i 10 film che ho visto con meno di 10 persone in sala.

10) Tutto può cambiare (8 spettatori): Un produttore discografico viene fatto fuori dall’azienda da lui stesso fondata. Entra in un pub per affogare la delusione nell’alcol, e assiste all’esibizione di una giovane cantante ancora sconosciuta. Ne rimane colpito, quindi le dà il suo biglietto da visita e la convince ad incidere un disco con lui. Il guaio è che sono entrambi squattrinati: come faranno a registrare un album a costo zero? La soluzione che trovano è assolutamente geniale: non ve la dico per non rovinarvi il piacere della visione.

9) Wild (8 spettatori): Possiamo definirlo per distacco il peggior road movie nella storia del cinema. Si basa tutto sulla ripetizione ossessiva della solita, noiosissima scena: Reese Witherspoon che vaga per un paesaggio brullo con l’aria spaesata e abbattuta. Avete presente quegli alunni senza idee che scrivono un tema ripetendo lo stesso concetto mille volte? Ecco, il regista di Wild ha fatto esattamente la stessa cosa.

8) The Counselor (6 spettatori): Questo film ha molti personaggi interessanti, tante scene riuscite e una storia molto coinvolgente. E allora perché ha fatto flop? Semplice: il regista era Ridley Scott, lo sceneggiatore era Cormac McCarthy e il cast presentava ben 5 attoroni. Tutto questo ha creato delle aspettative esagerate, che il film non è riuscito a ripagare. A me però è piaciuto.

7) Gangster Squad (6 spettatori): Questo film è un delizioso omaggio ai noir degli anni ’40. Peccato che nel giro di 70 anni i gusti del pubblico siano un po’ cambiati, e quindi Gangster Squad a stento è riuscito ad andare in pari: costato 98 milioni, ne ha incassati 105.

6) Fire with fire (5 spettatori): Poniamo che tu sia un produttore cinematografico, e che tu abbia per le mani una sceneggiatura che, se diventerà film, incasserà pochissimo. Come fai per raggranellare qualche soldino in più? Ricorri al trucchetto chiamato stunt – casting, ovvero chiami un attore famoso (in questo caso Bruce Willis) e gli dai 2 lire per fargli fare un ruolo di contorno, più che sufficiente per attirare in sala tutti i suoi fan. Certo, quando questi ultimi si accorgeranno che il loro idolo appare per 5 minuti in tutto ti manderanno a quel paese, ma intanto tu i soldi del biglietto glieli hai già sfilati.
Questo è esattamente il caso di Fire with fire, e io sono uno dei fan di Bruce Willis che si sono fatti fregare. Mi consolo pensando che questo film fu comunque un flop clamoroso. Così imparano a usare questi trucchetti da 4 soldi. : )

5) Sin City (4 spettatori): L’ho visto due volte: la prima al cinema, la seconda in tv. Tra una visione e l’altra sono passati quasi 10 anni, quindi la prima volta ero un ragazzino, la seconda quasi un uomo. Eppure il film mi ha suscitato le stesse identiche emozioni: rabbia per le ingiustizie subite da Hartigan, ammirazione per l’altruismo di Dwight e un’infinita simpatia per Marv. Un film gigantesco.

4) Robocop (3 spettatori): Gli spettatori si aspettavano che questo remake fosse un film d’azione dall’inizio alla fine, e invece si sono trovati di fronte ad un dramma familiare che soltanto nel secondo tempo, con il pubblico ormai narcotizzato, prende la piega che avrebbe dovuto assumere fin da subito. Le scazzottate, gli inseguimenti, le sparatorie eccetera ci sono, ma devi aspettare il minuto 58 per vederle arrivare. Molti spettatori non hanno avuto questa pazienza, ed ecco spiegato il flop di Robocop.

3) Escape Plan (3 spettatori): Fino a 20 anni fa Arnold Schwarzenegger e Sylvester Stallone erano tra gli attori più popolari in circolazione. Oggi però i nostri eroi sono seguiti soltanto da uno zoccolo duro di nostalgici, come si può dedurre dal fatto che Escape Plan non se l’è filato quasi nessuno. Non sanno cosa si sono persi.

2) Ipotesi di reato (2 spettatori): Nel cast c’erano delle superstar come Ben Affleck e Samuel L. Jackson, più dei premi Oscar come Sidney Pollack e William Hurt. Per di più era un thriller, non un film intellettualoide. Insomma, c’erano tutti i presupposti per fare il pienone. Ebbene, a vederlo eravamo in due: io e mio padre. E ci piacque anche.

1) My father Jack (1 spettatore): Ebbene sì: il film di cui ho decantato le lodi nel mio post precedente è stato anche il primo che io abbia visto da solo, in una sala cinematografica tutta per me. Resterà l’unico? Ai posteri l’ardua sentenza.

Cosa ne pensate dei film che ho elencato? E soprattutto, quali sono i film che voi avete visto con quattro gatti?

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