Il giorno di Timber

timber 5Due miei carissimi amici sono dei ballerini. Quando Marco e Francesca si esibiscono, anche se non sai niente di ballo ti accorgi subito che hanno un talento raro, quel talento che ti fa bloccare davanti a loro e ti impedisce di distogliere lo sguardo finché non hanno finito. E quando finiscono, ogni volta hai la sensazione che si sia interrotto un incanto irripetibile, del quale purtroppo rimarrà traccia soltanto nella tua memoria.
Li ho visti ballare molte volte, ma senza dubbio la loro esibizione più bella risale a due anni fa, quando danzarono sulla base di una canzone molto popolare in quel periodo (Timber).
La canzone era già molto bella di suo, ma loro riuscirono a migliorarla ulteriormente: infatti accompagnavano i passaggi più vivaci con un battito di mani o battendo i piedi a terra, e in questo modo la rendevano ancora più energica e trascinante di quanto già non fosse. Non è durato molto, ma è stato un momento magico e perfetto, che mi porterò sempre dentro.
Pochi giorni più tardi io mi laureai. Marco e Francesca vennero a vedermi, e io ne approfittai per chiedergli quanto ci avessero messo a preparare quella coreografia. Loro si accorsero che glielo stavo chiedendo con sincera ammirazione, e quindi furono quasi imbarazzati nel dirmi che ci avevano messo soltanto 3 giorni. In quel momento avrei voluto togliermi la corona d’alloro, e metterla in testa a loro due: perché se erano riusciti a creare quel capolavoro in soli 3 giorni, allora erano loro i veri fenomeni, non io che avevo prodotto qualcosa di molto meno bello (la mia noiosissima tesi) in molto più tempo (un anno di lavoro).
A posteriori, vi dirò che senza dubbio il giorno in cui li vidi ballare Timber fu molto più bello di quello della mia laurea. Nel secondo caso ci furono alcuni fattori che rovinarono un po’ la festa, e mi impedirono di godermela appieno; il giorno di Timber invece fu un giorno in cui venni travolto dalla bellezza nella sua forma più pura, e non c’era nulla che potesse sporcare quel quadro così perfetto.
Ieri, per due ore della mia vita, ho riprovato la leggerezza di quel giorno. E il merito è tutto di My father Jack.
Potrei dire molte cose su questa commedia all’italiana che strizza l’occhio a Tarantino, piena com’è di colpi di scena, situazioni divertenti e paradossali e personaggi fuori dalle righe. Invece preferisco non dirvi niente, e limitarmi a fare un nome e un cognome: Francesco Pannofino. Il film ha tanti comprimari degni di nota, ma tutto ruota attorno a lui e al suo talento istrionico: il suo faccione rotondo, la sua voce profonda, il suo carisma unico riempiono lo schermo per quasi tutto il film, regalandoci divertimento e risate a non finire. E’ soprattutto a lui che devo dire grazie, se ieri ho passato una serata così bella. Bella quasi quanto il giorno di Timber.

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Confessioni di un tamarro

blood out

Ho una passione viscerale per i film d’azione. E quando ho voglia di vederne uno, non vado a scegliere i più raffinati, tipo quelli con Liam Neeson: no, vado proprio a pescare nel torbido, e a cercare quelli con attori come Dolph Lundgren, Vinnie Jones e 50 Cent. Questi film li riconosci dalla prima inquadratura, perché hanno tutti una serie di elementi imprescindibili:

– I personaggi vestono rigorosamente in jeans e canottiera, per lasciare bene in vista i bicipiti tatuati;
– L’ambiente in cui si muovono è volutamente degradato, con le comparse messe ad interpretare spacciatori e puttane anziché fornai e ciabattini come nei film normali;
– La trama prevede che salti fuori una sparatoria ogni 5 minuti, e sono ammessi intervalli più lunghi soltanto se nel mezzo c’è una scena di sesso.

Film inguardabili? Per voi forse. Per me invece sono il top del top. Li adoro perché sono intrattenimento allo stato puro, senza alcuna pretesa intellettuale, e soprattutto perché soddisfano il mio lato tamarro e amante del trash. Di recente, però, mi sono imbattuto in un film d’azione troppo trash anche per me: Blood Out.
Io e questo film ci siamo incrociati ad un’edicola: appena ho visto il nome “50 Cent” sulla copertina del dvd, l’ho subito staccato dalla rastrelliera e mi sono fiondato a pagarlo all’edicolante. Se lui mi avesse chiesto 50 euro, io avrei tirato fuori la banconota senza indugio. Perché a me gli action movies tamarri fanno quest’effetto: mi fanno spegnere il cervello prima ancora di vederli, mi fanno regredire ad uno stato di imbecillità così pauroso che perfino l’homo erectus me farebbe ‘na pippa. Allora non potevo immaginarlo, ma purtroppo l’homo erectus farebbe ‘na pippa anche agli idioti che hanno realizzato questo film.
Una volta arrivato a casa, mi sono messo comodo comodo sul divano e ho aspettato che Blood Out partisse. Già i titoli di testa promettevano bene: oltre a 50 Cent c’era pure Val Kilmer (quanto sono lontani i tempi di Batman…). La prima scena poi è l’apoteosi: un commando fa irruzione in una raffineria di cocaina, e ovviamente volano proiettili da una parte e dall’altra. Avevo già gli occhi che mi brillavano.
Poi è partita la vera trama del film: ad un poliziotto ammazzano il fratello, e quindi lui si infiltra in una banda criminale per trovare il responsabile. Insomma, una scopiazzatura di The Departed.
Quando mi sono reso conto che Blood Out scimmiottava palesemente Scorsese, ho cominciato a ridere. E non la risatina di sottofondo, quella che fai sotto i baffi quando succede qualcosa di vagamente buffo: intendo proprio la risata grassa, irrefrenabile, quella che parte dalla pancia, ti arriva alla bocca e ti fa sconquassare tutto il corpo lungo il tragitto. Finché non è arrivata quella scena.
Ve la descrivo brevemente. Il poliziotto infiltrato sta inseguendo in moto l’auto di un brutto ceffo: quando riesce a raggiungerla, il poliziotto spicca un balzo dal sellino della moto e monta sul tettuccio. E a quel punto arriva la scena più idiota nella storia del cinema: la macchina si inclina, ma prima che tocchi terra il poliziotto poggia i piedi sull’asfalto, se la carica sulle spalle e la lancia via con la sola forza delle braccia.
Avete capito bene: un uomo che si carica in spalla una macchina (tra l’altro con due passeggeri dentro) e la lancia via a mani nude. A quel punto ho smesso di ridere, e ho premuto il tasto Rewind: vabbé che ero regredito allo stato di homo erectus, ma perfino in quelle condizioni il mio cervello di gallina si rifiutava di accettare l’assurdità della scena a cui avevo appena assistito. L’ho riguardata una seconda volta, e purtroppo era tutto vero.
A quel punto ho capito che Blood Out è un film straordinario. Blood Out è il Maradona dei film brutti, la Claudia Schiffer dei film inverosimili, il Leonardo da Vinci dei film spazzatura. Quest’ultimo paragone è forse il più calzante, perché quando un film raggiunge delle vette trash mai toccate prima allora diventa una forma d’arte e crea un nuovo standard, esattamente come Leonardo creò dei nuovi standard in tutti i campi in cui si è cimentato.
Sapete che vi dico? 50 euro per Blood Out sarebbero stati anche troppo pochi. Film come questo hanno un valore inestimabile, vanno messi sullo scaffale accanto a film come Via col vento e Ombre rosse. Perché John Wayne riusciva a centrare un indiano da un cavallo in corsa… ma scommetto che non gli è mai venuto in mente di ribaltare una macchina a mani nude.
Come dite? Non gli è mai venuto in mente perché è una puttanata? Non li ascoltare, caro sceneggiatore di Blood Out: come Leonardo, tu sei troppo avanti per i tuoi tempi, e quindi la tua genialità è destinata a non venire compresa nell’immediato. Tra qualche anno, tuttavia, sono convinto che tutti i più grandi attori lanceranno macchine come se fossero lattine di birra, tu verrai candidato all’Oscar e ci sarà una campagna per fartelo vincere tipo quella per Di Caprio. Magari il tuo idolo Scorsese ti chiamerà a lavorare con lui, e tu sarai costretto a rinunciare perché sarai troppo impegnato a scrivere il prossimo film di Ridley Scott. Quel giorno ricordati di me, e presentami ad una delle strappone che ti gireranno attorno. Quella di Blood Out, ad esempio, mi andrebbe benissimo. : )

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Un viaggio memorabile

Young woman leaning out of car window, laughing

La vita dà, la vita toglie. E spesso lo fa in modo non casuale. Mi spiego meglio: quando mi sono trovato a dover gestire un periodo di profonda tristezza, spesso la vita sceglieva proprio quel momento per farmi imbattere in qualcuno che avesse il potere di risollevarmi il morale, o in qualcosa che mi tenesse la mente occupata e mi impedisse di sprofondare nella depressione. E così la formula La vita dà, la vita toglie, che molti interpretano in senso negativo, per me è diventata un inno all’ottimismo: perché spesso, se la vita ti toglie qualcosa, è perché sta per donarti in cambio qualcos’altro.
Noi due ai confini del mondo questo concetto lo fa capire perfettamente. E’ la storia di Amy, una ragazza che ha da poco perso il padre, e che da un giorno all’altro deve trasferirsi dalla California al Connecticut: località molto meno figa, e soprattutto distante quasi 5.000 km dalla sua vecchia vita. Come se non bastasse, sua madre ha deciso di traslocare in anticipo rispetto a lei, e quindi ad Amy tocca l’ingrato compito di farsi tutti quei chilometri in macchina da sola. O meglio, proprio da sola no: per tenerle compagnia, sua madre ha deciso di affiancarle il figlio di una sua amica, che deve andare in quella direzione per tentare di riprendersi una sua vecchia fiamma.
Così Amy e Roger iniziano il loro lunghissimo tour degli Stati Uniti, che il libro documenta minuziosamente proprio come un diario di viaggio: Amy non solo ci racconta in prima persona cosa le succede giorno per giorno, ma allega anche scontrini, foto, fogli di bloc notes con su scritte le canzoni ascoltate durante il tragitto… grazie a tutti questi deliziosi dettagli al lettore sembra quasi di essere il terzo passeggero di quella macchina, e di vivere insieme ad Amy e Roger ogni singolo minuto del loro folle viaggio coast to coast.
Ovviamente nel tragitto capiteranno mille peripezie: cambiamenti di percorso, confessioni reciproche, incontri esilaranti… non basterebbero dieci pagine per elencarle tutte, così preferisco non citarne nemmeno una, anche per non togliervi il piacere della lettura.
Noi due ai confini del mondo di Morgan Matson è un libro che resta con te anche dopo che hai finito di leggerlo. Da quando è entrato nella mia vita, periodicamente lo prendo dallo scaffale e lo sfoglio, lasciando che le foto, gli scontrini e le tante altre chicche a corredo del testo mi facciano affiorare alla mente i momenti più belli di un viaggio che mi sembra di aver fatto anch’io. Amy e Roger hanno vissuto un’esperienza indimenticabile, e vi consiglio caldamente di scoprirla in tutto il suo splendore.

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Giustizia è fatta

winner 166

Non poteva mancare il mio commento sulla notte degli Oscar, che anche quest’anno ho seguito in diretta.
Quando furono annunciate le nomination, scrissi che avrei puntato tutta la mia attenzione sulla categoria miglior attore non protagonista, dove erano in gara due fuoriclasse assoluti come Mark Ruffalo e Sylvester Stallone. Con il passare delle settimane quest’ultimo sembrava sempre più favorito, e onestamente ritengo che sarebbe stata la scelta migliore: i suoi concorrenti recitano continuamente in film da Oscar, mentre per lui, normalmente dedito agli action movies, questa era un’occasione più unica che rara. Purtroppo l’Academy non ha tenuto conto di tutto questo e ha confermato il suo snobismo, preferendo a quest’attore “pane e salame” un interprete Shakespeariano. Cari giurati, ci sono delle volte nella vita in cui Shakespeare va messo da parte, e bisogna ascoltare soltanto la voce del cuore: questa era una di quelle volte, e voi non l’avete capito.
Ma passiamo alle altre categorie. Quest’anno è andato quasi tutto secondo le previsioni: Spotlight miglior film, Di Caprio miglior attore (giustizia è fatta), Mad Max che fa incetta di premi tecnici. Forse è proprio da Mad Max che è arrivato uno dei pochi sussulti della serata: George Miller era il grande favorito per la vittoria come miglior regista, e invece Inarritu ha trionfato per il secondo anno di fila. Normalmente sono contrario agli Oscar “ripetuti”, ma in questo caso ho accolto con favore il verdetto: non tanto per Inarritu, quanto piuttosto perché ritengo Mad Max un film molto sopravvalutato, e quindi non meritevole di un premio così importante.
Un’altra sorpresa è che il miglior film dell’anno abbia vinto soltanto due Oscar: era già capitata una situazione simile con due ottimi film come Argo e Crash – Contatto fisico, ma in quel caso almeno 3 statuette erano arrivate. Questo è segno che non c’è stato nessun film che ha convinto pienamente i giudici, e quindi loro hanno preferito “sparpagliare” i loro voti su molti titoli, anziché votare compatti per uno solo. Anche questo lo ritengo un bene: non mi piace quando un solo film lascia a bocca asciutta tutti gli altri. E poi, è irrealistico che un film sovrasti tutti gli altri in una decina di categorie: quando succede vuol dire che si è deciso di incoronarlo a prescindere, e questo ridimensiona il suo valore invece di esaltarlo.
Ovviamente sono molto orgoglioso della vittoria di Morricone. Lo sarei anche se non fosse italiano, perché il suo è un talento universalmente riconosciuto: Morricone verrà ricordato come uno dei maestri italiani che hanno fatto la storia del mondo, come Leonardo nella pittura e Michelangelo nella scultura.
Mi ha fatto molto piacere anche l’Oscar alla sceneggiatura de La grande scommessa: in quel film Adam Mckay rivela una genialità vulcanica e strepitosa, sia come regista che come sceneggiatore, e il suo talento era emerso in modo troppo eclatante perché l’Academy potesse ignorarlo.
Insomma, sono tanti i verdetti mi hanno soddisfatto: Di Caprio, Morricone, La grande scommessa… eppure provo una certa amarezza di fondo. Volevo l’Oscar a Stallone, lo volevo e ci credevo, e non ho ancora accettato il fatto che questa chance unica è andata sprecata. Ma chi ha visto Rocky sa che un uomo non si giudica da come cade, ma da come si rialza: sono convinto che Sly si rialzerà brillantemente, e dimostrerà ai giudici che lui non ha bisogno di studiare Shakespeare per essere un grande attore. Gli basta essere se stesso.

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Film per San Valentino

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Il mese scorso la blogger Frou Frou mi ha fatto una proposta interessante. Io avrei dovuto scegliere 3 film (uno per gli anni 90, uno per gli anni 2000 e uno per gli anni 10): di questi titoli io avrei fatto una recensione cinematografica, e lei li avrebbe commentati sotto l’aspetto artistico, concentrandosi su aspetti come il make up, i costumi, le pettinature eccetera. Ho accettato molto volentieri, e questo post a 4 mani è il risultato della nostra collaborazione. Le mie parti sono quelle scritte in corsivo.

Anni 90: Pretty Woman

Guardando questo film ciò che salta immediatamente all’attenzione è che Vivian prima di diventare la principessa della favola di Marshall frequentava i marciapiedi, provocando con intensi smokey eyes abbinati a carnose labbra rosse (sullo smagliante sorriso di un’indimenticabile Julia Roberts).
L’accostamento, che 25 anni fa veniva volutamente scelto per rappresentare la vita delle prostitute, oggi non solo è sfacciatamente di moda, ma è il voluttuoso connubio che le star prediligono per ammaliare la stampa sul red carpet.

frou frou 4In antitesi ai look esibiti la sera si contrappongono i no make up del giorno, i morbidi e cotonati boccoli di Vivian, così belli da far passare in secondo piano anche le sopracciglia arruffate (spero irripetibili, nonostante il grande ritorno delle sopracciglia bushy).

frou frou 5La trama è più o meno quella di Cenerentola, rivisitata in chiave urbana e politicamente scorretta: e non alludo soltanto al fatto che Vivian sia una prostituta, ma anche alla critica che viene fatta dello spietato mondo degli affari. Apparentemente è Edward che redime Vivian togliendola dalla strada, ma in realtà è lei che redime lui, facendogli capire che razza di squalo è diventato e quali sono le cose che veramente contano. Una perfetta favola moderna.

Anni 2000: L’amore non va in vacanza

Doveva essere proprio un viaggio nella fantasia il dialogo tra Cameron Diaz e Olivia, quando la bambina si complimenta con quell’insolita presenza femminile giunta in casa per “un bell’ombretto” mai pervenuto, in realtà, agli occhi degli spettatori.

frou frou 7 Ed aggiunge “un bel rossetto”, un non ben identificato gloss dal nome “baci di fragola”, epiteto mai più ritrovato dai gloriosi tempi del magazine Cioè.
In realtà il film è precursore di una grande tendenza che arriverà poco più tardi sugli scatti Instagram di tutti i vip: il no make up.

frou frou 8 Tutti noi ci siamo trovati a dover gestire situazioni amorose problematiche. Nella maggior parte dei casi, ciò che le rendeva così pesanti ai nostri occhi era la consapevolezza che quei problemi di coppia erano irrisolvibili, o comunque quasi insormontabili. E’ per questo che ho apprezzato così tanto L’amore non va in vacanza: perché affronta questi temi drammatici con toni da commedia, riuscendo a farcene sorridere, e soprattutto facendoci vivere per 2 ore in un mondo perfetto, dove anche le difficoltà più gigantesche vengono superate in un battito di ciglia. Qualcuno potrà trovarlo stucchevole e inverosimile, io invece penso che sia un film ideale per chiunque stia attraversando un momento difficile. Soprattutto se è per problemi di cuore.

Anni 10: Il grande Gatsby

Gli anni 20 non smettono di essere attuali e la nostra Daisy rimarrà la nostra icona beauty forever, immortalata per sempre nelle riprese de Il grande Gatsby.

frou frou 6 L’incarnato diafano era la prassi negli anni 20: le pelli delle donne dell’alta aristocrazia non dovevano mai essere baciate dal sole, per distinguersi da quelle della servitù. Pallida o luminosa che dir si voglia, l’incarnato di Daisy è riscaldato da un accenno di blush, che le conferisce un’aura di dolcezza.
Gli occhi sono anch’essi delicati e vestiti di soft smokey tutto sui toni del grigio e del nero, ovviamente enfatizzati da ciglia finte, tutto in linea con la personalità della protagonista Carey Mulligan. Le sopracciglia in compenso sono state allungate ed infoltite, come vigevano negli anni 20.
Dal primo all’ultimo minuto questo film non cessa mai di stupire lo spettatore, sia per lo sfarzo magniloquente che riempie gli occhi ad ogni sequenza, sia per la profondità e i mille colpi di scena della trama. E tutto questo senza mai stancare: al contrario, mentre lo guardi ti senti più vivo che mai, e quando quest’incanto finisce avresti voglia di riviverlo subito da capo. Il grande Gatsby è decisamente un film che resterà per sempre nel cuore e negli occhi di chiunque lo veda.

Soltanto quando ho finito di scrivere il post mi sono accorto che per tutti e 3 i decenni avevo scelto un film d’amore: evidentemente l’atmosfera da San Valentino mi ha contagiato. E voi? Qual è il primo film che vi viene in mente pensando agli anni 90, 2000 e 10? E quali film consigliate per San Valentino?

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Un film completamente folle

la grande scommessa

Mi ha sempre attirato la figura dell’outsider. In molte storie c’è un personaggio sottovalutato, al quale nessuno darebbe una lira, e che invece si rivela essere il più furbo di tutti: ecco, io per questi personaggi con l’asso nella manica ho sempre provato una simpatia smisurata.
E’ per questo che ho apprezzato così tanto La grande scommessa: perché la storia ruota attorno ad alcuni uomini (realmente esistenti) che riuscirono a prevedere la crisi economica del 2008, e su questa intuizione scommisero tutto: i loro soldi, la loro credibilità, la loro intera vita. All’inizio furono derisi, ma alla lunga le loro sensazioni si rivelarono fondate, e questo ebbe le ripercussioni più diverse sulle loro esistenze: non ve le anticipo per ovvi motivi.
Di questo film ho adorato non solo la storia, ma anche lo stile particolarissimo con cui viene raccontata. I personaggi usano molti termini tecnici, ma questo non ostacola affatto la comprensione dello spettatore, perché dalle loro azioni si capisce sempre perfettamente la sostanza di ciò che stanno dicendo. E le poche volte in cui non si capisce, ecco il colpo di genio del regista: un personaggio a turno rompe l’illusione scenica, e rivolgendosi direttamente allo spettatore gli spiega in parole povere ciò che sta succedendo, ironizzando lui per primo sull’eccessivo tecnicismo del linguaggio finanziario (“Avete mai sentito parlare di mutui sub – prime? Ecco, è il modo in cui noi chiamiamo la merda di cane.”) Talvolta la rottura dell’illusione scenica avviene in modo ancora più giocoso, perché il momento “spiegone” viene affidato ad una sventola da urlo, con effetti esilaranti: in sala, davanti a Margot Robbie che parlava del sistema bancario ammiccando in una vasca da bagno, siamo scoppiati a ridere fino alle lacrime!
E le follie de La grande scommessa non finiscono qui. Il regista, evidentemente un appassionato di pop art, ha riempito il film di continui riferimenti alla cultura di massa: così capita che un personaggio accenda la tv e si metta a seguire un’intervista a Britney Spears, oppure che in un momento topico del film si sentano i Gorillaz in sottofondo. La grande scommessa è un film strapieno di citazioni, battute, trovate di regia e stimoli visivi, e tutti questi dettagli te li tira fuori dal cilindro ad un ritmo vorticoso, praticamente un colpo di genio al minuto. Così al termine della visione avresti voglia di rivederlo da capo, per gustarti quelli che ti sono piaciuti di più e cogliere i riferimenti che ad una prima visione ti erano sfuggiti. E’ anche da questo che si riconosce un grande film.

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Attori che mi porto dentro

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Ognuno di noi ha una serie di attori preferiti. Alcuni li hai visti spesso quand’eri piccolo, e quindi te li porti dentro perché li consideri come un terzo genitore. Altri ti hanno colpito perché interpretano dei personaggi nei quali ti identifichi, perché sono la persona che sei o che vorresti essere. Poi ci sono quelli che ti travolgono con la loro personalità o la loro simpatia, e quindi non importa quanto faccia schifo il film, basta che ci siano loro e per te sarà comunque una goduria.
Attori come questi sono estremamente rari. Almeno per me: quelli per cui sento un attaccamento così viscerale si possono contare sulle dita di una mano. Ebbene, agli Oscar di quest’anno hanno nominato (come migliori attori non protagonisti) ben due membri di questa ristrettissima lista: Mark Ruffalo e Sylvester Stallone. Per entrambi provo un affetto smisurato, e quindi non posso dirvi per chi tiferò dei due: sarebbe come chiedermi a chi voglio più bene tra mamma e papà. Se mi chiedete invece chi sia il favorito, vi rispondo Sly senza scaramanzie: sì, lo so che in molti spingono per Rylance, ma va tenuto di conto lo straordinario affetto che gli americani hanno per il personaggio di Rocky. E conosciamo bene l’abitudine dell’Academy di votare più il personaggio che l’attore…
Per quanto riguarda le nomination nelle altre categorie, come ogni anno non sono mancate le sorprese. Forse la più grossa è la mancata candidatura di Ridley Scott, per il quale sembrava profilarsi una sorta di “Oscar alla carriera” per The Martian. A questo punto l’Oscar per la miglior regia è quantomai incerto: probabilmente i giudici dell’Academy voteranno il miglior film, e sceglieranno il regista di conseguenza.
E proprio per quanto riguarda la categoria principale, a mio giudizio il favorito è Spotlight. Mad Max è un film troppo povero di contenuti per aggiudicarsi la statuetta più prestigiosa, e The Revenant non vincerà perché sarebbe troppo anomalo premiare 2 film dello stesso regista per 2 anni consecutivi. Ad ogni modo, per Spotlight mi aspettavo molte più nomination, perché la critica sta “spingendo” questo film da mesi. Proprio per questo non so se vincerà la statuetta principale, perché cominciare a spingere un film con troppo anticipo può essere controproducente: si rischia che, dopo mesi di battage, l’Academy si stufi e viri all’ultimo su un altro film. E’ quello che accadde, ad esempio, quando Crash – Contatto fisico prevalse su I segreti di Brokeback Mountain.
Per quanto riguarda il miglior attore, se Di Caprio non dovesse farcela (con lui non si sa mai…), vorrei che a sorpassarlo fosse Fassbender, stratosferico nel sottovalutato The Counselor. Niente da dire invece sulle 10 attrici candidate: le poche che mi stanno simpatiche hanno già vinto.
Per quanto riguarda gli altri film candidati, non mi stupisce affatto che siano rimasti ai margini Joy e The Hateful Eight, perché entrambi i trailer non mi avevano convinto. Mi incuriosisce molto invece La grande scommessa: in quanto a finanza sono ignorante quanto una capra, ma da fan di White Collar non posso fare a meno di sentirmi attratto verso film di questo genere. E voi? Quali titoli vi incuriosiscono tra quelli nominati? E per quali film e attori tiferete alla notte degli Oscar?

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