Io e Valeria

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Quando cominciai a lavorare, entrai in confidenza fin dai primi giorni con una collega in particolare. Fisicamente era carina, ma il suo fascino dipendeva da un altro fattore: il suo straordinario portamento. Era molto giovane quando la conobbi, ma era già una vera signora, sprizzava classe da tutti i pori. Io invece ero un tamarro, ma sul lavoro mi davo un tono e quindi la differenza tra noi due passava quasi inosservata.
Erano tante le cose che mi piacevano del mio rapporto con Valeria: la libertà con cui parlavamo di tutto, la facilità con cui ogni conversazione assumeva una piega divertente, la nostra capacità di calmarci a vicenda quando uno dei due attraversava un periodaccio… insomma, eravamo davvero una bella squadra.
So cosa starete pensando: che ad un certo punto ci siamo innamorati. E invece no: il bello del nostro rapporto era proprio l’assenza di risvolti sentimentali. Quando una persona ti piace, inevitabilmente cerchi di fare su di lei un’impressione più positiva possibile, e quindi il rapporto diventa meno spontaneo; se invece vi frequentate soltanto come amici, allora tu sei libero di essere te stesso fino in fondo, e non senti il bisogno di nascondere i difetti sotto al tappeto o di esaltare al massimo le tue qualità.
Preferivo mantenere il nostro rapporto su un piano puramente amichevole anche per un altro motivo: quando la conobbi soffrivo ancora a causa di un’altra donna, e quindi non mi sentivo pronto a buttarmi di nuovo in pista. Perché alla fine la vita è tutta una questione di tempismi: spesso la differenza tra un finale e l’altro la fa soltanto il momento in cui due persone si incontrano. Third person questo concetto lo fa capire perfettamente.
Questo film corale descrive le vicende di 3 personaggi: un riccone che rimorchia una bellona in un bar, un marito indeciso tra la moglie e l’amante, una donna separata che cerca di ottenere la custodia congiunta del figlio. Tutte e 3 le storie sono molto avvincenti, ma ciò che rende questo film davvero geniale è il modo in cui queste vicende si intrecciano: un biglietto che passa casualmente di mano in mano, un ascensore che si chiude al momento giusto, una telefonata che arriva nel momento sbagliato… sono questi piccoli dettagli a far precipitare le cose o a farle andare nel miglior modo possibile, e i personaggi non possono farci niente: possono soltanto sperare che la ruota della fortuna giri per il verso giusto. Come è successo a me quando ho conosciuto Valeria.

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Suicide Squad

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Se dovessi dirigere un cinecomic, gli darei un tono da film d’azione esageratissimo in puro stile Mercenari. Lo riempirei di attori con più muscoli che anima, li armerei tutti fino ai denti e poi gli ordinerei di spararsi l’un l’altro come se non ci fosse un domani.
Poi ovviamente, in mezzo a questo mucchio selvaggio di tamarri, ci piazzerei anche qualche attore di talento: chi potrei prendere? Beh, Will Smith fa vendere un sacco di biglietti, e Jared Leto è carismatico al punto giusto per fare il ruolo del “cattivo più cattivo che mai.”
E la donna del film chi la fa? Perché in ogni action movie degno di questo nome c’è una figona che solletica i bassi istinti del popolo nerd, senza di lei il flop è assicurato. E naturalmente, dato che ho a disposizione un gran bel budget, non ho bisogno di andare a prendere un’attrice caduta in disgrazia come Annalynne McCord: posso puntare più in alto, e aggiudicarmi nientepopodimeno che Margot Robbie.
Ma non mi accontento. Non mi bastano le mille sparatorie, 5 o 6 attori truzzi e la bellona del momento a fare la femme fatale: voglio anche una colonna sonora da urlo, e quindi metterò una canzone cult in ogni momento topico del film. Ovviamente anche nella scelta dei brani rivelerò la mia anima tamarra: in un film che trasuda testosterone come il mio, il rap di Eminem ci sta come il cacio sui maccheroni.
Insomma, come avrete capito il regista di Suicide Squad (David Ayer) ha fatto esattamente tutto ciò che avrei fatto io. E non è la prima volta che dimostra di conoscere alla perfezione le regole dei film d’azione: già in precedenza ne aveva firmato uno, Sabotage, che qualsiasi fan di Arnold ricorderà sicuramente con affetto.
Certo, qualche errore l’ha fatto anche lui: ad esempio, non puoi strombazzare in lungo e in largo la presenza del Joker e far credere che sia il protagonista del film, se poi lo fai apparire per un quarto d’ora in tutto. Questo trucchetto è l’ormai famigerato stunt – casting, e gli spettatori lo odiano alla follia: non a caso Suicide Squad ha avuto un passaparola molto negativo, al punto che negli USA gli incassi sono calati quasi del 70% dalla prima alla seconda settimana di programmazione.
Se vogliamo c’è anche un altro errore abbastanza grossolano. In ogni sceneggiatura che si rispetti ogni personaggio ha un ruolo più o meno importante: qua invece Capitan Boomerang è necessario quanto una sciarpa in pieno Agosto. Insomma, Ayer non si è accorto di aver inserito un personaggio inutile: una gaffe come questa la perdono ad una maestra che organizza una recita delle elementari, non ad un regista navigato come lui. Forse ha deciso di mettere Capitan Boomerang perché, con un nome ridicolo come quello, dava al film quel tocco trash che non manca mai negli action movies, neanche in quelli ad alto budget come questo.
Poi certo, Ayer è stato anche baciato dalla fortuna: sono convinto che abbia preso Margot Robbie soltanto per la sua bellezza, e lei invece in questo film dimostra di essere anche spaventosamente brava. E’ la vera anima della Suicide Squad, e sono convinto che, se continuerà a lavorare per Scorsese, vincerà sicuramente l’Oscar da qui a qualche anno.
Vi siete accorti che finora non ho detto nemmeno una parola sulla trama di Suicide Squad? Del resto, non ce n’è bisogno: andare a vedere un film d’azione e sperare di trovarci una trama è come andare dal paninaro e sperare che abbia del caviale. Se vuoi un film con una bella trama, guarda Pelle di serpente. Se invece sei in vena di emozioni forti e vuoi fare il pieno di adrenalina, guarda Suicide Squad. : )

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Un film che ti entra dentro

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Sono molto legato ad Almodovar, per un motivo molto personale: una delle sue opere più riuscite, Volver, è stato il primo film che ho visto da maggiorenne. Del suo cinema mi ero innamorato già prima, quando vidi il bellissimo Tutto su mia madre, e ne rimasi innamorato anche in seguito. Finché, come in quasi tutte le storie d’amore, avvenne un episodio spiacevole che ci allontanò: mi riferisco a Gli abbracci spezzati, un film deludente, sbagliato, insalvabile, che mi portò ad evitare i successivi film di Almodovar.
Poi, due mesi fa, la mia amica Koredititti mi disse di aver visto Julieta. Non mi disse se le era piaciuto o meno: soltanto che l’aveva visto. È stato come quando incontri un tuo amico e lui ti dice di aver visto una tua ex: magari erano anni che non pensavi a lei, ma dopo che lui te l’ha nominata vieni sopraffatto dalla curiosità, e quindi gli chiedi come l’ha trovata, che cosa si sono detti eccetera. Anch’io, dopo che Koredititti mi ha nominato Almodovar, avevo una gran voglia di sapere come stava. E avevo solo un modo per saperlo: andare a vedere Julieta.
Come in tutti i film di Almodovar, le situazioni inverosimili si sprecano. Come in tutti i film di Almodovar, la trama strappa così tante lacrime da poterci riempire una tinozza, una grossa come quella che usa la mì nonna per fare il bagno al cane. Come fa il film ad essere bello nonostante tutto questo? La risposta è semplice: è bello perché Almodovar ci mette tutta la sua sconfinata umanità, e riesce a farci affezionare alle sue donne come se le conoscessimo da sempre, come se facessero parte della nostra vita reale. Quando guardi un suo film la distanza tra finzione e realtà si annulla, perché tu entri dentro al film e il film entra dentro di te. Con Julieta Almodovar ha dimostrato di avere ancora il suo tocco magico, ha recuperato la sua innata capacità di conquistare il pubblico fin dalla prima inquadratura. È stato bello abbandonare l’arena estiva con questa consapevolezza, e con la sensazione di aver ritrovato un vecchio amico. Spero che non mi deluda un’altra volta, ma se anche accadesse non gli serberei rancore: in me prevarrà sempre la gratitudine e l’ammirazione per un regista che ormai amo in modo totalmente incondizionato.

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Chiudiamo in bellezza

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Ognuno di noi ha una serie tv che l’ha accompagnato per tutta la sua crescita, e che gli fa scaldare il cuore soltanto a sentirla nominare. La mia è Beverly Hills 90210: è stato il primo telefilm pensato per un pubblico di adolescenti, e io ho avuto la fortuna sfacciata di poterlo vedere proprio mentre facevo il liceo.
Da quando è finito, sono continuamente alla ricerca di film e serie tv ambientati nei licei americani. Soltanto a vedere un corridoio con gli armadietti ai lati mi sciolgo dalla nostalgia e dalla commozione. E’ stato soprattutto per questo che ho guardato quell’autentico gioiellino che è Get over it.
I protagonisti di questo film sono i ragazzi di una classe all’ultimo anno di liceo. Stanno per andare all’università, ma prima di allora ci sono diverse cose da fare: una di queste è la recita di fine anno, una versione moderna del Sogno di una notte di mezza Estate di Shakespeare.
Il film ruota soprattutto attorno alla preparazione di quest’evento, al quale i ragazzi tengono moltissimo: non tanto per il voto in letteratura, quanto piuttosto perché vogliono chiudere in bellezza, e lasciare il liceo con l’orgoglio di aver fatto qualcosa di bello.
Piano piano lo spettatore conosce sempre meglio i vari attori della commedia, e si affeziona sempre di più ad ognuno di loro: in particolare il film si concentra su Berke e Kelly, due ragazzi che nella recita hanno una parte di contorno, e che cominciano ad innamorarsi l’uno dell’altra senza neanche accorgersene, con la spontaneità tipica di quegli anni.
Il momento più bello del film è senza dubbio quello in cui tutti i ragazzi cantano e ballano sulle note di September degli Earth, Wind & Fire: in quel momento è tangibile l’affiatamento che c’è tra di loro, e che senza dubbio c’era anche tra i veri attori del film.
Un altro grande pregio di Get over it è il suo irresistibile umorismo: la trama è ricca di scene comiche riuscitissime, che impreziosiscono ancora di più un film già di per sé adorabile.
Ho guardato Get over it aspettandomi di vedere una stupida commedia americana, e invece ho scoperto che l’unico stupido ero io. Chiedo scusa ai ragazzi di Get over it, e li ringrazio per aver realizzato un film che mi è davvero rimasto nel cuore.

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I 10 film che ho visto con quattro gatti

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Quando vado al cinema, la prima cosa che faccio appena entro in sala è contare il numero degli spettatori. Lo faccio nella convinzione che la gente non è stupida, e quindi più la sala è affollata, più è probabile che il film sia di buona qualità.
Questa mia teoria è stata smentita innumerevoli volte. A vedere The Master eravamo un centinaio, ma faceva schifo; a vedere Ipotesi di reato eravamo in due, ma era un bel film. In linea generale, però, il ragionamento funziona.
Ma bando alle ciance: ecco i 10 film che ho visto con meno di 10 persone in sala.

10) Tutto può cambiare (8 spettatori): Un produttore discografico viene fatto fuori dall’azienda da lui stesso fondata. Entra in un pub per affogare la delusione nell’alcol, e assiste all’esibizione di una giovane cantante ancora sconosciuta. Ne rimane colpito, quindi le dà il suo biglietto da visita e la convince ad incidere un disco con lui. Il guaio è che sono entrambi squattrinati: come faranno a registrare un album a costo zero? La soluzione che trovano è assolutamente geniale: non ve la dico per non rovinarvi il piacere della visione.

9) Wild (8 spettatori): Possiamo definirlo per distacco il peggior road movie nella storia del cinema. Si basa tutto sulla ripetizione ossessiva della solita, noiosissima scena: Reese Witherspoon che vaga per un paesaggio brullo con l’aria spaesata e abbattuta. Avete presente quegli alunni senza idee che scrivono un tema ripetendo lo stesso concetto mille volte? Ecco, il regista di Wild ha fatto esattamente la stessa cosa.

8) The Counselor (6 spettatori): Questo film ha molti personaggi interessanti, tante scene riuscite e una storia molto coinvolgente. E allora perché ha fatto flop? Semplice: il regista era Ridley Scott, lo sceneggiatore era Cormac McCarthy e il cast presentava ben 5 attoroni. Tutto questo ha creato delle aspettative esagerate, che il film non è riuscito a ripagare. A me però è piaciuto.

7) Gangster Squad (6 spettatori): Questo film è un delizioso omaggio ai noir degli anni ’40. Peccato che nel giro di 70 anni i gusti del pubblico siano un po’ cambiati, e quindi Gangster Squad a stento è riuscito ad andare in pari: costato 98 milioni, ne ha incassati 105.

6) Fire with fire (5 spettatori): Poniamo che tu sia un produttore cinematografico, e che tu abbia per le mani una sceneggiatura che, se diventerà film, incasserà pochissimo. Come fai per raggranellare qualche soldino in più? Ricorri al trucchetto chiamato stunt – casting, ovvero chiami un attore famoso (in questo caso Bruce Willis) e gli dai 2 lire per fargli fare un ruolo di contorno, più che sufficiente per attirare in sala tutti i suoi fan. Certo, quando questi ultimi si accorgeranno che il loro idolo appare per 5 minuti in tutto ti manderanno a quel paese, ma intanto tu i soldi del biglietto glieli hai già sfilati.
Questo è esattamente il caso di Fire with fire, e io sono uno dei fan di Bruce Willis che si sono fatti fregare. Mi consolo pensando che questo film fu comunque un flop clamoroso. Così imparano a usare questi trucchetti da 4 soldi. : )

5) Sin City (4 spettatori): L’ho visto due volte: la prima al cinema, la seconda in tv. Tra una visione e l’altra sono passati quasi 10 anni, quindi la prima volta ero un ragazzino, la seconda quasi un uomo. Eppure il film mi ha suscitato le stesse identiche emozioni: rabbia per le ingiustizie subite da Hartigan, ammirazione per l’altruismo di Dwight e un’infinita simpatia per Marv. Un film gigantesco.

4) Robocop (3 spettatori): Gli spettatori si aspettavano che questo remake fosse un film d’azione dall’inizio alla fine, e invece si sono trovati di fronte ad un dramma familiare che soltanto nel secondo tempo, con il pubblico ormai narcotizzato, prende la piega che avrebbe dovuto assumere fin da subito. Le scazzottate, gli inseguimenti, le sparatorie eccetera ci sono, ma devi aspettare il minuto 58 per vederle arrivare. Molti spettatori non hanno avuto questa pazienza, ed ecco spiegato il flop di Robocop.

3) Escape Plan (3 spettatori): Fino a 20 anni fa Arnold Schwarzenegger e Sylvester Stallone erano tra gli attori più popolari in circolazione. Oggi però i nostri eroi sono seguiti soltanto da uno zoccolo duro di nostalgici, come si può dedurre dal fatto che Escape Plan non se l’è filato quasi nessuno. Non sanno cosa si sono persi.

2) Ipotesi di reato (2 spettatori): Nel cast c’erano delle superstar come Ben Affleck e Samuel L. Jackson, più dei premi Oscar come Sidney Pollack e William Hurt. Per di più era un thriller, non un film intellettualoide. Insomma, c’erano tutti i presupposti per fare il pienone. Ebbene, a vederlo eravamo in due: io e mio padre. E ci piacque anche.

1) My father Jack (1 spettatore): Ebbene sì: il film di cui ho decantato le lodi nel mio post precedente è stato anche il primo che io abbia visto da solo, in una sala cinematografica tutta per me. Resterà l’unico? Ai posteri l’ardua sentenza.

Cosa ne pensate dei film che ho elencato? E soprattutto, quali sono i film che voi avete visto con quattro gatti?

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Il giorno di Timber

timber 5Due miei carissimi amici sono dei ballerini. Quando Marco e Francesca si esibiscono, anche se non sai niente di ballo ti accorgi subito che hanno un talento raro, quel talento che ti fa bloccare davanti a loro e ti impedisce di distogliere lo sguardo finché non hanno finito. E quando finiscono, ogni volta hai la sensazione che si sia interrotto un incanto irripetibile, del quale purtroppo rimarrà traccia soltanto nella tua memoria.
Li ho visti ballare molte volte, ma senza dubbio la loro esibizione più bella risale a due anni fa, quando danzarono sulla base di una canzone molto popolare in quel periodo (Timber).
La canzone era già molto bella di suo, ma loro riuscirono a migliorarla ulteriormente: infatti accompagnavano i passaggi più vivaci con un battito di mani o battendo i piedi a terra, e in questo modo la rendevano ancora più energica e trascinante di quanto già non fosse. Non è durato molto, ma è stato un momento magico e perfetto, che mi porterò sempre dentro.
Pochi giorni più tardi io mi laureai. Marco e Francesca vennero a vedermi, e io ne approfittai per chiedergli quanto ci avessero messo a preparare quella coreografia. Loro si accorsero che glielo stavo chiedendo con sincera ammirazione, e quindi furono quasi imbarazzati nel dirmi che ci avevano messo soltanto 3 giorni. In quel momento avrei voluto togliermi la corona d’alloro, e metterla in testa a loro due: perché se erano riusciti a creare quel capolavoro in soli 3 giorni, allora erano loro i veri fenomeni, non io che avevo prodotto qualcosa di molto meno bello (la mia noiosissima tesi) in molto più tempo (un anno di lavoro).
A posteriori, vi dirò che senza dubbio il giorno in cui li vidi ballare Timber fu molto più bello di quello della mia laurea. Nel secondo caso ci furono alcuni fattori che rovinarono un po’ la festa, e mi impedirono di godermela appieno; il giorno di Timber invece fu un giorno in cui venni travolto dalla bellezza nella sua forma più pura, e non c’era nulla che potesse sporcare quel quadro così perfetto.
Ieri, per due ore della mia vita, ho riprovato la leggerezza di quel giorno. E il merito è tutto di My father Jack.
Potrei dire molte cose su questa commedia all’italiana che strizza l’occhio a Tarantino, piena com’è di colpi di scena, situazioni divertenti e paradossali e personaggi fuori dalle righe. Invece preferisco non dirvi niente, e limitarmi a fare un nome e un cognome: Francesco Pannofino. Il film ha tanti comprimari degni di nota, ma tutto ruota attorno a lui e al suo talento istrionico: il suo faccione rotondo, la sua voce profonda, il suo carisma unico riempiono lo schermo per quasi tutto il film, regalandoci divertimento e risate a non finire. E’ soprattutto a lui che devo dire grazie, se ieri ho passato una serata così bella. Bella quasi quanto il giorno di Timber.

timber 4

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Confessioni di un tamarro

blood out

Ho una passione viscerale per i film d’azione. E quando ho voglia di vederne uno, non vado a scegliere i più raffinati, tipo quelli con Liam Neeson: no, vado proprio a pescare nel torbido, e a cercare quelli con attori come Dolph Lundgren, Vinnie Jones e 50 Cent. Questi film li riconosci dalla prima inquadratura, perché hanno tutti una serie di elementi imprescindibili:

– I personaggi vestono rigorosamente in jeans e canottiera, per lasciare bene in vista i bicipiti tatuati;
– L’ambiente in cui si muovono è volutamente degradato, con le comparse messe ad interpretare spacciatori e puttane anziché fornai e ciabattini come nei film normali;
– La trama prevede che salti fuori una sparatoria ogni 5 minuti, e sono ammessi intervalli più lunghi soltanto se nel mezzo c’è una scena di sesso.

Film inguardabili? Per voi forse. Per me invece sono il top del top. Li adoro perché sono intrattenimento allo stato puro, senza alcuna pretesa intellettuale, e soprattutto perché soddisfano il mio lato tamarro e amante del trash. Di recente, però, mi sono imbattuto in un film d’azione troppo trash anche per me: Blood Out.
Io e questo film ci siamo incrociati ad un’edicola: appena ho visto il nome “50 Cent” sulla copertina del dvd, l’ho subito staccato dalla rastrelliera e mi sono fiondato a pagarlo all’edicolante. Se lui mi avesse chiesto 50 euro, io avrei tirato fuori la banconota senza indugio. Perché a me gli action movies tamarri fanno quest’effetto: mi fanno spegnere il cervello prima ancora di vederli, mi fanno regredire ad uno stato di imbecillità così pauroso che perfino l’homo erectus me farebbe ‘na pippa. Allora non potevo immaginarlo, ma purtroppo l’homo erectus farebbe ‘na pippa anche agli idioti che hanno realizzato questo film.
Una volta arrivato a casa, mi sono messo comodo comodo sul divano e ho aspettato che Blood Out partisse. Già i titoli di testa promettevano bene: oltre a 50 Cent c’era pure Val Kilmer (quanto sono lontani i tempi di Batman…). La prima scena poi è l’apoteosi: un commando fa irruzione in una raffineria di cocaina, e ovviamente volano proiettili da una parte e dall’altra. Avevo già gli occhi che mi brillavano.
Poi è partita la vera trama del film: ad un poliziotto ammazzano il fratello, e quindi lui si infiltra in una banda criminale per trovare il responsabile. Insomma, una scopiazzatura di The Departed.
Quando mi sono reso conto che Blood Out scimmiottava palesemente Scorsese, ho cominciato a ridere. E non la risatina di sottofondo, quella che fai sotto i baffi quando succede qualcosa di vagamente buffo: intendo proprio la risata grassa, irrefrenabile, quella che parte dalla pancia, ti arriva alla bocca e ti fa sconquassare tutto il corpo lungo il tragitto. Finché non è arrivata quella scena.
Ve la descrivo brevemente. Il poliziotto infiltrato sta inseguendo in moto l’auto di un brutto ceffo: quando riesce a raggiungerla, il poliziotto spicca un balzo dal sellino della moto e monta sul tettuccio. E a quel punto arriva la scena più idiota nella storia del cinema: la macchina si inclina, ma prima che tocchi terra il poliziotto poggia i piedi sull’asfalto, se la carica sulle spalle e la lancia via con la sola forza delle braccia.
Avete capito bene: un uomo che si carica in spalla una macchina (tra l’altro con due passeggeri dentro) e la lancia via a mani nude. A quel punto ho smesso di ridere, e ho premuto il tasto Rewind: vabbé che ero regredito allo stato di homo erectus, ma perfino in quelle condizioni il mio cervello di gallina si rifiutava di accettare l’assurdità della scena a cui avevo appena assistito. L’ho riguardata una seconda volta, e purtroppo era tutto vero.
A quel punto ho capito che Blood Out è un film straordinario. Blood Out è il Maradona dei film brutti, la Claudia Schiffer dei film inverosimili, il Leonardo da Vinci dei film spazzatura. Quest’ultimo paragone è forse il più calzante, perché quando un film raggiunge delle vette trash mai toccate prima allora diventa una forma d’arte e crea un nuovo standard, esattamente come Leonardo creò dei nuovi standard in tutti i campi in cui si è cimentato.
Sapete che vi dico? 50 euro per Blood Out sarebbero stati anche troppo pochi. Film come questo hanno un valore inestimabile, vanno messi sullo scaffale accanto a film come Via col vento e Ombre rosse. Perché John Wayne riusciva a centrare un indiano da un cavallo in corsa… ma scommetto che non gli è mai venuto in mente di ribaltare una macchina a mani nude.
Come dite? Non gli è mai venuto in mente perché è una puttanata? Non li ascoltare, caro sceneggiatore di Blood Out: come Leonardo, tu sei troppo avanti per i tuoi tempi, e quindi la tua genialità è destinata a non venire compresa nell’immediato. Tra qualche anno, tuttavia, sono convinto che tutti i più grandi attori lanceranno macchine come se fossero lattine di birra, tu verrai candidato all’Oscar e ci sarà una campagna per fartelo vincere tipo quella per Di Caprio. Magari il tuo idolo Scorsese ti chiamerà a lavorare con lui, e tu sarai costretto a rinunciare perché sarai troppo impegnato a scrivere il prossimo film di Ridley Scott. Quel giorno ricordati di me, e presentami ad una delle strappone che ti gireranno attorno. Quella di Blood Out, ad esempio, mi andrebbe benissimo. : )

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