Un film fuori dal comune

I cinecomics sono forse il genere cinematografico più amato degli ultimi 15 anni. Io all’inizio li ho seguiti con grande passione, ma poi il mio interesse ha cominciato a scemare, perché mi sembravano tutti uguali: un supereroe incontra un cattivo apparentemente invincibile, ma alla fine scopre il suo punto debole e lo sconfigge. Dopo essermi visto propinare questo canovaccio per 5 o 6 volte di fila mi sono stufato, e da allora sono andato a vedere un film di questo tipo soltanto se usciva un po’ fuori dai canoni del genere. E’ il caso ad esempio di Suicide Squad e Deadpool, che sono senza dubbio i cinecomics più politicamente scorretti di sempre, e proprio per questo hanno avuto un successo clamoroso. E’ anche il caso di Spider – Man: Homecoming.
Perché l’ultimo film dell’Uomo Ragno non è il tipico cinecomic? Perché lo sceneggiatore ha avuto un’idea geniale e coraggiosissima: trasformarlo in un teen movie.
Spider – Man: Homecoming è prima di tutto la storia di Peter Parker, che ha tutti i problemi tipici dell’adolescenza: la difficoltà di conciliare studio e attività extrascolastiche, le incomprensioni con chi gli sta vicino (gli adulti in primis), l’incapacità di dichiararsi alla ragazza per cui ha una cotta… il film si concentra soprattutto su questo lato del personaggio, e così facendo lo fa sentire vicinissimo a noi, perché le esperienze che sta attraversando le abbiamo vissute tutti, e le ricordiamo sempre con piacevole nostalgia.
Naturalmente non mancano le parti “con il costume”, e anche quelle si elevano al di sopra di un normale cinecomic: infatti il cattivo che l’Uomo Ragno deve affrontare non è il solito psicopatico affetto da deliri di onnipotenza, ma un uomo perfettamente razionale che ha scelto lucidamente di stare dalla parte del male, e sotto un certo punto di vista le sue motivazioni possono apparire non solo sensate, ma perfino nobili. Il villain di questo film ha lo spessore e la tragica grandezza di un personaggio Shakespeariano, e quindi lo spettatore non lo vede mai come un semplice pazzo da sbattere in cella: al contrario, in certi punti del film viene quasi da tifare per lui.
Insomma, Spider – Man: Homecoming è in pratica due film in uno: un teen movie con protagonista Peter Parker, un cinecomic con protagonista il cattivo. E da qualunque lato lo si voglia analizzare, è senza dubbio un film fuori dal comune: ve lo raccomando senza esitazioni.

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Bella e maledetta

Il Macbeth è un’opera maledetta. Da secoli chiunque la reciti a teatro va incontro alle più tremende sciagure: è come se questa tragedia portasse dentro di sé il fantasma di una maledizione, che si diffonde come un virus tra tutti coloro che decidono di metterla in scena. Nel ‘600 la scia di sangue che quest’opera si portava dietro era già così inquietante da indurre il re Giacomo I a bandirla da ogni teatro per 5 anni: non ce n’era bisogno, perché i teatranti stessi si astennero dal recitarla addirittura fino al 1703. E quando il Macbeth tornò sul palcoscenico, a Londra si scatenò una delle più gravi tempeste nella storia della città: la regina Anna non ci mise molto a fare 2 + 2, e ordinò addirittura la sospensione di tutti gli spettacoli teatrali per una settimana.
La maledizione del Macbeth non conosce confini, e quindi nell’800 si spostò fino in America: nel 1849, durante le prove dello spettacolo a New York, scoppiarono dei tumulti che causarono 22 morti e parecchi feriti.
Nel 1937 uno dei migliori attori Shakespeariani di sempre, Laurence Olivier, decise di cimentarsi in una delle poche tragedie del vecchio William che lui non aveva ancora interpretato. Non l’avesse mai fatto: lui perse la voce, il regista morì in un incidente d’auto e l’attrice che interpretava sua moglie rimase gravemente ustionata.
Questi sono solo alcuni dei tanti episodi cruenti causati da questa tragedia. Il professor Peter Lund li conosce tutti, eppure ha deciso di sfidare la sorte, scegliendo proprio il Macbeth come opera da rappresentare alla recita di fine anno. I suoi ragazzi (una classe all’ultimo anno di liceo) sono tutti piuttosto bravi, ma l’attrice principale, Hattie Hoffman, ha qualcosa in più rispetto a loro: non è semplicemente talentuosa, è proprio brillante, quel genere di attrice che quando appare sul palcoscenico fa scomparire tutti gli altri.
Ovviamente è anche la ragazza più carina, e la studentessa più intelligente: Peter non ci mette molto ad innamorarsi, e lei lo ricambia senza nasconderlo, anzi lo corteggia in modo sempre più spudorato. Lui alla fine cede, e i due iniziano una relazione clandestina.
Poi un giorno Hattie viene trovata uccisa a coltellate. Il detective che indaga sulla sua morte è un tipo sveglio, quindi nel giro di pochi giorni scopre ogni cosa sulla relazione che aveva con il suo professore. Tuttavia, non è del tutto convinto che Peter sia il colpevole: conosce bene Pine Valley, e sa che in quel paese pieno di invidie una ragazza perfetta come Hattie Hoffman doveva aver attirato molte antipatie. Chi è stato ad ucciderla? Un professore disperato che cercava di salvare il suo lavoro e il suo matrimonio, o uno dei tanti che vedevano Hattie come il fumo negli occhi?
L’ultima sera di Hattie Hoffman è un libro che non ti fa dormire. Non perché ci siano delle scene cruente, ma perché l’ossessione di sapere chi è l’assassino ti divora sempre di più pagina dopo pagina, ed è scritto così bene che non riesci a mollarlo neanche per un secondo. L’autrice (Mindy Mejia) è bravissima non soltanto nel far salire alle stelle la curiosità del lettore, ma anche nel raccontare la storia da vari punti di vista: quello della stessa Hattie, che ci racconta in prima persona cosa è successo prima della sua morte; quello di Peter, che ci racconta come è nata la storia con la sua studentessa preferita; quello del detective, che mette insieme i pezzi del puzzle con grande intuito e pazienza, confidando nel fatto che alla fine la verità verrà a galla e la giustizia trionferà. Poi ci sono tutti i personaggi di contorno, tutti i compaesani di Hattie, che mal tolleravano il fatto che lei fosse così superiore a tutti gli altri. E’ stato il suo professore ad ucciderla, o il colpevole è da cercare in mezzo a loro? Non posso dirlo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere L’ultima sera di Hattie Hoffman: è davvero un libro eccezionale.

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Nessuno come lui

winner-242Adoro i feel good movies. Sono quelle commedie che non contengono nessuna battuta portentosa, ma con la loro atmosfera incantevole ti trasmettono una sensazione di profondo benessere dal primo all’ultimo minuto. Sono quei film che guardi quando ti va tutto storto, e proprio per questo hai bisogno di qualcosa che ti infonda ottimismo, che ti faccia capire che, nonostante tutto, la vita è proprio bella.
Di norma queste commedie hanno una forte vena romantica (penso ad esempio a Pretty Woman), ma ogni tanto capita qualche film che riesce a cambiare le carte in tavola, e ad intrattenere lo spettatore con una tattica meno scontata. Lo stagista inaspettato è uno di questi film.
La trama ruota attorno a Ben, un anziano annoiato dalla pensione che riesce a farsi assumere in una ditta di e – commerce. All’inizio tutti lo trattano come l’ultima ruota del carro, convinti che in un’azienda così tecnologica lui ci stia come il cavolo a merenda. Con il tempo tuttavia lui riesce non soltanto a ritagliarsi il suo spazietto, ma addirittura a diventare un punto di riferimento per l’intera azienda: e non tanto per il suo cervello, quanto piuttosto per la sua sensibilità, che lo porta a diventare un secondo padre per tutti i suoi colleghi.
Tra tutti i suoi compagni di avventura, quella che ha più bisogno del suo aiuto è la sua boss: la sua vita privata e professionale sta andando a rotoli, e soltanto un uomo con la sua saggezza può aiutarla a mettere le cose a posto. Basteranno i suoi sforzi per risolvere tutto? E in che modo potrebbe riuscirci? Non posso dirvelo, naturalmente.
Soltanto Robert De Niro avrebbe potuto interpretare questo ruolo. Nessuno come lui infatti sa entrare in un film in punta di piedi, talvolta anche in un ruolo secondario, e rubare la scena a tutti in men che non si dica. L’ha fatto anche ne Lo stagista inaspettato: all’inizio sembra destinato a fare da spalla alla sua boss, e invece diventa lui il vero trascinatore, l’unico e solo protagonista del film.
Dietro a Lo stagista inaspettato si coglie anche la mano di Nancy Meyers, che ormai è una vera esperta dei feel good movies: prima di questo film infatti ci aveva già regalato What Women Want e L’amore non va in vacanza. Avrebbe potuto continuare sul filone delle commedie romantiche, e invece ha scelto di farci stare bene parlando di un altro argomento: la bellezza di far parte di una squadra, e di stare in un ambiente dove ci si aiuta l’un l’altro come un’unica grande famiglia. Lo stagista inaspettato è quindi un film sull’altruismo, e sul benessere che provi quando ti accorgi che le tue azioni hanno avuto effetti positivi sulle persone a cui vuoi bene. C’è sempre bisogno di film così. E c’è sempre bisogno di Robert De Niro.

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Febbre da concerto

Andare ad un concerto è una delle esperienze più belle che si possano fare. Di norma l’eccitazione comincia a scorrerti dentro già la mattina, quando parti in macchina con i tuoi amici, e vedendo i loro occhi che brillano già cominci a pregustare la splendida serata che passerai con loro.
Il viaggio stesso è un’altra goduria, perché per prepararvi all’evento mettete su le canzoni del cantante che andrete a sentire, e cominciate a cantarle a squarciagola per una buona metà del percorso. L’altra metà la passate a chiacchierare, e anche quelle conversazioni hanno un sapore diverso dal solito, perché le fate con la leggerezza di chi ha come unico pensiero il lieto evento al quale state per assistere.
Quando il viaggio finisce, inizia la febbrile attesa davanti ai cancelli. E quando finalmente arriva qualcuno ad aprirli, il suono stridulo e metallico con cui si schiudono a voi sembra la melodia più dolce del mondo.
A quel punto parte un’altra febbrile attesa, quella per l’arrivo del cantante. E quando alla fine si palesa, il boato che scuote l’intera platea aumenta ulteriormente il tuo entusiasmo, e da solo basterebbe a ripagarti di tutti i sacrifici che hai fatto per essere lì.
Soltanto dopo tutto questo parte il concerto. E raramente ti delude, perché conosci il cantante come le tue tasche, e sai bene che anche nella sua serata peggiore saprà comunque tirarti fuori un’emozione.
Quest’esperienza l’ho provata diverse volte, ma confesso di non essermi mai immaginato l’evento dall’altra parte della barricata. Come vivono tutto questo i cantanti? L’ho scoperto di recente, leggendo L’ultima tournée di Sally O’Hara di Michele Mingrone.
Questo romanzo ruota attorno ad una cantante che si è da tempo ritirata (Sally O’Hara appunto): è proprio la nostalgia dei concerti che la fa tornare in pista, e le fa decidere di mettere su una nuova band. Prova a riallacciare i contatti con i suoi vecchi musicisti, ma tutti loro rifiutano o sono disposti a pensarci solo in cambio di un pacco di soldi. Insomma, Sally è costretta a ripartire da zero.
Alla fine riesce a trovare alcuni ragazzi disposti a suonare con lei per passione, e non per tirar su due spicci. Ovviamente sono tutti inesperti, ma è proprio questo il bello del romanzo: il fatto che parli di una band “casereccia”, che magari non suonerà mai a San Siro, ma nel suo piccolo riesce comunque a creare arte e a donarla al mondo.
Sally prende i ragazzi sotto la sua ala protettrice, e diventa per loro una maestra di vita oltre che di musica. Il libro è meraviglioso anche per questo: non soltanto per l’atmosfera che si respira quando l’autore descrive i concerti della band, ma anche per il profondo affetto che lega tra loro i vari personaggi.
Capitolo dopo capitolo anche il lettore si affeziona profondamente a loro, ed è sempre più curioso di sapere dove li porterà la loro avventura: riusciranno a togliersi le loro soddisfazioni, o gli resterà solo il piacere di essersi conosciuti e di aver fatto qualcosa di bello? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere L’ultima tournée di Sally O’Hara: ne sarete deliziati.

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Ci sposeremo, te lo prometto

Sono figlio di una coppia interrazziale. Di conseguenza ho sempre vissuto secondo regole, principi e mentalità agli antipodi del razzismo. Per me il razzismo è sempre stato qualcosa di innaturale e inspiegabile, come l’acqua che va in salita o il fuoco che non brucia. Proprio per questo motivo, ho sempre guardato con interesse i film su questo tema: dapprima con la speranza che mi aiutassero a capire, poi per la gioia di poter vedere che alla fine i razzisti ricevono (quasi) sempre una gran bella musata.
In questo sono stato anche molto fortunato, perché sul tema gli americani hanno costruito una filmografia da urlo. Due anni fa, quando vidi Non predicare… spara!, pensai che avevo raggiunto la cima della montagna: il regista (che non a caso era proprio Sidney Poitier, quello di Indovina chi viene a cena?) aveva parlato del razzismo con una profondità, con una delicatezza, con una poesia che ero certo non potessero più essere eguagliate. Loving non le eguaglia, ma ci va molto vicino.
Questo film parla di una storia normale e straordinaria allo stesso tempo. E’ normale perché i due protagonisti, Richard e Mildred, sono due persone molto semplici, come è semplice il sentimento che li lega e la naturalezza con cui lo vivono; è straordinaria perché sono stati capaci di coltivare e proteggere questo amore pur essendo un bianco e una nera nell’America degli anni 50, una società che riteneva perfino criminale un’unione come la loro.
Ai due tocca quindi portare un fardello del quale potrebbero liberarsi in qualsiasi momento, semplicemente prendendo delle direzioni diverse. Ma loro sono troppo legati per lasciarsi andare, e quindi sono pronti ad affrontare qualsiasi difficoltà pur di rimanere insieme.
Queste difficoltà puntualmente arrivano, ma non sono quelle che lo spettatore si aspetta in un film di questo tipo. Non ci sono i tizi incappucciati del Ku Klux Klan che gli incendiano la casa, o un passante per strada che gli lancia un pomodoro: i razzisti che vivono intorno a loro sono troppo vigliacchi per delle azioni così eclatanti, e quindi gli mettono i bastoni tra le ruote con la burocrazia, con le leggi, perfino con le credenze religiose. Tutto questo con un fine ben preciso: impedire ai Loving di essere legalmente sposati nel loro stato. Riusciranno Richard e Mildred a superare tutti questi ostacoli? Non posso dirlo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di andare a vedere Loving: non ve ne pentirete.

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Oscar 2017: l’impossibile è diventato realtà

Come ho confessato in un mio vecchio post, sono cresciuto guardando film d’azione. E sin da quando ero adolescente, ho maturato la consapevolezza che quei film, per quanto fossero ben diretti, ben interpretati e ben sceneggiati, non avrebbero mai avuto alcuna chance di vincere l’Oscar. Quelle porte gli venivano sbarrate a prescindere, perché i giurati dell’Academy preferivano dei film più eleganti, più raffinati, in una parola: più da Oscar. Di conseguenza, potete immaginare la gioia che ho provato quando ho visto che questo tabù è finalmente caduto: Suicide Squad, uno dei film d’azione più tamarri degli ultimi anni, ha vinto l’Oscar per il miglior trucco. E’ stato un evento secondario nella notte delle premiazioni, che molti non avranno notato o avranno accolto con irritazione, ma per me è stata davvero una bellissima sorpresa.
Altri due film per cui facevo il tifo erano Silence e La battaglia di Hacksaw Ridge. Il primo è rimasto a mani vuote, ma il secondo è riuscito a strappare due Oscar a La La Land, e quindi direi che ha ottenuto il miglior risultato possibile.
Proprio La La Land è stato il grande sconfitto della serata. Sembrava che potesse battere addirittura il record di Oscar ottenuti da un singolo film, invece ne ha ottenuti “solo” 6, e soprattutto ha mancato quello per il miglior film, che sembrava assolutamente scontato. Tra l’altro quella statuetta gli è stata soffiata in modo decisamente controverso: il premio lo consegnavano Warren Beatty e Faye Dunaway, ai quali era stata consegnata la busta sbagliata (c’era scritto Emma Stone for La La Land, quindi era quella per la miglior attrice). Di conseguenza loro hanno letto quella, e soltanto in un secondo momento, mentre i produttori di La La Land stavano già facendo il discorso di ringraziamento, è saltato fuori il clamoroso errore: aveva vinto Moonlight. Insomma, una figuraccia epica.
So che sto per esprimere un parere impopolare, ma onestamente non mi strappo i capelli per la mancata vittoria di La La Land, perché a mio giudizio è un film sopravvalutato. Certo non quanto altri titoli premiati negli ultimi anni (La teoria del tutto, The Danish Girl e soprattutto Mad Max), ma sempre di apprezzamento esagerato si tratta.
E forse è proprio il troppo amore per questo film che ha tarpato le ali a La La Land: l’Academy ha voluto dimostrare di non essere schiava dei gusti del pubblico, e ha scelto di premiare apposta qualsiasi altro film fuorché quello.
Per quanto riguarda gli altri premi, l’unico che mi è balzato agli occhi è quello a Viola Davis: un’attrice straordinaria che meritava il premio da molti anni, e che finalmente è riuscita a coronare il suo sogno. Ma è inevitabile che la sua favola, in un contesto di grande delusione per La La Land, passerà assolutamente in secondo piano.
Insomma, tutto sommato la notte degli Oscar mi ha soddisfatto, e probabilmente sarò uno dei pochi appassionati di cinema a poterlo dire. E voi, cosa ne pensate di queste folli premiazioni?

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Benedetto il giorno che ti ho incontrato

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Quando vidi Andrew Garfield per la prima volta, eravamo entrambi dei ragazzini. Con la differenza che io ero ancora un semplice studente universitario, mentre lui stava già tentando la scalata al successo con il suo primo ruolo importante: interpretava il protagonista in The Amazing Spider – Man. Quel film gli ha cambiato la vita, in tutti i sensi: ha lanciato la sua carriera e gli ha fatto conoscere il suo primo amore, l’ora famosissima Emma Stone.
Cinque anni dopo la loro storia è finita, ma la carriera di Andrew continua ad essere in piena ascesa. Anzi, i successi professionali sembrano andare di pari passo con le delusioni amorose: nel 2015 si è lasciato con la sua fidanzata, nel 2016 ha recitato da protagonista con Martin Scorsese e Mel Gibson. E per un curioso gioco del destino, come se le loro vite continuassero ad essere inseparabilmente legate, anche Emma Stone ha raggiunto l’apice della carriera l’anno scorso, ottenendo il ruolo principale nell’acclamatissimo La La Land.
Ma torniamo al nostro Andrew. Quando l’ho visto recitare in Silence, pensai che probabilmente non avrebbe mai fatto un altro film così bello, né avrebbe mai fornito un’altra interpretazione così profonda e intensa. Continuo a pensarlo, ma anche La battaglia di Hacksaw Ridge è senza dubbio qualcosa di speciale.
Che sia un film di Mel Gibson lo intuisci fin dal primo minuto, perché questo regista ha una dote riservata a pochissimi: l’abilità nel creare un’atmosfera epica. E il bello è che ci riesce non soltanto nelle scene di guerra, ma anche quando affronta dei temi di vita quotidiana, come l’amore, la famiglia e l’amicizia. Anzi, le scene ambientate fuori dal campo di battaglia sono le migliori, perché ci fanno capire che Desmond Doss (l’uomo che ha ispirato il film) non era straordinario soltanto quando indossava una divisa, ma in ogni aspetto della sua vita, e ha illuminato con la sua sconfinata umanità tutte le persone che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Storie come la sua ci colpiscono nel profondo, e ci spingono a diventare delle persone migliori: è uno degli obiettivi più importanti e più difficili che un film si possa prefiggere, e La battaglia di Hacksaw Ridge l’ha centrato in pieno.

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