Da vedere

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Questo fine settimana ho visto 3 film, tutti abbastanza interessanti da meritare la vostra attenzione. Li descriverò (con meno dettagli possibili) nell’ ordine in cui li ho visti.
Sono partito da L’ uomo con i pugni di ferro. E’ chiaro come il sole che si tratta di un clone di Kill Bill, e il film non tenta minimamente di nascondere questo debito, anzi lo esibisce, facendo apparire diversi attori di quel film (Lucy Liu su tutti). Se si chiude un occhio sulla sua scarsa originalità, é un prodotto riuscitissimo: non ha cadute di ritmo, le scene d’ azione sono tutte spettacolari e la trama non é un mero pretesto per far schizzare un po’ di sangue qua e là, anzi tocca delle vette di raffinatezza davvero insospettabili.
Ho proseguito con Fire with fire. Mi aspettavo di vedere l’ ennesimo film d’ azione con Bruce Willis: ho scoperto invece che il protagonista era un altro, e il nostro Bruce é relegato in un ruolo del tutto secondario. Basti dire che in tutto il film non spara una sola pallottola e picchia un solo uomo: penso che sia il suo record negativo da quando sua madre ha smesso di cambiargli il pannolino. Nonostante l’ inoperosità di Bruce Willis, il film si fa apprezzare per una sceneggiatura corretta e verosimile (cosa rara per un film d’ azione), per l’ adrenalina che trasmette dall’ inizio alla fine e, più in generale, per il fatto che la sua sola esistenza contribuisce a mantenere in vita un genere, il film d’ azione in stile anni 90, decisamente a rischio estinzione. Lo si può dedurre dal fatto che a vedere Fire with fire eravamo in 5, ed io ero l’ unico under 50: segno che si sta estinguendo non solo il genere, ma anche il suo pubblico.
Ho finito con No – I giorni dell’ arcobaleno. L’ argomento era la fine della dittatura in Cile, e il ruolo che hanno avuto i mass media in quest’ evento. Confesso che questo é il film che mi é piaciuto di meno: ci sono troppi momenti morti, troppe chiacchiere, troppe scene l’ una uguale all’ altra. Nonostante questi difetti, rimane un film bello e da vedere.
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La fine di un’ era

Dal libro al film e ritorno

Tre anni fa mi ritrovai a passare un’ Estate quasi totalmente libera da impegni, e ne approfittai per leggere molti libri che avevo comprato nei mesi precedenti.
Fu il mio personale Big Bang. Se fino ad allora avevo sempre coltivato questa mia passione in modo sporadico, leggendo pochi libri l’ anno, da quel momento in poi ho cominciato a divorarne uno dietro l’ altro. Raramente un romanzo mi é durato più di qualche giorno, e prima ancora di finirlo sapevo già non solo quale sarebbe stato il libro successivo, ma anche quello dopo ancora.
Dal 2010 ad oggi ho letto 162 libri: lo so per certo perché, quando ho capito che non mi sarei più fermato, ho cominciato a tenerne un elenco.
Magari qualcuno penserà: “Si vede che non hai molto da fare.” Vi posso assicurare che, nell’ arco di una giornata, trovare 20 minuti per la lettura é estremamente facile. Puoi ritagliarteli prima di andare a letto, mentre aspetti che sia pronta la cena o semplicemente riempiendo con un libro i tanti momenti morti che anche la giornata di un uomo impegnatissimo offre.
Questo periodo di letture ininterrotte si é chiuso 12 giorni fa: ho finito il magnifico King Suckerman di George Pelecanos, e dopo una lettura così soddisfacente ho pensato che era arrivato il momento di prendersi una pausa. Quel libro era la degna conclusione di un ciclo di letture bellissimo ma allo stesso tempo sfibrante, che mi aveva lasciato svuotato e bisognoso di ricaricare le pile. Magari già il mese prossimo mi butterò su un libro da 500 pagine, ma al momento non potrei affrontarne nemmeno uno da 200.
Ho scritto quest’ articolo per parlare di alcuni autori che in questi 3 anni sono stati miei assidui “compagni di viaggio”: Julian Rathbone, Elmore Leonard, Don Winslow, George Pelecanos e Patrick Quentin. Li ho citati senza un ordine particolare.
Leggere un libro di Julian Rathbone é come guardare un film di Christopher Nolan. Ci sono troppi avvenimenti e la trama é troppo complessa perché tu possa capire tutto, quindi é meglio non fermarsi a riflettere su cosa sta succedendo, ci perderesti la testa: devi semplicemente lasciare che il libro scorra, e seguirne la corrente senza farti troppe domande. L’ unico romanzo di Julian Rathbone con una trama relativamente semplice é Nairobi Connection, non a caso il suo capolavoro.
Elmore Leonard é un autore imprevedibile. Ho letto 6 dei suoi romanzi, e di questi 2 erano stupendi e 4 erano di una lentezza esasperante. Di solito i suoi libri hanno degli ottimi dialoghi, dei personaggi “tarantiniani” e delle scene molto ben riuscite; il guaio é che spesso tra una scena riuscita e l’ altra ci sono pagine e pagine di noia assoluta, durante le quali non succede assolutamente niente. Tra quelli che ho letto, gli unici romanzi di Elmore Leonard che non presentano queste cadute di tono sono Road Dogs Mr Paradise: ecco, leggete questi 2 e poi fermatevi lì.
Don Winslow é senza dubbio il migliore tra gli autori qui citati. Gli andrebbe fatto un monumento per il solo fatto di aver scritto Il potere del cane, ma la sua bibliografia presenta almeno altri 2 titoli imperdibili: Le belve e I re del mondo.
George Pelecanos é uno scrittore yankee al 100 %, nel senso che nessuno descrive meglio di lui l’ America in tutte le sue sfaccettature: i ghetti, le partite di basket, la musica black, la cultura pop, le macchine, i bar… leggere un suo libro é come prendere un aereo per Washington (dove sono ambientati tutti i suoi romanzi) e poi immergersi per qualche giorno nella vera cultura americana, quella che non puoi imparare su nessun libro di scuola.
Patrick Quentin é un nome d’ arte dietro al quale si nasconde una coppia di scrittori britannici; un altro dei loro pseudonimi é Jonathan Stagge.
I romanzi firmati Patrick Quentin sono dei thriller gonfi di tensione, hanno un protagonista sempre diverso e presentano una trama che di solito diverge dalla classica detective story. Ad esempio, in Vacanze all’ inferno non c’é un assassino da scoprire, ma una moglie da ritrovare: quel libro é emblematico dell’ abilità di Patrick Quentin nel creare delle situazioni tesissime senza bisogno di omicidi o scene cruente.
I romanzi firmati Jonathan Stagge invece sono dei classici romanzi gialli. Hanno tutti per protagonista un medico di campagna che, un po’ come la signora in giallo, si trova sempre coinvolto casualmente in un’ indagine per omicidio. Qui la tensione é quasi assente, anzi la trama é raccontata con una tale dolcezza e una tale placida calma che quasi ci si scorda di star leggendo un romanzo giallo.
I miei preferiti sono proprio quelli firmati Jonathan Stagge: ti invogliano a scoprire l’ assassino e quindi sono coinvolgenti, ma ti coinvolgono senza metterti ansia, senza farti trattenere il respiro, anzi mettendoti completamente a tuo agio. L’ ideale per una lettura al mare o a bordo piscina. Anche se la mia location preferita per la lettura rimane il giardino, in una serata primaverile come quelle che stanno finalmente per arrivare.
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Il lato positivo

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Venerdì ho visto Il lato positivo (Silver Linings Playbook), e ho ritenuto opportuno dedicargli un post. Cercherò di svelare meno dettagli possibili (soprattutto sul finale), ma inevitabilmente un po’ di trama devo raccontarvela.

Il film esordisce mostrando il reinserimento nella società di Pat, un uomo che ha appena finito di scontare 8 mesi di pena in un ospedale psichiatrico. Questa é la parte più debole del film, perché ci sono molte scene noiose (le sedute dallo psichiatra), sgradevoli (gli attacchi isterici di Pat) o semplicemente non riuscite (le gag che non fanno ridere sono veramente tante).

Poi entra in scena Tiffany, una donna che Pat conosce ad una cena tra amici, e il film si alza immediatamente di tono. Il primo dialogo tra i due strappa subito una risata (finalmente!), e da quel momento la storia prende una piega completamente diversa: se fino ad allora sembrava un film sullo scemo del villaggio, l’ ingresso di Tiffany lo trasforma in una love story con tanto di terzo incomodo, l’ ex moglie che Pat vuole riconquistare a tutti i costi.
In seguito attorno alla vicenda principale (il triangolo amoroso tra Pat, Tiffany e l’ ex moglie) si sviluppano altre sottotrame, legate alla passione per il football del padre di Pat e a quella per il ballo di Tiffany, che finiranno per influenzare pesantemente il rapporto tra i due protagonisti. E’ proprio in questa terza fase che il film dà il meglio di sé: molte scene sono cariche di adrenalina, i colpi di scena si susseguono e tutte le situazioni delineate nel film convergono verso un’ unica soluzione. Positiva o negativa? Non posso dirlo, naturalmente.
Il lato positivo si inserisce nel filone sempre più nutrito dei film in bilico tra dramma e commedia: non puoi fare una commedia perché altrimenti non vinci gli Oscar, non puoi fare un film drammatico perché altrimenti non incassi, e quindi l’ unico modo per accontentare sia critica che pubblico é quello di mescolare i generi. Generalmente questi “esperimenti” vogliono piacere a tutti e finiscono per non piacere a nessuno: Il lato positivo sembrava decisamente avviato su questa strada, poi l’ impennata di qualità nel secondo tempo mi ha costretto a rivedere il mio giudizio. Per fortuna non sono uno spettatore che esce dal cinema o si addormenta se non gli piacciono i primi 20 minuti.
Ho apprezzato questo film soprattutto perché esalta dei valori importanti, come quello della famiglia, e tratta dei temi profondamente reali, come la difficoltà di scegliere la donna giusta, il dilemma di come capire se hai accanto una persona adatta a te. Si tratta di un problema di difficile soluzione, perché per capirlo occorre lucidità, e l’ amore ti impedisce di averla. Sì, puoi chiedere consiglio ai tuoi amici, puoi affidarti alle impressioni dei tuoi genitori, ma in questi casi devi trovare in te stesso le certezze che stai cercando.
Un altro elemento vincente del film é la passione che gli attori hanno messo nelle loro interpretazioni. E’ evidente che tutti loro, anche chi appare per 5 minuti in tutto, hanno messo il cuore in questo film: credo che questo sia merito soprattutto del regista, perché anche nel suo film precedente (il bellissimo The Fighter) c’era lo stesso entusiasmo.
Credo che abbiate in mano abbastanza elementi per decidere se andare o meno a vedere il film. A presto!
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Sorpresone!

christoph waltz

Non poteva mancare il mio commento sulla notte degli Oscar, che anche quest’ anno ho seguito in diretta. Quest’ edizione mi ha ricordato molto da vicino quella del 2006, in cui vinse il magnifico Crash – Contatto fisico:

1) Come quell’ anno, i 6 premi più “vistosi” (film, regia e i 4 attori) sono stati dati a 6 film diversi;
2) Come quell’ anno, i 2 Oscar più prestigiosi, solitamente assegnati allo stesso titolo, sono stati ripartiti tra 2 diversi lungometraggi;
3) Come Crash – Contatto fisicoArgo é stato premiato come miglior film, miglior sceneggiatura e miglior montaggio.
La vittoria di Argo é arrivata al termine di un avvincente duello con Lincoln, una sfida durata mesi e ricca di sorpassi e controsorpassi. Alla fine ha prevalso l’ idea iniziale di premiare il film di Ben Affleck, mentre quello di Spielberg é stato un notevole flop, in quanto ha ricevuto soltanto 2 premi (su 12 nomination!) e soprattutto ha mancato quello che sembrava avere in cassaforte, l’ Oscar alla miglior regia. Non solo ha perso il primo premio, ma non porta a casa nemmeno il premio di consolazione. Oltre al danno la beffa, che Spielberg ha comunque incassato con grande classe.
Personalmente ho adorato questa edizione degli Oscar per 2 motivi. Il primo é il più ovvio, i colpi di scena: nessuno avrebbe scommesso un euro sulla vittoria di Ang Lee, ad esempio, ma anche altri premi sono stati decisamente inaspettati, come quello (comunque meritatissimo) di Christoph Waltz. Ho letto un articolo in cui si diceva che quest’ ultimo probabilmente non avrebbe vinto, perché l’ Academy difficilmente avrebbe dato 2 Oscar in 3 anni allo stesso attore. Questa, concedetemelo, é una colossale cavolata: prima di tutto gli Oscar a breve distanza, o addirittura consecutivi, non sono affatto rari; in secondo luogo, se un professionista merita il premio gli va dato punto e basta, negarglielo per un motivo così futile sarebbe stata un’ enorme ingiustizia.
Il secondo motivo per cui ho apprezzato tantissimo quest’ edizione é proprio il fatto che i premi siano stati “spalmati” su un ampio numero di titoli. Ho sempre provato molto fastidio nel vedere un film vincere una quantità esagerata di Oscar, perché trovo irrealistico che un film sovrasti tutti gli altri in ben 10 o più categorie. E poi, quando questo succede, inevitabilmente gli altri film patiscono le conseguenze di questa eccessiva sviolinata, e tornano a casa con le mani più vuote del dovuto o addirittura a bocca asciutta.
Un altro dato che ho rilevato con piacere é il fatto che il regista e i 4 attori premiati hanno tutti un notevole spessore artistico. Dovrebbe essere scontato, visto che si tratta di un premio prestigioso come l’ Oscar, ma troppe volte in passato l’ ho visto in mano a dei professionisti ai quali stava già larga la nomination.
Ci sono stati degli anni in cui tutto era già scritto, e non c’era quasi gusto a seguire la cerimonia: quest’ anno invece é stata un’ edizione thrilling, ed é quindi logico e coerente che a vincere sia stato un thriller. I verdetti vi hanno soddisfatto?
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E’ tempo di Oscar!

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Oggi sono state annunciate le candidature agli Oscar 2013. Come ogni anno, i titoli forti hanno avuto una pioggia di candidature, quelli di media caratura hanno avuto le loro soddisfazioni e si é data visibilità anche a qualche titolo meno scontato. 
L’ unico lato negativo é l’ assenza quasi totale di film indipendenti: di solito c’é sempre un road movie, oppure un film carino messo su con due soldi, invece quest’ anno anche nelle categorie minori non si é usciti dai soliti 10 – 20 kolossals. L’ unica eccezione é The Sessions, che guadagna una nomination per la miglior attrice non protagonista. E che attrice: nientepopodimeno che Helen Hunt, un’ interprete fantastica che, dopo anni di anonimato, ritorna ad avere un meritatissimo posto al sole.

Proprio riguardo a quell’ Oscar, spero che non venga vinto da Anne Hathaway. Cerco di spiegare perché. L’ attrice de Les Misérables ha chiaramente puntato all’ Oscar dal momento stesso in cui ha iniziato a girare quel film: non a caso si é imbruttita, é dimagrita, si é rasata i capelli, eccetera. Ebbene, quando un’ attrice si spinge così tanto in là, quando si spende in modo così esagerato per un ruolo, é come se mettesse una (metaforica) pistola alla tempia dei votanti, é come se dicesse loro: dopo tutto questo, NON POTETE negarmi l’ Oscar. E’ un modo di forzare la decisione dei votanti, di fare pressione su di loro che io personalmente detesto. Se io fossi uno di loro, la Hathaway con me otterrebbe l’ effetto contrario, mi indurrebbe a ribellarmi e a dare il mio voto a chiunque fuorché a lei. Comunque, anche se mi é un po’ scaduta in questa situazione, tutto sommato continua a godere della mia stima.

Rilevo con piacere che la sera della premiazione vedrà sfilare sul tappeto rosso le stars più rassicuranti di ieri e di oggi: Spielberg, De Niro, Daniel Day Lewis, e tra i più giovani David O. Russell, Amy Adams, Philip Seymour Hoffman, Joaquin Phoenix… sono tutti professionisti a cui il cinema deve molto, e che Hollywood giustamente celebra il più possibile. E poco importa se stavolta alcuni di essi non meritavano tanta grazia (mi riferisco ai candidati dell’ orribile The Master): quando si tratta di un premio così importante, per me va tenuta di conto l’ intera carriera, non quello che hai fatto nelle 2 ore scarse di un singolo film. 
Fra tutti questi “ritorni eccellenti”, quello che accolgo con più piacere é quello di De Niro. Fino a pochi anni fa sembrava intrappolato in un’ interminabile parabola discendente, che lo aveva portato ad accettare dei film assolutamente non all’ altezza del suo talento. Poi negli ultimi anni la lenta risalita, iniziata con Stanno tutti bene (colpevolmente ignorato da critica e pubblico) e culminata con questo ritorno alla notte degli Oscar, VENTUNO anni dopo l’ ultima nomination.
Finora ho espresso il mio endorsement soltanto per una categoria (migliore attrice non protagonista): per quanto riguarda le altre, qualsiasi discorso sarebbe inutile, perché Lincoln sembra essere una spanna sopra tutti gli altri. Del resto, quando metti insieme un All Star Team con dentro Spielberg, Daniel Day Lewis, Sally Field e Tommy Lee Jones, difficilmente sbagli. 
L’ unica categoria maggiore dove Lincoln non é favorito é quello dell’ attrice protagonista: se l’ anno scorso c’era solo l’ imbarazzo della scelta tra Meryl Streep, Viola Davis e Glenn Close, quest’ anno nessuna mi sembra particolarmente meritevole. Potrei dire di tifare Jessica Chastain o Naomi Watts, ma anche loro mi stanno simpatiche solo perché hanno recitato in dei bei film, non perché le consideri delle interpreti di eccelsa bravura.
Tra gli Oscar tecnici, stramerita il premio Roger Deakins (candidato per Skyfall). Non ho visto il film per cui é nominato, ma ricordo che ne Il Grinta fece un lavoro perfetto. E poi diciamocelo, dopo DIECI nominations andate a vuoto un po’ di soddisfazione se la merita.
Un altro dato che rilevo con piacere é che anche quest’ anno ho visto prima delle nominations almeno uno dei film candidati. Se l’ anno scorso avevo dimostrato il mio fiuto puntando su Le Idi di Marzo, quest’ anno posso dire di aver già visto The Avengers e The Master. E voi, quali film avete già visto? E per chi tiferete il mese prossimo?
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Warrior

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A Febbraio vennero annunciate le nomination agli Oscar. Come ogni anno, esse portarono alla mia attenzione dei film che altrimenti non avrei mai notato. Uno di essi era Warrior: appena lessi che era l’ ennesimo film sul pugilato, ebbi subito voglia di vederlo. Sapevo che probabilmente non avrebbe detto nulla di nuovo, perché questo tipo di film é già stato esplorato in tutte le sue varianti; tuttavia, amo così tanto il genere che, pur essendo ormai saturo, tendo sempre a dargli fiducia. E raramente vengo deluso.

Dopo mesi di attesa, finalmente ieri sono riuscito a vedere Warrior su SKY. (SPOILER WARNING) Il film é incentrato su un perdente che, un po’ per sfortuna e un po’ per mancanza di carattere, non riesce ad avere la vita che desidera. Suo fratello invece di personalità ne ha anche troppa, e quindi, per motivi opposti, é un fallito anche lui. A dare un’ ulteriore spruzzata di allegria c’é il padre dei due, vedovo, ex alcolizzato, solo come un cane e odiato da entrambi i suoi figli. Una famiglia modello, insomma.
Tutti e 2 i fratelli puntano a partecipare ad un torneo di MMA, un misto tra pugilato, wrestling, arti marziali, danza classica e tamburello. La concorrenza é durissima (si qualificano in 16, selezionati su scala mondiale), ma manco a dirlo tutti e 2 la passano. E ovviamente, in finale ci arrivano loro 2. E chi vincerà secondo voi, il fratello buono o quello cattivo?
Insomma, é il classico film di cui intuisci al volo non solo il finale, non solo lo sviluppo della trama, ma perfino le battute. Warrior ha un copione così standardizzato che sembra scritto da un computer.
Eppure é un film riuscito. Non ci sono tempi morti, il regista riesce a trasformare la scena più banale in una scarica di adrenalina, e gli attori trasmettono in modo molto realistico e vivido le emozioni dei loro personaggi. E poi, diciamocelo, ogni volta che vediamo un ring con 2 pugili sopra, non importa se l’ incontro é segnato fin dall’ inizio, si crea comunque un’ atmosfera magica, indescrivibile, che soltanto chi ha visto almeno uno di questi film può capire.
In conclusione, Warrior non ha la qualità di scrittura di Rocky o di Million Dollar Baby, e non si avvicina nemmeno lontanamente a prodotti più recenti come The Fighter, ma vale la pena di spenderci due ore della propria esistenza. E, nel mio caso, un’ ulteriore mezz’ oretta per recensirlo.
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New 52

Un anno fa la DC Comics decise di far ripartire tutte le sue serie regolari dal numero 1. Naturalmente questo cambio di numerazione non fu l’ unica novità: al contrario, fu il segno più tangibile, ma anche più superficiale, di una rivoluzione dai contorni e dalle conseguenze molto più radicali, chiamata New 52.

Tutte le 52 serie della DC cambiarono il team creativo, e in alcuni casi anche la trama e i personaggi subirono delle modifiche profondissime. Ad esempio, Barbara Gordon, a lungo costretta su una sedia a rotelle, ha riacquistato l’ uso delle gambe, e veste di nuovo i panni di Batgirl; Freccia Verde, da sempre un uomo maturo, é stato trasformato in un ragazzino imberbe. Non nel senso che é stato sostituito da un teen ager: é sempre lui, ringiovanito di una ventina d’ anni. Ho citato, tra i tantissimi, esattamente questi 2 casi perché riassumono il meglio e il peggio di quest’ iniziativa. Ridare il costume di Batgirl alla proprietaria originaria é stata un’ ottima mossa: Barbara non meritava assolutamente la sorte assegnatale, e ripristinare la situazione originaria é stato quindi un giusto risarcimento. Al contrario, Freccia Verde non avrebbe mai dovuto ringiovanire, perché ciò che lo distingueva dai suoi “colleghi” era esattamente la sua relativa anzianità: adesso é soltanto un giovane supereroe come (quasi) tutti gli altri, dall’ Uomo Ragno a Superboy.

Il reboot della DC é stato quindi un insieme di cambi narrativi che in alcuni casi erano opportuni e positivi, mentre in altri erano tanto negativi da arrivare a snaturare i personaggi che li subivano. Anche nei casi migliori, tuttavia, non sempre la novità é stata introdotta in modo adeguato. Ad esempio, non c’é stato un arco narrativo in cui abbiamo visto Barbara tornare pian piano a camminare: é passata dalla paralisi alla guarigione in un battito di ciglia, e noi lettori siamo stati “avvisati” a cose fatte.
Finora i toni di quest’ articolo sono stati perlopiù negativi, quindi si potrebbe pensare che io condanni l’ operazione New 52. Al contrario, ne sono complessivamente soddisfatto. Anche se la DC ha fatto degli errori (vedi Freccia Verde) o ha sfruttato male delle buone idee (vedi Batgirl), nel complesso ha gestito bene quest’ operazione. Infatti, ha avuto l’ intelligenza di non stravolgere le sue serie più popolari e collaudate, e per quanto riguarda quelle “minori” ha introdotto delle nuove serie, come Animal Man, assolutamente fantastiche.
Il paradosso dell’ attuale DC é che alcune delle sue serie più belle hanno delle vendite a dir poco esigue. Per esempio, Grifter e Blue Beetle offrono ogni mese delle ottime storie, disegnate ancor meglio, e valgono assolutamente ogni centesimo del prezzo di copertina: eppure, hanno venduto pochissimo fin dal primo numero, e nel corso dei mesi le loro vendite sono perfino peggiorate. Evidentemente il grande pubblico si é scelto da tempo i suoi beniamini, da Superman a Batman, ed é soddisfatto così, non ha voglia di sperimentare qualcosa di nuovo come Grifter. A meno che non sia un “instant classic”, come Animal Man. Il che dimostra che in fondo, anche se stravolgi tutto, alla fine il pubblico andrà sempre dalla stessa parte.
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