La nostra ultima estate

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Andare al mare con gli amici è una delle cose più belle che ci siano. Non tanto per quello che facciamo o per i posti che visitiamo, quanto piuttosto per l’atmosfera di libertà e spensieratezza che si crea quando facciamo un’esperienza di questo tipo. Vorremmo che quei giorni durassero per sempre, ma purtroppo ad un certo punto l’Estate finisce, i soldi anche e quindi non resta che tornare mestamente alla realtà di tutti i giorni, conservando per sempre il ricordo di quell’avventura così bella.
Di recente ho letto un libro che coglieva perfettamente la magia di quest’esperienza. I protagonisti sono un gruppo di ragazzi molto diversi tra loro: il bravo ragazzo Hobby, la coppia perfetta Penny & Jake, la femme fatale Winnie, la sfigatella Demeter… questi personaggi convivono tra loro in modo più o meno pacifico, finché una sera, durante una festa in spiaggia, avviene un episodio che sconvolge tutti gli equilibri.
Quell’evento fa emergere tutti i segreti e le tensioni latenti tra loro: ciascun personaggio è messo di fronte a delle rivelazioni sconvolgenti, che lo costringono a prendere delle decisioni difficili per il bene suo e dell’intero gruppo. Il clima vacanziero e festoso che aveva dominato il romanzo fino a quel momento lascia il posto ad un’atmosfera di suspense, in cui i colpi di scena si susseguono uno dopo l’altro senza un attimo di pausa.
Ad ogni momento di crisi subentra una fase di ricostruzione: così, dopo che la comitiva è stata travolta da questo tsunami emotivo, tutti i personaggi decidono di provare a ricompattare il gruppo. Si riformano dei vecchi rapporti, ne nascono di nuovi e le carte si rimescolano più volte, finché alla fine non si raggiunge un assetto definitivo.
La nostra ultima estate di Elin Hilderbrand è un libro spaccato a metà. Parte come un romanzo leggero, la classica lettura vacanziera dove l’atmosfera conta più della trama; poi diventa un vero e proprio thriller dei sentimenti, e a quel punto il lettore resta incollato alla pagina ancor più di prima, perché è curioso di sapere se i personaggi riusciranno a rimettere le cose a posto, o se invece l’idillio che caratterizza la prima parte del romanzo è andato irrimediabilmente perduto.
Anche nella seconda parte tuttavia il romanzo non diventa mai depresso: presenta delle situazioni drammatiche ma senza insistere, senza girare il dito nella piaga, anzi i personaggi tentano sempre di reagire con slancio quando si trovano in delle circostanze difficili. La nostra ultima estate è quindi un libro positivo, che esorta a non abbattersi mai nelle difficoltà e a lottare sempre per raggiungere i propri obiettivi.
Ho apprezzato molto anche la scelta di raccontare la storia da diversi punti di vista. Ogni capitolo ha come protagonista un ragazzo diverso: in questo modo ciascuno di loro assume un certo spessore, e il lettore ha modo di affezionarsi ad ogni membro del gruppo. A seconda del proprio carattere ciascun lettore tenderà ad identificarsi con un personaggio diverso, e ad eleggerlo come suo preferito: io ovviamente ho scelto il bravo ragazzo Hobby, ma ho guardato con simpatia anche alla femme fatale Winnie, senza dubbio il personaggio più conturbante di tutto il romanzo.
Vi consiglio di leggere questo libro prima che l’Estate finisca: in qualsiasi altra stagione non vi farebbe lo stesso effetto.

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Suspense e ironia

django 3Quando pensiamo al western, a ciascuno di noi vengono in mente immagini diverse. Alcuni pensano al cowboy per eccellenza, John Wayne; ad altri vengono in mente modelli più recenti, come Django o il Grinta dei fratelli Coen. Questi personaggi sono diversissimi per epoca storica, estetica e personalità, ma sono accomunati da una fondamentale caratteristica di base: sono degli eroi con una missione, e cercano di compierla sfruttando la propria intelligenza e le proprie abilità. In questo non sono molto distanti da personaggi più moderni come Batman o Superman.
A differenza di questi ultimi, tuttavia, gli eroi western si ritrovano a vivere in una realtà molto più dura. Il Far West è un mondo in cui si tira fuori la pistola per uno sguardo storto, la vita conta meno di un sacchetto di monete e l’unica legge è quella del più forte.
E’ proprio in questi due elementi che sta il fascino del western: da un lato la volontà di sapere se l’eroe riuscirà o meno nella sua missione; dall’altro quella di vedere come farà a cavarsela in un ambiente così difficile, che ostacola non solo i suoi progetti, ma la sua stessa sopravvivenza.
Di recente ho letto una raccolta di racconti in cui questa curiosità veniva stimolata di continuo. Quasi ad ogni pagina il protagonista si ritrovava in una situazione di grave rischio, che riusciva a superare grazie ad una sua intuizione o ad un deus ex machina assolutamente geniale. E quando alla fine il suo destino si compiva, talvolta premiando i suoi sforzi, talvolta frustrando le sue ambizioni, io passavo al racconto successivo con uguale soddisfazione, deliziato dalla lettura di un testo che condensava così tanti colpi di scena in così poche pagine.
L’alto livello di suspense non è l’unico motivo per cui ho apprezzato Sfida al canyon infernale di Robert E. Howard. Ciò che rende questo libro ancora più piacevole è la maestria con cui l’autore riesce a dare un tocco personale ai motivi ricorrenti del genere western, arrivando talvolta a ribaltarli. Per esempio:
– In Tamburi al tramonto abbiamo il conflitto tra indiani e bianchi e la corsa all’oro, ma entrambi i temi sono in secondo piano: il vero motore dell’azione è l’amore del protagonista per una ragazza ingiustamente segregata dallo zio in una casa di campagna.
– Ne Il nido dell’avvoltoio abbiamo due uomini che si fronteggiano e si inseguono: uno dei due è un brutto ceffo di cui nessuno si fiderebbe, e l’altro è un ragazzo dalla faccia pulita con cui viene spontaneo solidarizzare. A differenza di molti western, in cui la fisiognomica e le teorie lombrosiane trovano piena applicazione, qui l’apparenza inganna: la faccia pulita è un completo mascalzone, e il brutto ceffo si rivela essere un uomo dal coraggio e dalla moralità davvero ammirevoli.
– Ne Gli avvoltoi di Whapeton il protagonista è un personaggio positivo, ma non è un eroe senza macchia: al contrario, arriva a farsi corrompere dai criminali che dovrebbe arrestare, fino a che i suoi rimorsi di coscienza non lo costringono alla difficile scelta tra proseguire sulla strada del male o tornare su quella del bene.
E potrei andare avanti. Howard gioca in modo consapevole e sornione con il genere western, e questo atteggiamento ludico sfocia talvolta in racconti apertamente ironici, come avviene nella comicissima storia di Donory il Codardo.
Sfida al canyon infernale è un libro che consiglio a tutti, anche ai non amanti del genere: anch’essi infatti troveranno in ogni racconto quella suspense, quell’ironia e quei valori positivi che rendono lo stile di Howard così piacevole e riconoscibile.

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Andare controcorrente

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Una coppia sposata, i Torrance, gestisce un negozio di abbigliamento in un paesino di campagna. Tra loro ci sono dei problemi, ma Lady Torrance ha una tale forza d’animo che riesce a tirare avanti nonostante tutto.
Questa situazione di precario equilibrio viene rotta dall’arrivo in paese di un vagabondo, Val. E’ bello come il sole, suona la chitarra e dice cose profonde e poetiche ogni volta che apre bocca: ovviamente le donne di tutto il paese perdono la testa per lui. Val viene assunto come commesso proprio nel negozio di Lady Torrance: giorno dopo giorno i due diventano sempre più intimi, e il marito non può farci niente, perché è bloccato a letto dalla sua salute malferma.
Con il passare del tempo i due amanti cominciano a frequentarsi in maniera sempre più disinvolta: la loro relazione diventa di dominio pubblico, e questo suscita scandalo in tutto il paese. Siamo negli anni 50, quando era indecente perfino portare la gonna sopra il ginocchio, figuriamoci farsi vedere in giro con il proprio amante.
Lo sceriffo, indignato dall’immoralità di questo rapporto, intima a Val di andarsene dal paese entro 24 ore, o sarà lui a cacciarlo con la forza.
Ci aspetteremmo che Val combatta per difendere il proprio amore, che decida di andare contro il mondo intero per restare insieme alla sua donna: lui invece, con inspiegabile arrendevolezza, accetta l’ordine e comincia a preparare le valigie. Ha quantomeno la correttezza di andare da Lady Torrance e avvisarla prima di partire: nel corso di quest’ultimo incontro la tensione latente tra lui, la donna e il marito esplode in tutta la sua violenza, dando il via ad una serie di colpi di scena che non riassumo per ovvi motivi.
Pelle di serpente è un film scomodo. Da un lato ti mostra il sentimento più bello che ci possa essere, l’amore, portandoti a guardare con solidarietà ai personaggi che lo vivono; dall’altro ti fa sentire colpevole per questa tua benevolenza, perché ti ricorda di continuo che si tratta di un legame impuro, per il quale dovresti provare tutto fuorché simpatia.
E’ anche un film dal ritmo altalenante: ad una prima parte molto lenta, in cui non succede quasi niente, fa seguito una seconda parte in cui la storia comincia a decollare, fino alla scena finale in cui si tirano le fila e il destino di ciascun personaggio si compie.
Di solito vi propongo film edificanti, che al termine della visione lasciano un senso di soddisfazione e di benessere, al di là del fatto che il finale sia positivo o negativo. Pelle di serpente, come tutti i film scomodi, non provoca niente di tutto questo; tuttavia, si lascia apprezzare per diversi motivi.
In primo luogo, ritrae in modo magistrale la tendenza di chi abita nei piccoli paesi a giudicare, spettegolare e intervenire pesantemente ogni qualvolta si trova di fronte ad un comportamento che devia dalla morale comune. Abitare in un paesino è come vivere nel Grande Fratello: tutti ti guardano, ti ascoltano e discutono del tuo privato come se fosse una faccenda pubblica. Anzi, possiamo tranquillamente dire che in realtà come queste il privato non esiste.
Inoltre, fa capire in modo molto chiaro quanto sia pericoloso l’anticonformismo. Val ha dei comportamenti che la comunità non riesce ad accettare: non solo perché frequenta una donna sposata, ma anche perché parla in modo poetico, si porta sempre appresso la sua chitarra e indossa una giacca di pelle di serpente. Questi dettagli in alcuni suscitano curiosità e fascino, ma in altri vengono percepiti come segnali inquietanti, sintomi di pazzia, stranezze inammissibili. Pelle di serpente è quindi un film che parla della tendenza a discriminare il diverso: si tratta di un problema irrisolvibile, perché mille leggi sui diritti civili non riusciranno mai ad estirpare la reazione ostile che molti istintivamente hanno quando entrano in contatto con qualcosa o qualcuno che esce dai loro schemi.
Infine, ha nei ruoli principali due attori come Marlon Brando e Anna Magnani, entrambi in dei ruoli perfetti per loro: il bello e dannato e la donna tormentata dai sensi di colpa.
Lo consiglio a chiunque abbia voglia di un film che fa riflettere su noi stessi e sugli altri, coinvolgendoti sia con la testa che con il cuore: se deciderete di vederlo, anche se non vi sarà piaciuto ci penserete sopra per giorni, e vi resterà dentro per sempre.

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La bambina e il buio

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In un paesino della Calabria vivono due uomini che non potrebbero essere più diversi: da un lato l’ispettore Maffei, il cui carattere razionale lo porta ad analizzare anche le situazioni più inspiegabili con lucidità e scetticismo; dall’altro il barone Cova, che nonostante la propria intelligenza e cultura non riesce a liberarsi dalle credenze popolari, e quindi tende ad interpretare ogni minima stranezza come un segno del malocchio, del demonio o di tutti e due insieme.
A dispetto delle opposte mentalità, i due sono grandi amici: l’ispettore Maffei si apre con il barone su ogni questione, sia di lavoro che privata, e quest’ultimo accetta volentieri di aiutarlo in ogni modo possibile.
Il libro di cui sono protagonisti sviluppa 3 storie:
– Un incidente stradale avvenuto due anni prima, che ha lasciato una bambina orfana e traumatizzata;
– Una faida tra due clan mafiosi;
– La relazione dello stesso Maffei con una donna sposata, a sua volta tradita dal marito.
Questi filoni narrativi inizialmente vengono portati in parallelo, poi il lettore capisce che sono tutti tessere di un solo mosaico, che fanno parte di un unico progetto generale in cui tutto torna alla perfezione, senza alcuna sbavatura. Tanti dettagli che all’inizio sembrano insignificanti ai fini della trama alla fine si rivelano decisivi, diventano le chiavi per capire l’intera vicenda.
Pur avendo due protagonisti maschili, in realtà il romanzo ruota attorno a due figure femminili agli antipodi: da un lato la bambina orfana, che nonostante la sua innocenza ha subito un grave lutto dal quale fatica a riprendersi; dall’altro la donna sposata di cui si invaghisce Maffei, una femme fatale che nonostante il suo cuore nerissimo riesce ad ottenere tutto ciò che vuole.
La bambina e il buio di Claudio Barrella è quindi un romanzo che sviluppa delle storie coinvolgenti, legate tra loro in modo molto raffinato e in cui tutti i personaggi, anche quelli di contorno, sono interessanti e ben definiti.
Un altro punto di forza del libro è lo stile con cui queste storie vengono raccontate: ogni singola pagina ha un sottofondo ironico, è pervasa da un umorismo sottile che non viene meno neanche nei frangenti più drammatici.
Di solito i gialli hanno un’atmosfera tetra, e sono raccontati con uno stile crudo e cinico: Barrella invece ha scelto di raccontare una detective story con uno stile leggero, e così facendo ci ha regalato un romanzo molto piacevole, che ti delizia con le sue gag e ti stupisce con i suoi colpi di scena.
Spero che l’autore decida di scrivere altre storie con Maffei e il barone: i suoi personaggi hanno un grande potenziale, e sarebbe un peccato se La bambina e il buio rimanesse il loro unico romanzo.
Un altro giallo che ho letto di recente è Chicago Way di Michael Harvey. Qui la trama è molto più essenziale: un poliziotto in pensione va a trovare un ex collega, divenuto poi un detective privato, chiedendogli di aiutarlo ad indagare su un caso insabbiato 9 anni prima. Lui non fa in tempo ad accettare che subito il poliziotto in pensione rimane ucciso in circostanze misteriose: a quel punto il detective capisce di avere a che fare con un caso molto scomodo, e che dovrà affrontare ogni genere di rischio, se vuol far sì che il colpevole venga inchiodato e la morte del suo amico non sia stata vana.
La qualità maggiore di questo giallo è che va oltre gli elementi classici del genere. Sì, c’é un detective che indizio dopo indizio arriva a scoprire la verità, ma in Chicago Way c’è anche tanto altro: ti vengono spiegati i metodi di archiviazione delle prove, le tecniche per l’analisi e la conservazione del DNA, il diverso atteggiamento da tenere quando devi interrogare una vittima o un sospetto… e questi dettagli non vengono inseriti con delle noiose digressioni che rallentano il ritmo del romanzo, ma anzi sono parte integrante della trama, sono le rotelle più importanti del perfetto ingranaggio costruito da Michael Harvey.
Due libri molto belli nella loro diversità: ve li raccomando entrambi ad occhi chiusi.

la bambina e il buio

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I 10 film che tutti odiano tranne me

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La settimana scorsa Serenate Cinematografiche ha avuto un’idea geniale: stilare una classifica di 10 film che fanno schifo a tutti fuorchè a lui. Io ho deciso di fare lo stesso: ecco la Top 10 dei filmacci che ho adorato.

10) Spice Girls – Il film: Negli anni 90 tutti andavano pazzi per le Spice Girls, me compreso. Adoravo la loro musica, il loro carisma e, inutile negarlo, anche la loro bellezza. Così, quando provarono a sfondare nel mondo del cinema, mi fiondai in sala e mi godetti un film pieno di canzoni carine, gag divertenti e trovate surreali. In seguito venni a sapere che era stato stroncato all’unanimità: fu così che scoprii la mia passione per il trash.

9) Batman & Robin: Questo film reinterpreta il mito di Batman in modo molto originale: abbandona le atmosfere cupe tipiche del fumetto e dei film di Tim Burton per virare su toni più leggeri, simili a quelli di un cartone animato. L’esito di questa rischiosa operazione a mio giudizio è carino, ma non sono d’accordo con me nè la critica (un Razzie Award vinto) nè il pubblico (3,6 come media voto su imdb).

8) To Rome with love: Al film italiano di Woody Allen hanno mosso le critiche più varie: visione stereotipata dell’Italia, mancanza di ispirazione, trama sciatta eccetera. A me To Rome with love ha fatto molto ridere, e ho trovato ciascuna delle storie raccontate molto carina e piacevole.

7) I mercenari: Negli anni 90 i film d’azione andavano per la maggiore. Poi è cominciato il loro declino: il pubblico giovane ha cominciato a preferire i film di supereroi, che avevano trame più curate, scene più spettacolari, personaggi più freschi eccetera. A quel punto cosa hanno fatto gli attori dei film d’azione? Hanno provato a riciclarsi in ruoli diversi o si sono rassegnati alla pensione? Nessuna delle due. Decisi a rimanere fedeli al genere che li ha resi celebri, hanno fatto fronte comune e si sono radunati in una serie di film, appunto quella dei Mercenari. Razionalmente riconosco che questa saga è la tamarraggine fatta cinema, ma emotivamente la amo alla follia, soprattutto il primo capitolo.

6) Battaglia per la terra: E’ considerato uno dei peggiori film mai girati. La giuria dei Razzie Award l’ha “premiato” come peggior film drammatico degli ultimi 25 anni. Su imdb ha 2,4 come media voto. Sarà perché sono uno spettatore poco esigente, o perché amo la fantascienza post – apocalittica, o perché mi sta simpatico Forest Whitaker… non so dirvi con certezza quale sia il motivo principale, ma a me Battaglia per la terra è piaciuto.

5) Blair Witch 2: Nel 1999 The Blair Witch Project rivoluzionò il cinema, inventando il genere del finto documentario. Il sequel invece è un horror tradizionale, ed è proprio per questo che ha fatto flop: il pubblico credeva che avrebbe avuto lo stesso stile del film precedente, e le sue aspettative vennero tradite. Io non amo il finto documentario, quindi sono uno dei pochi ad aver apprezzato più il sequel del primo film.

4) The air I breathe: Un film con tanti personaggi e tante storie, ognuna delle quali presa da sola è molto interessante e coinvolgente. Il guaio è che messe insieme non funzionano, perché sono legate tra loro in modo così inverosimile da far sembrare The air I breathe una parodia dei film corali in stile Crash – Contatto fisico. A me però è piaciuto lo stesso.

3) L’isola perduta: La trama è molto semplice: uno scienziato pazzo si ritira su un’isola e la popola di strane creature ibride, nate a seguito di alcuni suoi esperimenti in cui ha incrociato il dna umano con quello animale. E’ quindi un film sull’uomo che gioca a fare Dio, forse il miglior film mai girato su questo tema. La sceneggiatura si basa su un magnifico libro di H.G. Wells, e quindi non fa una grinza; il trucco e gli effetti speciali usati per le creature sono ottimi; il cast presenta attori di grido come Marlon Brando e Val Kilmer, guidati da un regista esperto come John Frankenheimer. La combinazione di tutti questi elementi ha originato un film a mio giudizio favoloso, che però ha vinto un Razzie Award e ha 4,4 come media voto su imdb.

2) Jimmy Bobo: Da giovane Sylvester Stallone ci ha regalato i migliori action movies di tutti i tempi. Poi è invecchiato, si è imbolsito e quindi ha perso il physique du rôle necessario per recitare in quei ruoli. Peccato che lui non se ne sia accorto, e continui imperterrito a interpretare gli stessi personaggi di 20 – 30 anni fa. Jimmy Bobo è un esempio perfetto della sua cocciutaggine: tuttavia, se tralasciamo l’effetto patetico nel vedere un sessantenne che interpreta un ruolo da ventenne, scopriremo un film con un buon ritmo, una sceneggiatura discreta e soprattutto delle scene d’azione davvero spettacolari.

1) Gangster Squad: I noir degli anni ’40 sono i miei film preferiti. Gangster Squad è un chiaro omaggio a quei capolavori, e quindi quando lo vidi al cinema rimasi estasiato dall’inizio alla fine. Poi tornai a casa, cercai un po’ di recensioni su Internet e scoprii che era piaciuto solo a me. Lo considero uno dei film più incompresi degli ultimi anni.

E voi? Quali sono i vostri filmacci preferiti?

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Tre film in uno

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Gus è un uomo che sa far bene il suo mestiere. Lavora come talent scout per una squadra di baseball, ma nonostante il suo intuito e i suoi successi i dirigenti degli Atlanta Braves hanno deciso di farlo fuori: ritengono che i suoi metodi antiquati non siano al passo con i tempi, e che oggi per scoprire un talento basti spulciare qualche statistica su Internet.
A rendere ancora più precaria la sua posizione ci sono i suoi problemi alla vista, che gli impediscono di guardare bene le partite. Lui per orgoglio prova a minimizzarli e a nasconderli, ma sua figlia Mickey, anch’essa grande fan del baseball, lo conosce troppo bene per non capire cosa gli stia succedendo. Così decide di aiutarlo: si prende qualche giorno di ferie e va a scoprire nuovi talenti insieme a lui, accettando di diventare i suoi occhi e di lasciare a lui tutto il merito.
Nel corso dei lunghi viaggi che compiono in giro per gli Stati Uniti, padre e figlia discutono di tante situazioni spiacevoli del passato, di traumi che entrambi decisero di sopportare in silenzio ma che con il tempo hanno scavato un solco molto profondo tra loro. Gus riuscirà a recuperare la stima di sua figlia e dei suoi superiori, o finirà per peggiorare ulteriormente la situazione?
Come potete vedere, Di nuovo in gioco è un film dalla trama molto ricca, praticamente 3 film in uno.
E’ un film sullo sport, con tutte le emozioni che le partite trasmettono anche a chi non sa le regole del gioco.
E’ un film sulla famiglia, che fa capire quanto sia facile incrinare anche i rapporti più stretti e quanto sia importante recuperarli.
E’ un road movie, con tutte le location tipiche dei film di questo genere: gli alberghi a gestione familiare, i bar con jukebox e biliardo, i pub con la musica dal vivo… quando i protagonisti si fermano in questi luoghi di passaggio, subito si crea un’atmosfera magica, indescrivibile, che soltanto chi ha visto almeno un road movie può capire.
Spesso i film moderni hanno il problema di non avere una vera storia, o di avere uno spunto di trama esile: per questo é raro assistere ad un’opera come questa, così ricca di trame, sottotrame, personaggi di contorno interessanti quanto e più di quelli principali eccetera.
Ringrazio di cuore Lapinsù per avermelo consigliato, e ve lo raccomando senza esitazioni.

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Agire secondo giustizia

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Ieri ho visto … e giustizia per tutti, e ho ritenuto opportuno dedicargli un post. Cercherò di svelare meno dettagli possibili (soprattutto sul finale), ma inevitabilmente un po’ di trama devo raccontarvela.
Arthur Kirkland è un avvocato con un codice morale molto preciso: difende solo i clienti innocenti. La prima parte del film lo vede alle prese con diversi casi uno più disperato dell’ altro, delle cause perse nel senso letterale del termine: lui però, sostenuto da un’ incrollabile fede nella giustizia, decide di portarle avanti a qualsiasi costo, cercando di abbattere tutti gli ostacoli che incontra sul proprio cammino. Lo spettatore, riconoscendo in Arthur una determinazione e una rettitudine così profonde, prova per lui un’ ammirazione sempre crescente: se fosse possibile si alzerebbe dalla sedia e andrebbe a stringergli la mano, o lo inviterebbe a bere una birra.
Dopo questa prima parte funzionale ad introdurre il personaggio, si arriva al nocciolo della questione. Arthur si ritrova a dover difendere un cliente sfacciatamente colpevole: non può rifiutarsi, perché é sotto ricatto. L’ avvocato é dunque alle prese con una scelta tragica: se si tira indietro, la sua vita andrà in pezzi; se accetta, non potrà più guardarsi allo specchio. Non ci sono vie di mezzo, e nemmeno vie d’uscita. Cosa sceglierà Arthur?
Abbiamo dunque diversi elementi tipici dei film da 10 e lode: un protagonista interessante, una storia avvincente e dei valori positivi alla base. Tutto questo di norma basta e avanza per sfornare un prodotto super riuscito. Il bello é che in questo film c’é anche tanto altro.
In primo luogo, l’umorismo. Il film é costellato da una serie di gag una più divertente dell’ altra, che smorzano la tensione e impediscono che si crei l’ atmosfera cupa e depressa tipica di molti film giudiziari.
In secondo luogo, i comprimari. L’ avvocato ha due amici che gli fanno da spalla e sono uno più simpatico dell’ altro; ha una donna, Gail, che gli fa da confidente e consigliera; soprattutto ha un nonno, Sam, che é integerrimo quanto il nipote, e anche da vecchio, con l’ Alzheimer che gli toglie lucidità, é ancora un maestro di vita fondamentale per Arthur.
Infine, tutto il resto. La recitazione di Al Pacino, la migliore musica degli anni 70 a fare da colonna sonora, la velocità con cui il film scorre senza annoiarti nemmeno per un secondo… i valori aggiunti di questo film sono così tanti che tu guardandolo resti sempre più sbalordito, e ti senti sempre più fortunato ad aver potuto godere di tanta bellezza.
Tutti ci siamo trovati nella stessa situazione di Arthur. Ciascuno di noi prima o poi avrà pensato: “Se mi comporto così ci guadagno, però é disonesto.” E ciascuno di noi, a seconda del proprio carattere e dei propri valori, avrà compiuto la difficile scelta tra fare ciò che conviene e fare ciò che é giusto. Proprio perché il film tratta dei temi universali, vi verrà naturale immedesimarvi nel protagonista, e farete per lui un tifo sfegatato. Arthur si dimostrerà meritevole di tanta stima, o finirà per cedere e venir meno ai propri principi? Non posso dirlo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di guardare … e giustizia per tutti: ne sarete deliziati.
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