Misteri e segreti

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Un uomo ferma la macchina ad un distributore, chiede al benzinaio di fargli il pieno e poi cammina oltre la stazione di servizio. Non tornerà mai più.
La sua automobile viene rimorchiata da un carro attrezzi e portata ad un distretto di polizia, perché é la prova principale in un caso di scomparsa.
Analizzando la vettura, i poliziotti scoprono una verità incredibile: quella non é una macchina. Sì, esteriormente ha l’ aspetto di una Buick 8, ma se apri il cofano o ti metti al posto di guida scopri che mancano un sacco di pezzi, e quindi nessuno é in grado di metterla in moto. Come ha fatto quell’ uomo a viaggiarci sopra? Chi era lui? E soprattutto, cosa é in realtà la macchina?
I poliziotti cercano a lungo di rispondere a queste domande, finché non decidono che la cosa più semplice da fare é chiudere in garage quella strana automobile e metterci una pietra sopra.
Pensano di aver chiuso con la Buick, ma la Buick non ha chiuso con loro. Periodicamente in quel garage avvengono degli strani fenomeni, scientificamente inspiegabili, che sembrano causati dalla macchina. I poliziotti, invece di segnalare il caso ai loro superiori, alle autorità scientifiche o peggio ancora ai giornalisti, decidono di tenere la bocca chiusa, e di godersi lo spettacolo in santa pace.
Così riparte la loro routine, interrotta ogni tanto dai fenomeni paranormali sempre diversi che si scatenano nel garage: quando avvengono, tutti i poliziotti della squadra D (anche quelli fuori servizio) accorrono alla stazione, talvolta affascinati, talvolta spaventati, ma sempre consapevoli dell’ eccezionalità dell’ evento a cui stanno assistendo.
Poi l’ equilibrio si rompe. Le “manifestazioni” della Buick diventano sempre più inquietanti e pericolose, i poliziotti non sanno come gestirle, e l’ iniziale senso di sorpresa e meraviglia lascia il posto ad un turbamento sempre più profondo. Cosa faranno di quella macchina? E soprattutto, cosa farà quella macchina di loro?
Per come ve l’ho descritto, Buick 8 di Stephen King potrebbe sembrarvi un libro di fantascienza. In realtà gli elementi paranormali della trama rimangono spesso sullo sfondo: a dominare la scena é piuttosto la descrizione dei rapporti umani tra i singoli personaggi. I poliziotti della squadra D sono una grande famiglia in cui le amicizie tra i vari membri, già fortissime prima che arrivasse la Buick, sono ulteriormente rafforzate dal segreto che li lega. Il romanzo si concentra soprattutto sull’ evoluzione di queste amicizie fraterne, e ti fa affezionare così tanto ai personaggi che dopo un po’ cominci a vedere le manifestazioni della Buick come un fastidio, perché vorresti che l’ autore ti parlasse soltanto dello sfortunato agente Wilcox, dell’ affascinante centralinista Shirley, del giovane ma coraggioso Ned… ciascun lettore, a seconda del proprio carattere, tenderà ad identificarsi con un personaggio diverso, e quindi a seguire la storia da un diverso punto di vista.
Buick 8 é uno dei romanzi meno amati di Stephen King. Il motivo é molto semplice: il Re aveva già scritto uno splendido libro su una “macchina infernale”, e quindi, quando Buick 8 uscì, inevitabilmente tutti i lettori fecero il confronto con il romanzo precedente e ne restarono delusi.
Purtroppo pochissimi libri, non solo di King, reggono il paragone con Christine la macchina infernale. Tuttavia, preso da solo Buick 8 é un romanzo splendido, uno di quei libri che più li leggi e più ne resti ammaliato, esattamente come i suoi personaggi sono sempre più irretiti dal fascino misterioso della macchina nel garage. Entrate anche voi nella stazione della squadra D: dopo poche pagine, non vorrete più uscirne.

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Giulio Cesare Cyberpunk

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Molti di noi sono abbastanza abitudinari nel loro stile di vita. La mattina compriamo il giornale, poi prendiamo i mezzi pubblici per andare a scuola o al lavoro, e alla sera ci sediamo a tavola per cenare con i nostri cari, mentre ascoltiamo distrattamente la notizia dell’ ultimo decreto legge, l’ ultima sparatoria e l’ ultimo film campione d’ incassi.
Tutte queste abitudini e comodità sono diventate così essenziali per noi che non possiamo farne a meno. Certo, se un giorno non trovo il giornale all’ edicola posso accontentarmi delle notizie online; certo, se un giorno c’é lo sciopero dei mezzi pubblici posso andare al lavoro in macchina, o addirittura a piedi. Ma se questa astinenza dovesse durare più di qualche giorno, il disagio e il nervosismo ci mangerebbero vivi. Siamo dipendenti dai nostri comfort, é innegabile.
Proprio perché queste comodità sono diventate irrinunciabili, spesso non riusciamo a capire come facessero i nostri antenati più o meno lontani a vivere senza di esse.
Ecco, di recente ho letto un romanzo che si poneva la domanda opposta: cosa avrebbero fatto gli antichi Romani se avessero potuto disporre di giornali, treni, armi da fuoco eccetera? L’ autore dà una risposta a mio giudizio molto pertinente: farebbero ciò che hanno sempre fatto, ovvero dividersi in fazioni.
Così da un lato abbiamo i progressisti, comandati da Giulio Cesare e intenzionati a sfruttare fino in fondo il potenziale di queste mirabolanti invenzioni; dall’ altro i reazionari, capeggiati da Catone e risoluti a contrastare il più possibile qualsiasi cambiamento.
Ovviamente oltre a queste due fazioni abbiamo un terzo gruppo di personaggi che non stanno né di qua né di là: la banderuola Cicerone, che lecca a destra o a sinistra a seconda del momento; il riservato Catullo, che vorrebbe pensare solo alla sua amata e invece si ritrova invischiato suo malgrado in questi giochi di potere; il figlio dello stesso Cesare, Bruto, che é legato a suo padre, ma é anche affascinato dal carisma di Catone.
Se l’ autore di De bello alieno si fosse limitato a quest’ idea di base (prendere le tecnologie moderne e trasportarle nel mondo romano), avrebbe scritto un capolavoro assoluto. Purtroppo, come si intuisce dal titolo, ha voluto mettere troppa carne al fuoco: per dare al romanzo un tocco ancora più fantascientifico, immagina che su questo mondo metà antico e metà moderno ad un certo punto avvenga un’ invasione aliena. L’ autore si é comportato come quei cuochi che inventano un’ ottima ricetta, poi per renderla ancora più saporita aggiungono una spezia di troppo, e quest’ ingrediente inutile finisce per rovinare parzialmente un piatto altrimenti perfetto.
Se tralasciamo la presenza di questi alieni (che comunque rimangono spesso sullo sfondo), De bello alieno di Davide Del Popolo Riolo é davvero un libro notevole. Non solo per il contenuto, ma anche per lo stile con cui é scritto: infatti la narrazione viene sviluppata dagli stessi protagonisti, che scrivendosi una lettera dietro l’ altra si informano sulle ultime novità tecnologiche, condividono i loro timori e i loro entusiasmi, e così facendo ci permettono di capire in modo molto vivido e diretto come sarebbe stato traumatico per un romano ritrovarsi a viaggiare su un treno, o scrivere una lettera al lume di una lampada a gas.
De bello alieno non é un semplice romanzo: é un’ esperienza al di fuori del tempo e dello spazio, che ti conduce in una realtà così originale da risultare spiazzante perfino per i personaggi che ci vivono. Lasciatevi trasportare nel mondo di De bello alieno: quando ne uscirete, proverete un po’ di nostalgia per averlo dovuto lasciare, ma anche tanta soddisfazione per esserci stati.
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Provaci ancora Leo

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Non poteva mancare il mio commento sulla notte degli Oscar, che anche quest’ anno ho seguito in diretta.
Non mi stupisce affatto il trionfo di 12 anni schiavo, perché ha tutto ciò che serviva per vincere l’ Oscar: tematica obamiana, ambientazione storica, toni epicheggianti… i giurati dell’ Academy vanno pazzi per questo tipo di film, quindi ero sicuro che avrebbero ricoperto d’ oro l’ ultima fatica di Steve McQueen.
Mi ha stupito moltissimo invece che quest’ ultimo non abbia vinto per la miglior regia, perché spesso i giurati tendono ad unificare i due voti. Proprio perché le cose non sono andate come ci si aspettava, ho gradito molto la decisione di premiare Cuaròn, pur non avendo mai visto un suo film.
L’ Oscar al miglior attore era senza dubbio il più incerto della serata, perché era impossibile prevedere come avrebbero ragionato i giurati. Se avessero tenuto conto dell’ intera carriera avrebbe vinto Di Caprio; se invece si fossero focalizzati sulla singola interpretazione, avrebbe vinto McConaughey.
C’era un altro elemento che favoriva quest’ ultimo: alcuni giurati non votano l’ attore, ma il personaggio. In questo senso, McConaughey interpretava un attivista per i diritti civili, e Di Caprio un truffatore che si tuffa a pesce nel mondo del sesso, droga e rock’n’roll: Leo era candidato per un personaggio molto più antipatico, quindi era logico che non avrebbe incontrato il favore dei giurati che votano con questo criterio.
Proprio per questo ritengo che Di Caprio avrebbe avuto molte più chances di vittoria se l’ avessero candidato per Il grande Gatsby. E non é la prima volta che lo candidano per il film sbagliato: ad esempio, nell’ anno di The Departed fecero l’ errore madornale di nominarlo per Blood Diamond.
Spero che questa delusione serva quantomeno ad infondere in Leo la voglia di tornare in pista, e che in futuro possa regalarci tante altre stupende interpretazioni. Il cinema ha troppo bisogno di attori come lui.
Ad ogni modo, sono contento della vittoria di McConaughey, perché la sua era la classica prestazione da Oscar, senza se e senza ma.
Sapevo che il premio alla migliore attrice mi avrebbe lasciato l’ amaro in bocca, perché tifavo per una candidata (Amy Adams) senza alcuna possibilità di vittoria. Mi consolo pensando che almeno é stata battuta da un’ attrice di grande talento come Cate Blanchett.
Salta agli occhi il flop di Philomena, The Wolf of Wall Street e American Hustle. L’ insuccesso dei primi due era prevedibile, perché avevano poche nomination e quasi tutte in categorie difficili; sorprendente invece che sia rimasto a bocca asciutta il film di David O. Russell. Non solo perché aveva la bellezza di 10 nomination, ma anche perché veniva indicato come il principale antagonista di 12 anni schiavo, e quindi era lecito attendersi che almeno qualche premio di consolazione l’ avrebbe raccolto.
I verdetti rivelano che invece secondo i giurati il vero rivale era Gravity. L’ anno scorso Argo vinse l’ Oscar più importante, ma il film più premiato fu Vita di Pi: quest’ anno é successa la stessa cosa, con Gravity che ha fatto incetta di premi tecnici e 12 anni schiavo che, dopo aver incassato una sconfitta dietro l’ altra, si é rifatto nel finale.
Ovviamente sono fiero del risultato de La grande bellezza. Questo verdetto da solo mi ripaga di tutte le altre piccole e grandi delusioni che l’ Academy mi ha riservato quest’anno. Godiamocelo tutto questo premio, perché non capita tutti i giorni che un nostro film si imponga nella Mecca del cinema.

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Capolavoro

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Ci sono degli attori così adorabili che finisci per volergli bene come se tu li conoscessi di persona. Quando appaiono sullo schermo, subito intorno a loro si crea un’ atmosfera di festa, un po’ come quando viene a farti visita il tuo zio allegro e, appena lo vedi, subito capisci che passerete una splendida serata.
Tra questi attori c’é sicuramente John Goodman. Buono come il pane, tondo come Babbo Natale, un sorriso contagioso e la battuta sempre pronta: come fai a non amarlo?
Ammetto che sono andato a vedere Monuments Men soprattutto per lui. Beh, devo proprio ringraziarlo, perché mi sono imbattuto nel classico film da 10 e lode.
La storia é molto semplice: alcuni soldati americani vengono incaricati di portare in salvo un numero sterminato di opere d’ arte, trafugate dai nazisti nei modi più disparati e nascoste chissà dove.
I nostri eroi chiedono più volte la collaborazione di altri soldati, ma vengono sempre derisi e mandati al diavolo con questa risposta: in tempo di guerra casomai si pensa a salvare delle vite umane, non certo un quadro o una scultura.
Ed é qui che emerge il messaggio, meraviglioso, che il film vuole trasmettere. Il messaggio é che l’ identità di un popolo può sopravvivere se molti dei suoi uomini vengono uccisi, se le sue case vengono abbattute e i suoi beni confiscati; ma se a finire in fumo é la sua cultura, quel popolo non avrà niente da cui ripartire.
Consapevoli di questo, i soldati decidono di continuare, con eroica ostinazione, nella loro solitaria e complicatissima missione. Avranno successo? Non posso dirlo, naturalmente.
Ritengo che dal 2000 ad oggi il cinema ci abbia regalato soltanto 5 capolavori:
- Bobby;
- Hotel Ruanda;
- Ritorno a Cold Mountain;
- Stanno tutti bene;
- Two Lovers.
 Monuments Men potrebbe essere il sesto. Non posso dirlo con certezza, perché il mio é un parere espresso a caldo: in seguito, riflettendoci a mente fredda, potrei ripensarci. Ma adesso, a poche ore di distanza dalla visione, ritengo che questo film abbia tutte le caratteristiche del capolavoro: trama avvincente ed istruttiva, un ottimo ritmo, interpretazioni di alto livello e quella perfezione di tutti i dettagli, dalla colonna sonora alla scenografia, che soltanto i grandi registi riescono a creare.
Confesso che non mi aspettavo tanto da George Clooney. Sapevo che era un ottimo regista, ma non lo ritenevo capace di tanta bellezza. In un post del 2012 scrissi che lui e Ben Affleck erano i talenti più promettenti di Hollywood: negli ultimi 2 anni entrambi hanno confermato la mia previsione, regalandoci prima Argo e poi Monuments Men. La sensazione é che siamo solo all’ inizio, e che il meglio debba ancora venire. Teniamoceli stretti, perché quando non ci saranno più Eastwood, Scorsese e gli altri grandi autori, saranno loro a raccogliere il testimone e a traghettare il cinema verso una nuova era. Saranno all’ altezza di chi li ha preceduti? Ai posteri l’ ardua sentenza.
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Si salvi chi può!

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Il protagonista di The Counselor ha una vita perfetta: un lavoro redditizio (il procuratore), una donna bellissima, di classe e sinceramente innamorata di lui, una villa da favola e una barca di soldi. Già, i soldi: sono proprio quelli che lo fregano.
Nonostante il suo stipendio da favola, il procuratore spende più di quanto guadagna, e per rifarsi in breve tempo decide di investire nel traffico di droga. Lui mette solo i soldi, e lascia gestire tutto il resto ad un socio e un mediatore: in questo modo é convinto che, se anche saltasse fuori qualche problema, i suoi legami sarebbero troppo indiretti perché la polizia o i cartelli rivali possano risalire fino a lui.

Purtroppo ha fatto male i suoi conti. Un galoppino di un cartello rivale viene ucciso e derubato della merce (20 milioni di dollari in droga) da un altro pesce piccolo. Quand’ era ancora un misero avvocato d’ ufficio, il protagonista difese la madre del galoppino in un processo finito male: sulla base di questo lontano e flebile legame, il procuratore diventa ingiustamente il primo e unico sospettato.
Se ci fosse un regolare processo in un’ aula di tribunale, il protagonista non avrebbe alcun problema a convincere la giuria della sua innocenza: peccato che nello spietato mondo del narcotraffico non c’é bisogno di prove schiaccianti per perdere, un ragionevole dubbio basta e avanza per ottenere una condanna a morte da parte del cartello rivale.
Il procuratore non ha i 20 milioni di dollari necessari per risarcire i suoi avversari del furto. Se anche li avesse, non basterebbero a salvare la sua vita e quella dei suoi cari, perché i rivali vogliono che l’ offesa sia lavata con il sangue, suo e di chiunque gli sia vicino. Chi si salverà dalla loro sete di vendetta?
La trama di The Counselor si basa sul vecchio tema della caccia all’ uomo, ma lo reinterpreta in modo molto originale. Prima di tutto perché gli inseguiti sono più di uno: i capi del cartello rivale vogliono uccidere non soltanto il procuratore, ma anche il socio, il mediatore e perfino la povera moglie del protagonista, che neanche sospetta della doppia vita condotta dal marito.
In secondo luogo perché gli inseguitori non vengono mai mostrati, non si sente la loro voce al telefono e non vengono nemmeno chiamati per nome: come nei film horror, dove la creatura mostruosa rimane il più possibile nell’ ombra per aumentare il senso di angoscia, così anche in The Counselor i capi del cartello rivale restano dietro le quinte, e ci si accorge della loro esistenza soltanto quando mandano dei sicari a fare il lavoro sporco.
Questa analisi del mondo criminale limitata ai pesci piccoli, che trascura volutamente i pezzi grossi per mettere i manovali al centro della scena non può non ricordare Quei bravi ragazzi, che però era ambientato nel mondo della mafia italoamericana e non in quello del narcotraffico.
Inoltre, in quel film i protagonisti erano quasi tutti uomini, mentre The Counselor é dominato da due figure femminili agli antipodi: da un lato la virginale Penelope Cruz, dall’ altro la scaltra Cameron Diaz, una femme fatale il cui straripante sex appeal irretisce perdutamente il socio del protagonista.
The Counselor non é bello come Quei bravi ragazzi, ma rimane un film da vedere. Ci sono tanti personaggi interessanti e ben definiti, un buon ritmo, tante scene riuscite e una storia che, pur essendo raccontata con uno stile molto asciutto, cattura lo spettatore, che é curioso di scoprire chi riuscirà a scampare alla sentenza di morte e chi invece é destinato a soccombere.
Se andate a guardarlo al cinema, all’ intervallo non uscite dalla sala. Il secondo tempo si apre con uno degli omicidi più spettacolari nella storia del cinema, e sarebbe un peccato perderselo per una manciata di pop corn.
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Siamo tornati!

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Oggi sono state annunciate le candidature agli Oscar 2014. Non sono mancate le sorprese, in positivo e in negativo.
Le previsioni parlavano di una lotta tra American Hustle e 12 anni schiavo per il maggior numero di candidature: grazie ad un bel po’ di nomination tecniche, tra i due litiganti ha goduto anche un terzo film, Gravity.
A questo exploit fa da contraltare la delusione per 2 titoli che sembravano poter recitare un ruolo di primo piano: l’ ultimo dei fratelli Coen, A proposito di Davis, ha raccolto solo 2 candidature, e The Butler é rimasto addirittura a secco.
Passiamo adesso alle mie preferenze.
Partiamo dalle categorie miglior film & miglior regia: le considero in coppia, perché spesso vengono date allo stesso film. Ho gradito molto American Hustle, quindi avrei piacere che fosse questo titolo a trionfare… ma anche 12 anni schiavo sembra essere un gran bel film, quindi non mi scandalizzerei se fosse lui a prevalere. E ho la sensazione che andrà così, perché il suo concorrente più forte ha troppi detrattori per incassare i premi più importanti.
Per quanto riguarda l’ Oscar al miglior attore, nessuno lo merita più di Leonardo Di Caprio. Tra l’ altro potrebbe essere l’ ultima occasione per premiarlo, perché si é ritirato dalle scene: quando l’ ha annunciato nessuno ci ha creduto e la cosa é caduta nel vuoto, ma nel frattempo sono passati i mesi e di lui continuano a non esserci tracce. Che dicesse sul serio?
Come migliore attrice vorrei che fosse premiata Amy Adams, ma non mi faccio illusioni: é una lotta a due tra Cate Blanchett e Judi Dench. L’ unico dettaglio che potrebbe far pendere la bilancia dal suo lato é il fatto che, delle 5 nominate, la Adams é l’ unica a non aver ancora vinto. Ma se anche i giurati facessero questo ragionamento, subito dopo penserebbero: “Per forza, é la più giovane: lo vincerà più avanti.”
Tra gli attori non protagonisti voterei per Jared Leto. Il talento ce l’ hanno in tanti, il carisma in pochissimi: lui é uno di questi pochi eletti. In più é un cantante di successo: questo rivela che é un artista completo e possiede un’ intelligenza non comune, indispensabile per affermarsi ad alti livelli in diversi campi.
Nessuna delle attrici non protagoniste mi ispira un tifo sfegatato. Julia Roberts e Jennifer Lawrence mi piacciono, ma hanno già vinto; le altre 3 non posso tifarle, perché mi sono accorto solo oggi della loro esistenza.
Per quanto riguarda le categorie tecniche, faccio un accenno all’ unica per la quale mi sento un minimo competente, la fotografia. Quest’ anno sono in gara due talenti assoluti, Emmanuel Lubezki e Roger Deakins, e credo che vincerà il secondo. Prima di tutto perché é alla sua undicesima nomination in 19 anni, le precedenti 10 sono andate tutte a vuoto e questa storia non potrà durare in eterno; in secondo luogo perché quest’ anno sembra che vogliano farlo vincere a tutti i costi. Da cosa lo deduco? Prisoners non ha nessun’ altra candidatura: sembra che la nomination alla fotografia l’ abbiano fatta apposta per lui.
Accolgo con piacere la notizia che l’ Italia é tornata a concorrere per l’ Oscar con La grande bellezza. Non l’ ho visto, ma ovviamente da italiano non posso che tifare per il mio paese.
Concludo con due auspici. Il primo é che Il grande Gatsby non resti a bocca asciutta, perché sarebbe un delitto lasciare a mani vuote un’ opera così incantevole. Può vincere per i costumi e la scenografia: avrebbe meritato molte più candidature, ma é meglio di niente.
Il secondo é che Russell vinca, se non per la regia, quantomeno per la sceneggiatura. E’ uno dei talenti più fulgidi della nuova generazione, e Hollywood deve assolutamente certificare il suo debordante talento con un premio altrettanto prestigioso.
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Il fine giustifica i mezzi?

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Oggi ho visto American Hustle, e ho ritenuto opportuno dedicargli un post. Cercherò di svelare meno dettagli possibili (soprattutto sul finale), ma inevitabilmente un po’ di trama devo raccontarvela.
Carmine Polito é il sindaco di Atlantic City, e vuole renderla un posto migliore. Vuole che nella sua città tutti, anche i più disagiati, abbiano un buon lavoro, un tetto sulla testa e l’ assicurazione sanitaria.
Se facesse tutto secondo le regole, per realizzare il suo sogno dovrebbe aspettare molti anni, sopportare estenuanti trafile burocratiche, fare degli investimenti molto rischiosi eccetera. Così cede alla tentazione di prendere una scorciatoia: si allea con la mafia. Lo fa con riluttanza, ma anche con la ferma convinzione che il fine giustifica i mezzi.
La polizia se ne accorge quasi subito, e forma un pool di investigatori che cerca in tutti i modi di provare la sua colpevolezza. A capo del pool c’é Richie Di Maso, un poliziotto dai modi burberi e dai metodi poco ortodossi, ma dotato di una tale intelligenza e sagacia che i suoi superiori lo prendono in simpatia comunque e lo trattano come un figlio.
Il film si basa soprattutto sulla contrapposizione tra Carmine e Richie, e tu davvero non sai per chi tifare, perché, con tutti i loro difetti e le loro colpe, sono entrambi delle bravissime persone, e soprattutto entrambi cercano di agire secondo giustizia. Per Richie é giusto perseguire chi compie reati (anche se lo fa con delle buone intenzioni), mentre per Carmine é giusto usare tutti i mezzi disponibili, leciti e illeciti, per portare un po’ di benessere nella città in cui vive.
La storia é raccontata dal punto di vista di Richie e del suo team, quindi Carmine nel film appare pochissimo, ma é come se ci fosse sempre, perché tutto il film ruota attorno al suo sogno, e le azioni di tutti i personaggi sono una sua diretta conseguenza.
Non voglio aggiungere nient’ altro sulla trama di American Hustle: vi dico solo che merita profondamente di essere visto, perché é un film che diverte, che appassiona ma soprattutto che fa riflettere. Ti fa meditare su quanto sia sottile il confine tra bene e male, tra giusto e sbagliato, tra lecito e illecito. Ti fa capire che anche un atto di estrema gravità può essere quasi nobile, se lo inquadri all’ interno di un progetto altruistico come quello di Carmine. Soprattutto, ti fa pensare alla facilità con cui legge scritta e legge morale entrano in conflitto, costringendo chi si trova stretto nella loro morsa a scegliere tra l’ una e l’ altra. Richie ha scelto di servire la legge scritta, Carmine ha preferito seguire la legge morale, e il conflitto che si innesca tra di loro é l’ inevitabile conseguenza di queste due diverse concezioni della giustizia. A noi spettatori l’ arduo compito di decidere da che parte stare.
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