Roma zona di guerra

il flagello di Roma

Quando leggiamo un romanzo ambientato nel mondo antico, di norma la trama è incentrata su una guerra combattuta dai Greci o dai Romani, e la storia viene raccontata dal loro punto di vista. Gli scrittori più onesti mettono in chiaro che nessuno dei due popoli era uno stinco di santo, ma anche in quel caso il lettore viene portato a tifare per loro, e gli avversari rimangono comunque in secondo piano.
E’ per questo che sono rimasto piacevolmente sorpreso da Il flagello di Roma di Michele Gazo: perché racconta una guerra tra Galli e Romani dal punto di vista dei barbari.
Nel 390 a.C. i Galli attaccano Clusio, una città etrusca alleata con Roma: di conseguenza, i Romani chiedono e ottengono un incontro diplomatico con il re dei Galli.
Nel corso di questo colloquio l’ambasciatore romano uccide il re barbaro a tradimento per poi tornare in patria. I Galli chiedono a Roma di consegnargli l’assassino, e il Senato per tutta risposta lo premia con la carica di tribuno militare: questa esplicita provocazione dà inizio alla guerra.
I Galli appaiono da subito favoriti. Il loro nuovo re, Brenno, è uno stratega dall’intelligenza sopraffina, e comanda un esercito straordinario per numero e forza fisica: inoltre, i Romani sono più occupati a sbranarsi l’un l’altro che ad organizzare una seria difesa contro l’imminente invasione. Di conseguenza, i Galli occupano Roma con irrisoria facilità: i pochi abitanti rimasti si arroccano sul Campidoglio, e tentano faticosamente di resistere all’assedio dei barbari.
In questa situazione disperata, i senatori si giocano l’ultima carta: chiedere aiuto a Marco Furio Camillo, validissimo generale da loro stessi ingiustamente esiliato 4 anni prima. Furio accetta: la sua virtus basterà da sola a ribaltare le sorti della guerra?
Per come ve l’ho presentato, Il flagello di Roma sembra basato soprattutto sul confronto tra Brenno e Furio, e in effetti è proprio così. Tuttavia, in questo romanzo ci sono tanti altri personaggi indimenticabili: la coraggiosa Iulia, caduta prigioniera dei Galli ma decisa a salvare la sua città dalla distruzione; l’odioso politicante Manlio, che perfino con i barbari alle porte pensa solo al proprio tornaconto personale; il valoroso Gwennec, braccio destro di Brenno, che ha con il suo capo un complicato rapporto di amore – odio. Ciascuno di loro ha un ruolo decisivo nella vicenda: l’esito della guerra non dipende quindi soltanto dal valore militare dei due condottieri, ma anche dall’astuzia e dalle manovre dei personaggi di contorno, che diventano a tratti i veri protagonisti della vicenda.
E’ anche questo che distingue Il flagello di Roma da molti altri romanzi storici: non è un semplice diario di guerra, ma una storia raffinatissima in cui le battaglie sono solo uno dei tanti punti di interesse. Qui vince chi ha la mente più acuta, non la spada più affilata o la corazza più resistente.
Lo consiglio a tutti, anche a chi non ama i romanzi storici: anch’essi infatti saranno conquistati dall’energia travolgente che questo libro trasmette ad ogni pagina, e non riusciranno a staccarsene fino all’ultima riga.

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Adoro quest’uomo

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Da bambino spendevo quasi tutti i soldi della paghetta in videocassette. Ogni fine settimana prendevo il mio borsellino, andavo da Blockbuster e mi mettevo alla disperata ricerca di un film che non avevo ancora visto.
Di tutte le videocassette che ho comprato in quegli anni, una più di tutte ha segnato la mia esistenza: L’eliminatore. Era un film d’azione da 10 e lode, con protagonista il mitico Arnold Schwarzenegger. Fu il mio primo action movie, e davvero non avrei potuto avere un battesimo migliore.
Da allora Arnold divenne uno dei miti della mia infanzia. Poco dopo scoprii il suo fratello gemello, Stallone, e fu un’altra folgorazione: trovai in lui lo stesso carisma, la stessa energia, la stessa grinta che avevano fatto di Schwarzenegger il mio eroe. Comprai tutte le videocassette sia dell’uno che dell’altro, e guardai ciascuna di esse con una devozione quasi religiosa.
Con gli anni la mia passione per Stallone non è affatto sparita. Al contrario, è aumentata: infatti portando avanti la saga dei Mercenari il buon Sylvester sta tenendo in vita praticamente da solo il genere dei film d’azione, e di questo gliene sono infinitamente grato.
Con queste premesse, era facile immaginare che mi sarei fiondato a vedere I mercenari 3 il giorno stesso dell’uscita. Così è stato, e sono proprio contento di averlo fatto.
La storia è molto semplice. La squadra dei Mercenari deve catturare un trafficante d’armi (Mel Gibson). Il primo tentativo è fallimentare: il cattivo riesce a fuggire, e un membro del team viene colpito quasi mortalmente. Questo flop fa credere a Barney (Sylvester Stallone) che sia giunta l’ora di mandare in pensione i suoi compagni d’armi: li congeda, e al loro posto ingaggia dei giovani di belle speranze.
Il secondo tentativo di catturare l’armaiolo va perfino peggio del primo: stavolta il cattivo non solo scappa, ma cattura uno per uno tutti i novellini di Barney e li rinchiude in un bunker armeno.
A quel punto Barney è costretto a richiamare i vecchi amici, e a tentare con loro una difficile operazione di salvataggio. Riusciranno a penetrare nel bunker? E una volta entrati, riusciranno ad uscirne tutti interi e con gli ostaggi sani e salvi?
Questa, in sintesi, la trama de I mercenari 3. Il bello è che tutto questo si potrebbe tranquillamente saltare. Quando vai a vedere un film d’azione non ti aspetti una storia raffinata, dei dialoghi sofisticati o dei personaggi di spessore: tutto ciò che chiedi sono sparatorie, esplosioni, scazzottate, corse folli in macchina eccetera. Ebbene, I mercenari 3 tutto questo te lo garantisce, e in quantità industriali. In più, ci sono una serie di chicche davvero deliziose: su tutte il cameo di Schwarzenegger, le citazioni che rimandano ai vecchi film di Stallone e soprattutto la scena finale, la più bella in assoluto.
Se non vi piacciono i film di puro intrattenimento, chiaramente questo titolo non fa per voi. Ma se avete voglia di un film che vi faccia staccare la spina per un paio d’ore e vi mandi su di giri con mille scene una più adrenalinica dell’altra, andate a vedere I mercenari 3: non resterete delusi.

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La nostra ultima estate

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Andare al mare con gli amici è una delle cose più belle che ci siano. Non tanto per quello che facciamo o per i posti che visitiamo, quanto piuttosto per l’atmosfera di libertà e spensieratezza che si crea quando facciamo un’esperienza di questo tipo. Vorremmo che quei giorni durassero per sempre, ma purtroppo ad un certo punto l’Estate finisce, i soldi anche e quindi non resta che tornare mestamente alla realtà di tutti i giorni, conservando per sempre il ricordo di quell’avventura così bella.
Di recente ho letto un libro che coglieva perfettamente la magia di quest’esperienza. I protagonisti sono un gruppo di ragazzi molto diversi tra loro: il bravo ragazzo Hobby, la coppia perfetta Penny & Jake, la femme fatale Winnie, la sfigatella Demeter… questi personaggi convivono tra loro in modo più o meno pacifico, finché una sera, durante una festa in spiaggia, avviene un episodio che sconvolge tutti gli equilibri.
Quell’evento fa emergere tutti i segreti e le tensioni latenti tra loro: ciascun personaggio è messo di fronte a delle rivelazioni sconvolgenti, che lo costringono a prendere delle decisioni difficili per il bene suo e dell’intero gruppo. Il clima vacanziero e festoso che aveva dominato il romanzo fino a quel momento lascia il posto ad un’atmosfera di suspense, in cui i colpi di scena si susseguono uno dopo l’altro senza un attimo di pausa.
Ad ogni momento di crisi subentra una fase di ricostruzione: così, dopo che la comitiva è stata travolta da questo tsunami emotivo, tutti i personaggi decidono di provare a ricompattare il gruppo. Si riformano dei vecchi rapporti, ne nascono di nuovi e le carte si rimescolano più volte, finché alla fine non si raggiunge un assetto definitivo.
La nostra ultima estate di Elin Hilderbrand è un libro spaccato a metà. Parte come un romanzo leggero, la classica lettura vacanziera dove l’atmosfera conta più della trama; poi diventa un vero e proprio thriller dei sentimenti, e a quel punto il lettore resta incollato alla pagina ancor più di prima, perché è curioso di sapere se i personaggi riusciranno a rimettere le cose a posto, o se invece l’idillio che caratterizza la prima parte del romanzo è andato irrimediabilmente perduto.
Anche nella seconda parte tuttavia il romanzo non diventa mai depresso: presenta delle situazioni drammatiche ma senza insistere, senza girare il dito nella piaga, anzi i personaggi tentano sempre di reagire con slancio quando si trovano in delle circostanze difficili. La nostra ultima estate è quindi un libro positivo, che esorta a non abbattersi mai nelle difficoltà e a lottare sempre per raggiungere i propri obiettivi.
Ho apprezzato molto anche la scelta di raccontare la storia da diversi punti di vista. Ogni capitolo ha come protagonista un ragazzo diverso: in questo modo ciascuno di loro assume un certo spessore, e il lettore ha modo di affezionarsi ad ogni membro del gruppo. A seconda del proprio carattere ciascun lettore tenderà ad identificarsi con un personaggio diverso, e ad eleggerlo come suo preferito: io ovviamente ho scelto il bravo ragazzo Hobby, ma ho guardato con simpatia anche alla femme fatale Winnie, senza dubbio il personaggio più conturbante di tutto il romanzo.
Vi consiglio di leggere questo libro prima che l’Estate finisca: in qualsiasi altra stagione non vi farebbe lo stesso effetto.

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Suspense e ironia

django 3Quando pensiamo al western, a ciascuno di noi vengono in mente immagini diverse. Alcuni pensano al cowboy per eccellenza, John Wayne; ad altri vengono in mente modelli più recenti, come Django o il Grinta dei fratelli Coen. Questi personaggi sono diversissimi per epoca storica, estetica e personalità, ma sono accomunati da una fondamentale caratteristica di base: sono degli eroi con una missione, e cercano di compierla sfruttando la propria intelligenza e le proprie abilità. In questo non sono molto distanti da personaggi più moderni come Batman o Superman.
A differenza di questi ultimi, tuttavia, gli eroi western si ritrovano a vivere in una realtà molto più dura. Il Far West è un mondo in cui si tira fuori la pistola per uno sguardo storto, la vita conta meno di un sacchetto di monete e l’unica legge è quella del più forte.
E’ proprio in questi due elementi che sta il fascino del western: da un lato la volontà di sapere se l’eroe riuscirà o meno nella sua missione; dall’altro quella di vedere come farà a cavarsela in un ambiente così difficile, che ostacola non solo i suoi progetti, ma la sua stessa sopravvivenza.
Di recente ho letto una raccolta di racconti in cui questa curiosità veniva stimolata di continuo. Quasi ad ogni pagina il protagonista si ritrovava in una situazione di grave rischio, che riusciva a superare grazie ad una sua intuizione o ad un deus ex machina assolutamente geniale. E quando alla fine il suo destino si compiva, talvolta premiando i suoi sforzi, talvolta frustrando le sue ambizioni, io passavo al racconto successivo con uguale soddisfazione, deliziato dalla lettura di un testo che condensava così tanti colpi di scena in così poche pagine.
L’alto livello di suspense non è l’unico motivo per cui ho apprezzato Sfida al canyon infernale di Robert E. Howard. Ciò che rende questo libro ancora più piacevole è la maestria con cui l’autore riesce a dare un tocco personale ai motivi ricorrenti del genere western, arrivando talvolta a ribaltarli. Per esempio:
– In Tamburi al tramonto abbiamo il conflitto tra indiani e bianchi e la corsa all’oro, ma entrambi i temi sono in secondo piano: il vero motore dell’azione è l’amore del protagonista per una ragazza ingiustamente segregata dallo zio in una casa di campagna.
– Ne Il nido dell’avvoltoio abbiamo due uomini che si fronteggiano e si inseguono: uno dei due è un brutto ceffo di cui nessuno si fiderebbe, e l’altro è un ragazzo dalla faccia pulita con cui viene spontaneo solidarizzare. A differenza di molti western, in cui la fisiognomica e le teorie lombrosiane trovano piena applicazione, qui l’apparenza inganna: la faccia pulita è un completo mascalzone, e il brutto ceffo si rivela essere un uomo dal coraggio e dalla moralità davvero ammirevoli.
– Ne Gli avvoltoi di Whapeton il protagonista è un personaggio positivo, ma non è un eroe senza macchia: al contrario, arriva a farsi corrompere dai criminali che dovrebbe arrestare, fino a che i suoi rimorsi di coscienza non lo costringono alla difficile scelta tra proseguire sulla strada del male o tornare su quella del bene.
E potrei andare avanti. Howard gioca in modo consapevole e sornione con il genere western, e questo atteggiamento ludico sfocia talvolta in racconti apertamente ironici, come avviene nella comicissima storia di Donory il Codardo.
Sfida al canyon infernale è un libro che consiglio a tutti, anche ai non amanti del genere: anch’essi infatti troveranno in ogni racconto quella suspense, quell’ironia e quei valori positivi che rendono lo stile di Howard così piacevole e riconoscibile.

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Andare controcorrente

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Una coppia sposata, i Torrance, gestisce un negozio di abbigliamento in un paesino di campagna. Tra loro ci sono dei problemi, ma Lady Torrance ha una tale forza d’animo che riesce a tirare avanti nonostante tutto.
Questa situazione di precario equilibrio viene rotta dall’arrivo in paese di un vagabondo, Val. E’ bello come il sole, suona la chitarra e dice cose profonde e poetiche ogni volta che apre bocca: ovviamente le donne di tutto il paese perdono la testa per lui. Val viene assunto come commesso proprio nel negozio di Lady Torrance: giorno dopo giorno i due diventano sempre più intimi, e il marito non può farci niente, perché è bloccato a letto dalla sua salute malferma.
Con il passare del tempo i due amanti cominciano a frequentarsi in maniera sempre più disinvolta: la loro relazione diventa di dominio pubblico, e questo suscita scandalo in tutto il paese. Siamo negli anni 50, quando era indecente perfino portare la gonna sopra il ginocchio, figuriamoci farsi vedere in giro con il proprio amante.
Lo sceriffo, indignato dall’immoralità di questo rapporto, intima a Val di andarsene dal paese entro 24 ore, o sarà lui a cacciarlo con la forza.
Ci aspetteremmo che Val combatta per difendere il proprio amore, che decida di andare contro il mondo intero per restare insieme alla sua donna: lui invece, con inspiegabile arrendevolezza, accetta l’ordine e comincia a preparare le valigie. Ha quantomeno la correttezza di andare da Lady Torrance e avvisarla prima di partire: nel corso di quest’ultimo incontro la tensione latente tra lui, la donna e il marito esplode in tutta la sua violenza, dando il via ad una serie di colpi di scena che non riassumo per ovvi motivi.
Pelle di serpente è un film scomodo. Da un lato ti mostra il sentimento più bello che ci possa essere, l’amore, portandoti a guardare con solidarietà ai personaggi che lo vivono; dall’altro ti fa sentire colpevole per questa tua benevolenza, perché ti ricorda di continuo che si tratta di un legame impuro, per il quale dovresti provare tutto fuorché simpatia.
E’ anche un film dal ritmo altalenante: ad una prima parte molto lenta, in cui non succede quasi niente, fa seguito una seconda parte in cui la storia comincia a decollare, fino alla scena finale in cui si tirano le fila e il destino di ciascun personaggio si compie.
Di solito vi propongo film edificanti, che al termine della visione lasciano un senso di soddisfazione e di benessere, al di là del fatto che il finale sia positivo o negativo. Pelle di serpente, come tutti i film scomodi, non provoca niente di tutto questo; tuttavia, si lascia apprezzare per diversi motivi.
In primo luogo, ritrae in modo magistrale la tendenza di chi abita nei piccoli paesi a giudicare, spettegolare e intervenire pesantemente ogni qualvolta si trova di fronte ad un comportamento che devia dalla morale comune. Abitare in un paesino è come vivere nel Grande Fratello: tutti ti guardano, ti ascoltano e discutono del tuo privato come se fosse una faccenda pubblica. Anzi, possiamo tranquillamente dire che in realtà come queste il privato non esiste.
Inoltre, fa capire in modo molto chiaro quanto sia pericoloso l’anticonformismo. Val ha dei comportamenti che la comunità non riesce ad accettare: non solo perché frequenta una donna sposata, ma anche perché parla in modo poetico, si porta sempre appresso la sua chitarra e indossa una giacca di pelle di serpente. Questi dettagli in alcuni suscitano curiosità e fascino, ma in altri vengono percepiti come segnali inquietanti, sintomi di pazzia, stranezze inammissibili. Pelle di serpente è quindi un film che parla della tendenza a discriminare il diverso: si tratta di un problema irrisolvibile, perché mille leggi sui diritti civili non riusciranno mai ad estirpare la reazione ostile che molti istintivamente hanno quando entrano in contatto con qualcosa o qualcuno che esce dai loro schemi.
Infine, ha nei ruoli principali due attori come Marlon Brando e Anna Magnani, entrambi in dei ruoli perfetti per loro: il bello e dannato e la donna tormentata dai sensi di colpa.
Lo consiglio a chiunque abbia voglia di un film che fa riflettere su noi stessi e sugli altri, coinvolgendoti sia con la testa che con il cuore: se deciderete di vederlo, anche se non vi sarà piaciuto ci penserete sopra per giorni, e vi resterà dentro per sempre.

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La bambina e il buio

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In un paesino della Calabria vivono due uomini che non potrebbero essere più diversi: da un lato l’ispettore Maffei, il cui carattere razionale lo porta ad analizzare anche le situazioni più inspiegabili con lucidità e scetticismo; dall’altro il barone Cova, che nonostante la propria intelligenza e cultura non riesce a liberarsi dalle credenze popolari, e quindi tende ad interpretare ogni minima stranezza come un segno del malocchio, del demonio o di tutti e due insieme.
A dispetto delle opposte mentalità, i due sono grandi amici: l’ispettore Maffei si apre con il barone su ogni questione, sia di lavoro che privata, e quest’ultimo accetta volentieri di aiutarlo in ogni modo possibile.
Il libro di cui sono protagonisti sviluppa 3 storie:
– Un incidente stradale avvenuto due anni prima, che ha lasciato una bambina orfana e traumatizzata;
– Una faida tra due clan mafiosi;
– La relazione dello stesso Maffei con una donna sposata, a sua volta tradita dal marito.
Questi filoni narrativi inizialmente vengono portati in parallelo, poi il lettore capisce che sono tutti tessere di un solo mosaico, che fanno parte di un unico progetto generale in cui tutto torna alla perfezione, senza alcuna sbavatura. Tanti dettagli che all’inizio sembrano insignificanti ai fini della trama alla fine si rivelano decisivi, diventano le chiavi per capire l’intera vicenda.
Pur avendo due protagonisti maschili, in realtà il romanzo ruota attorno a due figure femminili agli antipodi: da un lato la bambina orfana, che nonostante la sua innocenza ha subito un grave lutto dal quale fatica a riprendersi; dall’altro la donna sposata di cui si invaghisce Maffei, una femme fatale che nonostante il suo cuore nerissimo riesce ad ottenere tutto ciò che vuole.
La bambina e il buio di Claudio Barrella è quindi un romanzo che sviluppa delle storie coinvolgenti, legate tra loro in modo molto raffinato e in cui tutti i personaggi, anche quelli di contorno, sono interessanti e ben definiti.
Un altro punto di forza del libro è lo stile con cui queste storie vengono raccontate: ogni singola pagina ha un sottofondo ironico, è pervasa da un umorismo sottile che non viene meno neanche nei frangenti più drammatici.
Di solito i gialli hanno un’atmosfera tetra, e sono raccontati con uno stile crudo e cinico: Barrella invece ha scelto di raccontare una detective story con uno stile leggero, e così facendo ci ha regalato un romanzo molto piacevole, che ti delizia con le sue gag e ti stupisce con i suoi colpi di scena.
Spero che l’autore decida di scrivere altre storie con Maffei e il barone: i suoi personaggi hanno un grande potenziale, e sarebbe un peccato se La bambina e il buio rimanesse il loro unico romanzo.
Un altro giallo che ho letto di recente è Chicago Way di Michael Harvey. Qui la trama è molto più essenziale: un poliziotto in pensione va a trovare un ex collega, divenuto poi un detective privato, chiedendogli di aiutarlo ad indagare su un caso insabbiato 9 anni prima. Lui non fa in tempo ad accettare che subito il poliziotto in pensione rimane ucciso in circostanze misteriose: a quel punto il detective capisce di avere a che fare con un caso molto scomodo, e che dovrà affrontare ogni genere di rischio, se vuol far sì che il colpevole venga inchiodato e la morte del suo amico non sia stata vana.
La qualità maggiore di questo giallo è che va oltre gli elementi classici del genere. Sì, c’é un detective che indizio dopo indizio arriva a scoprire la verità, ma in Chicago Way c’è anche tanto altro: ti vengono spiegati i metodi di archiviazione delle prove, le tecniche per l’analisi e la conservazione del DNA, il diverso atteggiamento da tenere quando devi interrogare una vittima o un sospetto… e questi dettagli non vengono inseriti con delle noiose digressioni che rallentano il ritmo del romanzo, ma anzi sono parte integrante della trama, sono le rotelle più importanti del perfetto ingranaggio costruito da Michael Harvey.
Due libri molto belli nella loro diversità: ve li raccomando entrambi ad occhi chiusi.

la bambina e il buio

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I 10 film che tutti odiano tranne me

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La settimana scorsa Serenate Cinematografiche ha avuto un’idea geniale: stilare una classifica di 10 film che fanno schifo a tutti fuorchè a lui. Io ho deciso di fare lo stesso: ecco la Top 10 dei filmacci che ho adorato.

10) Spice Girls – Il film: Negli anni 90 tutti andavano pazzi per le Spice Girls, me compreso. Adoravo la loro musica, il loro carisma e, inutile negarlo, anche la loro bellezza. Così, quando provarono a sfondare nel mondo del cinema, mi fiondai in sala e mi godetti un film pieno di canzoni carine, gag divertenti e trovate surreali. In seguito venni a sapere che era stato stroncato all’unanimità: fu così che scoprii la mia passione per il trash.

9) Batman & Robin: Questo film reinterpreta il mito di Batman in modo molto originale: abbandona le atmosfere cupe tipiche del fumetto e dei film di Tim Burton per virare su toni più leggeri, simili a quelli di un cartone animato. L’esito di questa rischiosa operazione a mio giudizio è carino, ma non sono d’accordo con me nè la critica (un Razzie Award vinto) nè il pubblico (3,6 come media voto su imdb).

8) To Rome with love: Al film italiano di Woody Allen hanno mosso le critiche più varie: visione stereotipata dell’Italia, mancanza di ispirazione, trama sciatta eccetera. A me To Rome with love ha fatto molto ridere, e ho trovato ciascuna delle storie raccontate molto carina e piacevole.

7) I mercenari: Negli anni 90 i film d’azione andavano per la maggiore. Poi è cominciato il loro declino: il pubblico giovane ha cominciato a preferire i film di supereroi, che avevano trame più curate, scene più spettacolari, personaggi più freschi eccetera. A quel punto cosa hanno fatto gli attori dei film d’azione? Hanno provato a riciclarsi in ruoli diversi o si sono rassegnati alla pensione? Nessuna delle due. Decisi a rimanere fedeli al genere che li ha resi celebri, hanno fatto fronte comune e si sono radunati in una serie di film, appunto quella dei Mercenari. Razionalmente riconosco che questa saga è la tamarraggine fatta cinema, ma emotivamente la amo alla follia, soprattutto il primo capitolo.

6) Battaglia per la terra: E’ considerato uno dei peggiori film mai girati. La giuria dei Razzie Award l’ha “premiato” come peggior film drammatico degli ultimi 25 anni. Su imdb ha 2,4 come media voto. Sarà perché sono uno spettatore poco esigente, o perché amo la fantascienza post – apocalittica, o perché mi sta simpatico Forest Whitaker… non so dirvi con certezza quale sia il motivo principale, ma a me Battaglia per la terra è piaciuto.

5) Blair Witch 2: Nel 1999 The Blair Witch Project rivoluzionò il cinema, inventando il genere del finto documentario. Il sequel invece è un horror tradizionale, ed è proprio per questo che ha fatto flop: il pubblico credeva che avrebbe avuto lo stesso stile del film precedente, e le sue aspettative vennero tradite. Io non amo il finto documentario, quindi sono uno dei pochi ad aver apprezzato più il sequel del primo film.

4) The air I breathe: Un film con tanti personaggi e tante storie, ognuna delle quali presa da sola è molto interessante e coinvolgente. Il guaio è che messe insieme non funzionano, perché sono legate tra loro in modo così inverosimile da far sembrare The air I breathe una parodia dei film corali in stile Crash – Contatto fisico. A me però è piaciuto lo stesso.

3) L’isola perduta: La trama è molto semplice: uno scienziato pazzo si ritira su un’isola e la popola di strane creature ibride, nate a seguito di alcuni suoi esperimenti in cui ha incrociato il dna umano con quello animale. E’ quindi un film sull’uomo che gioca a fare Dio, forse il miglior film mai girato su questo tema. La sceneggiatura si basa su un magnifico libro di H.G. Wells, e quindi non fa una grinza; il trucco e gli effetti speciali usati per le creature sono ottimi; il cast presenta attori di grido come Marlon Brando e Val Kilmer, guidati da un regista esperto come John Frankenheimer. La combinazione di tutti questi elementi ha originato un film a mio giudizio favoloso, che però ha vinto un Razzie Award e ha 4,4 come media voto su imdb.

2) Jimmy Bobo: Da giovane Sylvester Stallone ci ha regalato i migliori action movies di tutti i tempi. Poi è invecchiato, si è imbolsito e quindi ha perso il physique du rôle necessario per recitare in quei ruoli. Peccato che lui non se ne sia accorto, e continui imperterrito a interpretare gli stessi personaggi di 20 – 30 anni fa. Jimmy Bobo è un esempio perfetto della sua cocciutaggine: tuttavia, se tralasciamo l’effetto patetico nel vedere un sessantenne che interpreta un ruolo da ventenne, scopriremo un film con un buon ritmo, una sceneggiatura discreta e soprattutto delle scene d’azione davvero spettacolari.

1) Gangster Squad: I noir degli anni ’40 sono i miei film preferiti. Gangster Squad è un chiaro omaggio a quei capolavori, e quindi quando lo vidi al cinema rimasi estasiato dall’inizio alla fine. Poi tornai a casa, cercai un po’ di recensioni su Internet e scoprii che era piaciuto solo a me. Lo considero uno dei film più incompresi degli ultimi anni.

E voi? Quali sono i vostri filmacci preferiti?

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